giovedì 21 febbraio 2008
di Nanni Spissu
Si vive la sensazione che qualche sorpresa sia possibile di nuovo nel mondo della politica. Il paradosso è che questa possibilità scaturisca dalla crisi irreversibile del governo Prodi e dallo scioglimento anticipato delle Camere. Questa sensazione trova credito nella direzione intrapresa dal Partito Democratico, che ha scelto di investire tutta la novità che rappresenta nel processo, necessario, di semplificazione della politica e della rappresentanza.
Se a questa scelta si accompagnerà, con coerenza, quella di presentare delle liste la cui caratteristica sia quella del turn over, della qualità delle persone e della presentabilità dal punto di vista etico, tutto ciò potrebbe segnare davvero qualcosa di importante.
Si potrebbe allora pensare che la fine anticipata della legislatura sia stata essa stessa necessaria a un processo di rifondazione della politica, laddove ha impedito un ulteriore logoramento dei rapporti istituzionali e delle caratteristiche di funzionamento del sistema dei partiti.
Chi scrive aveva già accennato alla necessità che la novità del Partito Democratico non fosse essere dilapidata in un ulteriore triennio di incertezza e di logoramento e pare di vedere che Veltroni questo abbia in sostanza pensato, con dichiarazioni che sono state interpretate come uno stop a una legislatura che ormai danneggiava il paese, oggettivamente.
Il tutto davanti a un governo tra i migliori che il paese ha avuto - a parte alcuni personaggi di scarsa affidabilità - che ha risanato il bilancio e si è presentato nella scena internazionale con una dignità e autorevolezza rare.
Questa scelta - corriamo da soli - manifesta una capacità di destrutturare la logica dei rapporti politici ponendo tutti gli attori nella condizione di dover scegliere una strada che porti a maggioranze capaci di decidere, cioè a una logica in cui i rapporti di forza siano di nuovo quel che è naturale che siano, cioè rapporti regolati dal peso che ciascun soggetto è capace di far valere.
Tutto ciò ripropone la questione cruciale della rappresentanza, cioè della capacità del sistema di dare voce a tutti affinché la democrazia sia compiuta.
Questa formula ha funzionato sino a che in Italia i partiti nel loro insieme hanno condiviso alcuni principi fondanti la Repubblica, cioè i valori che la Costituzione ha saputo rappresentare e tutelare. Quel patto era riconosciuto e ha funzionato da fattore di equilibrio, assicurando che le differenze tra gli schieramenti potessero però trovare compensazione e perfino compromesso in una logica di reciproco riconoscimento.
L'estrema mobilità degli equilibri politici, che pure ruotavano intorno ai due assi principali, Dc e Pci, consentiva anche a partiti minori di far valere la propria forza, spostando la propria forza tra i due assi, con rendite di posizione, che hanno reso sempre però precarie le alleanze.
La richiesta di stabilità e di governabilità comporta che si cerchi, attraverso anche particolari accorgimenti tecnici di tipo premiale, che il potere della decisione sia concentrato su forze particolarmente corpose, che possano far valere il proprio diritto di decidere, cioè di governare.
Resta sempre però ineludibile la necessità di stabilizzare le alleanze che si formano intorno alle grandi forze, facendo in modo che particolari vincoli di maggioranza impediscano lo spostamento di forze e persone da uno schieramento a un altro in corso di legislatura.
Questo non è possibile con la legge elettorale attuale e perciò è inevitabile che le grandi forze chiedano sempre di più che l'elettorato accresca il loro peso attraverso la concentrazione del consenso su di loro, a danno di forze minori che appaiono così un ostacolo obiettivo alla stabilità dei governi, per un potere obiettivo vistosamente sproporzionato al loro effettivo peso.
Se la frantumazione è sintomo di disordine e di incapacità di decidere, diventando condizione favorevole ai ricatti e al rallentamento dell'azione di governo, un eccesso di concentrazione presenta grandi rischi per la democrazia, ma oggi questa rischio va corso nell'interesse del paese che vuole semplificazione, peso politico reale adeguato al proprio peso elettorale, in base al principio che se le minoranze hanno diritto di parola questo non può però significare l'obiettiva impotenza delle maggioranze.
Perciò la grande novità si chiama Partito Democratico, che propone all'elettorato questa sfida del rinnovamento e questa domanda di credito, che vuole concentrato su di sé, per poter responsabilmente diventare asse portante di una maggioranza che governi o, al peggio, di un'opposizione omogenea e comunque forte e determinata nel costruire le condizioni per il proprio ritorno al governo. Il patto con IDV, che accetta sostanzialmente di entrare nel PD attraverso i gruppi unici alla Camere, rafforza la volontà di rinnovamento, per ciò che il partito di Di Pietro ha saputo e sa rappresentare, di serietà, di rigore e di capacità di lavorare per l'interesse pubblico e per la forza elettorale che mette in campo.
La macchina della destra si inceppa e sembra andare al traino, accusando Veltroni …di plagio, e se vincerà sarà con il fiato corto e difficilmente - speriamo - con maggioranze bulgare.
Le diverse storie ideali e politiche, le diverse eredità potranno ritrovarsi in accordi di governo o nelle condotte di opposizione, intorno a un nucleo forte, garante dei patti e rispettoso della complessità e della molteplicità dei valori in campo, nel rispetto, quindi, dei pesi che l'elettorato avrà voluto affidare a ciascuna forza.
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