giovedì 21 febbraio 2008
Interventi.
di Raffaele Deidda
Nell'intervento dell'assessore regionale Gianvalerio Sanna ho riscontrato larga parte del mio DNA di cittadino che ha la presunzione forse, ma sicuramente il diritto e anzi il dovere di custodire una sua autonoma idea della politica. Parlo di idea e non di fede, che nel tempo si è ahimè affievolita per lasciare spazio ad un sempre più accentuato pessimismo della ragione, essendo peraltro ben consapevole che oggi più che mai si tratta di un'idea romanticamente ingenua, perché ancora rivolta al concetto di servizio alla collettività attraverso la ricerca paziente e anche faticosa, ma determinata, delle soluzioni che possono produrre reali benefici per la qualità della vita dei cittadini.
È un'idea che attiene più a un principio di poli-etica, dove la gestione della cosa pubblica ha un suo presupposto fondamentale nell'etica e nella morale dell'agire politico, presupposto ineludibile che invece viene sistematicamente eluso nell'esercizio di una politica autoreferenziale, che tende più ad essere servita che ad essere strumento di servizio. È proprio questo che i cittadini constatano e contestano e, non avendo tutti la stessa capacità di leggere con discernimento il linguaggio della politica, essendo per i più il mettere insieme il pranzo con la cena il vero problema esistenziale, diventa fin troppo facile il ricorso qualunquista all'antipolitica e al luogo comune che i politici sono tutti uguali, tutti accomunati da un insaziabile appetito che li colloca indistintamente nello stereotipo dei “magna-magna”.
Ancora più facile poi, al momento del voto, è dare il consenso a quei candidati che propongono anticipatamente qualche briciola del banchetto che ipotizzano di allestire una volta eletti. L'austerità difficilmente paga e occorre davvero una gran fede o, in alternativa, un serio pessimismo della ragione, per esprimere un voto dove lo scambio non sia di tipo individuale ma sia atteso come ritorno positivo per l'intera collettività di cui si fa parte, e che magari sia il risultato di un necessario rigore.
Pagano di più i lustrini del Billionaire e le mirabolanti promesse di ricchezze che si abbatterebbero sui nostri territori se solo la si smettesse di dare retta ai visionari che parlano di tutela del territorio e dell'ambiente e se si lasciasse fare a chi di politica dello sviluppo se ne intende davvero, avendo a Roma gli amici giusti che saprebbero, loro sì, valorizzare con tante belle costruzioni le nostre risorse naturali.
Pagano altresì le promesse di una qualche occupazione legata o collegata al mantenimento in vita dei consorzi industriali divenuti, nella maggior parte dei casi, improduttivi e dispendiosi guardiani di quelle “bizzarre escrescenze metalliche” che un tempo erano le fabbriche sarde. Pagano gli enti inutili, paga una sanità cresciuta smodatamente in dimensione ma non in qualità, pagano le lobbies, le rendite di posizione, i favoritismi e i clientelismi. Paga, in definitiva, il saccheggio delle risorse pubbliche per finalità che nulla hanno a che fare con il bene della collettività.
Ha ragione da vendere Gianvalerio Sanna quando afferma che il carrozzone del centrodestra è composto, in Sardegna come ovunque, aggiungo, da personaggi che recitano un copione politico scritto da altri e che ripetono in maniera petulante, continua il leitmotif “Soru a casa”, che è lo stesso che, a livello nazionale, veniva quotidianamente, ossessivamente ripetuto per Romano Prodi: “Prodi go home!” fin dal primo giorno del suo insediamento alla Presidenza del Consiglio e fino al giorno prima della “spallata” inferta da Clemente Mastella e gentilmente regalata al Cavalier Berlusconi in quella sciagurata, squallida logica del “ritorno” atteso per sé, per i propri familiari e per i propri sodali.
Le poco qualificanti performances che offre il centrodestra nel Consiglio regionale della Sardegna non sono forse peggiori di quelle di alcuni consigli di altre regioni (nel sud Italia anche l'omicidio è divenuto strumento della politica) ma sono assolutamente in linea con quelle dell'appena disciolto Parlamento nazionale, che tanto ci hanno fatto vergognare di essere italiani di fronte agli occhi del mondo.
Proprio da Roma, non da quella ladrona stigmatizzata dalla Lega di Bossi, che pure ben si adegua alle mollezze della capitale, ma da quella che istituzionalmente ospita il Parlamento dove siedono gli onorevoli deputati e i senatori che dovrebbero mettere a disposizione del popolo il proprio “senno” politico e non gli sputi, gli insulti e le percosse, arrivano i modelli politici di riferimento che trovano nella nostra regione un riscontro puntuale e attivo. Mentre i cittadini sono alla frutta dell'antipolitica, i politici nostrani sono al dessert e allo champagne della non-politica, potendoselo permettere dall'alto dei generosi emolumenti percepiti a spese della collettività.
Poco importa se non ci sono elaborazioni, contributi, integrazioni perché, semplicemente, non pagano. Paga di più l'attacco frontale al “dittatore” Soru, antipatico e decisionista che si permette, fra l'altro, di ridicolizzare la salmonata delfina del Cavaliere a Ballarò con argomentazioni che non tengono conto del vero problema dell'isola, dato dal randagismo dei cani. Quel Soru che fa perdere ai sardi tanti qualificati posti di lavoro a causa dei vincoli contenuti nel Ppr (apprezzato e preso ad esempio in Italia e in Europa), non consentendo di costruire sulla costa ai familiari e agli amici di patron Berlusconi.
Nella mia vita non ho mai coltivato il culto della personalità per chicchessia, anche se nei miei anni giovanili ho sentito forte il fascino di un signore che si chiamava Enrico Berlinguer, e non lo coltivo ora per Renato Soru. Però, onestamente, obiettivamente, rispetto alla varia umanità che si agita scompostamente nei banchi del Consiglio regionale, che non propone limitandosi ad opporsi e che non perde occasione per intercettare una telecamera nella ricerca spasmodica di una visibilità che consenta di lanciare il forte, e soprattutto originale, messaggio politico: «Soru si deve dimettere perché sta rovinando la Sardegna», io mi sento in coscienza di dire che, con tutti i suoi difetti e con tutti i suoi errori (chi non ne fa?) è meglio, molto meglio Soru.
Il Partito Democratico mi ha entusiasmato poco per via delle modalità e delle dinamiche che soprattutto in Sardegna hanno caratterizzato le elezioni primarie ma non posso non apprezzare, ora, la determinazione di Veltroni di dare una svolta modernamente democratica alla politica italiana, a partire dal ringiovanimento dei quadri dirigenti del PD. Pazienza se resta a casa qualche arzillo ottuagenario. È cosa ben diversa, mi pare, dalla frenesia berlusconiana di presentarsi con un nuovo marchio per sbiadire il ricordo di cinque anni di governo inconcludente e di un anno e mezzo di opposizione inesistente.
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