mercoledì 20 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Aveva ragione Casini, quando diceva a Berlusconi di non insistere sulle spallate perché avrebbero rafforzato, non abbattuto il governo Prodi. Infatti è caduto per le pugnalate delle quinte colonne e voltagabbana (Mastella e Dini): per spinte interne, non per la pressione esterna che anzi ne bloccava la crisi politica. La lezioncina vale anche in Sardegna. La spallata sui Consorzi industriali era per Renato Soru la più pericolosa perché coinvolgeva parti del centrosinistra col centrodestra: è stata respinta perché Soru aveva deciso, senza dirlo per non passare da intimidatore, che si sarebbe dimesso se l'imboscata in Consiglio fosse passata. Prendendo atto del venir meno di una maggioranza governabile e governante.
Oggi c'è qualche replicante di assoluta e conclamata inaffidabilità che prova a ripetere, attualizzato, quanto era stato annunciato su questo giornale dieci giorni fa. La situazione è cambiata. Soru non si dimetterà perché ha ritrovato una maggioranza: più ridotta di prima ma più coesa, almeno fino a dopo le elezioni politiche: anche se incombono gli emendamenti per un'altra infornata di assunzioni alla Regione.
Infatti la spintarella sulla sanità dimostra tutta l'impotenza del centrodestra nonostante il soccorso socialista: non c'è trippa per i gatti Balia&Masia mammamia, che già sono sganciati da Maria Grazia Caligaris. Nerina Dirindin avrebbe dovuto essere soccorsa dall'attacco alla sua politica. Invece è lei che dovrà medicare gli avversari che si sono quanto meno lussati la spalla temeraria. Dipingono una sanità disastrata ma razionalmente risulta tra le più virtuose, in un panorama che in tutto il Mezzogiorno e non solo propone scenari da incubo.
La situazione sarà dinamicamente congelata fino al 13 aprile. Stop. Dunque finisce solo per farsi male chi riprova la spallata quando al massimo può provocare incidenti di percorso e basta. Questo vale a destra, dove grande è il disordine. L'Udeur è allo sbando e già si sente qualcuno dire che non intende fare il donatore di sangue per “la famiglia Mastella”. Nell'Udc la paura fa novanta, in bilico fra fedeltà a Casini e paura di perdere il collegamento con Berlusconi.
A destra sarà forse da ricollocare il Psd'az, se il suo ex segretario e presidente Giacomo Sanna davvero cercasse e trovasse asilo col Popolo delle libertà: un già visto, dopo l'exploit della corsa con Acciaro nelle liste della Lega, sonoramente trombati. Se così andassero le cose, ben tornati i “fasciomori”. Così chiamati, i sardisti che accettarono il protettorato di Mussolini, da Emilio Lussu, appunto il cavaliere dei rossomori. Mario Melis si rivolterà nella tomba ma il livello etico-politico dei successori è questo, ben noto da tempo ed è una balla che tutti stiano facendo la corte a quel che resta dei 4 Mori: sanno tutti che sono sotto i minimi storici, meritatamente.
Voci senza conferme anche su Paolo Maninchedda in lista con l'Mpa, il Movimento per le autonomie di Rafé Lombardo, il siciliano gemello di Totò Cuffaro che ambisce a ereditarne il ruolo alleandosi con Berlusconi. Maninchedda è amico di Lombardo e pareva che potesse provarci. Ma ha invece chiarito che non pensa proprio a Roma. Punta a creare un'area autonomista e nazionalitaria in Sardegna con l'ambizione di portarla al dieci per cento nelle prossime elezioni regionali.
Restano i socialisti, in cerca d'autore. Snobbato dal Pd, si è messo in un angolo: potrà uscirne se rinuncerà a dettare condizioni che non è in grado di formulare oltre la tigna e il livore contro Soru. La maggioranza tiene anche senza o grazie a loro, il resto si vedrà dopo le elezioni. Le scelte di Balia lo stanno portando al massacro e ridividendolo oltre la recente e sospetta facciata unitaria. L'intimazione a dimettersi, rivolta burbanzosamente dal capogruppo all'assessora Luisanna Depau, è stata respinta al mittente dall'interessata, confortata più o meno tacitamente da parte del gruppo, oltre quella dichiarata della Caligaris.
Insomma, una disfatta. Solo invocati cataclismi avversi a Soru nei prossimi mesi potrebbero modificare la situazione, senza consentire comunque una maggioranza a geometria variabile. Ma in questo caso sarebbe travolto l'intero assetto di maggioranza. Videolina ha fatto delle possibili dimissioni di Soru il cavallo di battaglia quotidiano: servizio sul nulla, fuori tempo massimo rispetto a quando erano davvero una eventualità concreta: sono disconnessi dalla realtà per partigianeria insulsa.
Ormai si galoppa dietro le liste elettorali. Se Forza Italia e An puntano tutto sulla continuità confermando gran parte degli uscenti, a parte alcune posizioni a rischio (Massimo Fantola probabilmente mollerà l'Udc con cui si era apparentato ma non è certo che ottenga la candidatura nel Pdl), ricambio quasi totale nel Pd. Il Partito democratico ricomincia quasi da zero. Anzi, da uno: Antonello Soro. L'unico sicuro della ricandidatura: dovuta ma convinta al capogruppo uscente alla Camera.
Al momento, anche Antonello Cabras è fuori: ha raggiunto e superato la quota di legislature fissata per imporre un vero rinnovamento: non solo di sostanza ma anche di facciata e di facce. Sicuramente cercherà di ottenere una deroga come segretario regionale: è possibile che la ottenga ma non è affatto certo. A meno che l'intero partito la chieda: potrebbe avvenire, magari con l'assenso di Soru, anche perché il cardinale a piede libero politico diventerebbe una mina vagante. Una deroga per ragioni di convenienza politica (non c'è un altro segretario pronto per il partito), se passerà senza resistenze.
Il limite delle tre legislature (anche se interrotte) o vale o diventa burletta nel momento in cui il leader Veltroni si mette al secondo posto, lasciando il ruolo di capolista a giovani rappresentativi e significativi. Nel momento in cui Romano Prodi decide di non ricandidarsi (era alla seconda legislatura, entrambe dimezzate, per lui) e un personaggio della statura di Giuliano Amato rinuncia spontaneamente. In Sardegna la mannaia cade inesorabilmente su Salvatore Ladu e Gianni Nieddu. Formalmente, sarebbero non sommersi ma salvabili Emanuele Sanna e Paolo Fadda: alla prima legislatura. Ma avendone alle spalle 4-5 da consiglieri regionali, con un'anzianità di 25-30 anni in cariche elettive e di governo. Il cumulo Regione-Parlamento non pare sia stato previsto ma in questi casi è rimesso, oltre alla sensibilità, senza immaginare generosità, degli interessati. Potrebbe essere una resa dei conti con effusione di sangue, perché i due possono far leva sul sostegno dei sodali nel partito.
Sarebbe alquanto ridicolo, tuttavia, che a decidere sulla ricandidatura fossero gli stessi interessati per interposto fittizio, ovvero tramite i loro sottopancia. Impensabile che un partito che fa del rinnovamento-ringiovanimento la sua bandiera possa coltivare i notabili e veterani di tutte le battaglie sotto tante bandiere a discapito di un ricambio non solo generazionale. A meno che nello statuto del Pd sardo non si inserisca la clausola che i vecchi nomenklati hanno quanto meno diritto alle nozze d'oro con incarichi elettivi: in effetti di nomina, perché tutto è deciso in partenza dalla segreteria regionale. Ma la faccenda è semplificata perché un terzo dei candidati saranno donne, un altro terzo dovrà avere l'imprimatur di un Veltroni deiciso come non mai, la parte restante è affidata alle segreterie locali. Quindi sembrano tagliati fuori Sanna e Fadda, con Salvatore Ladu e Gianni Nieddu.
Arturo Parisi, comunque al riparo in quanto ministro uscente, dovrebbe esser candidato a Bologna, nel collegio di Romano Prodi: un deputato sardo in più, fuori quota rispetto a quelli che saranno espressi dal Pd in Sardegna. Dove potrebbe arrivare una candidata di gran nome ma anche di grande credibilità personale. Bianca Berlinguer, volto storico del Tg3, che in passato ha sempre rifiutato le proposte del partito di cui il padre Enrico è stato leader amatissimo e indimenticato, scioglierà forse oggi la riserva per essere candidata in quella che è anche la sua terra. Bianca Berlinguer è stata invitata dai dirigenti nazionali e sardi del Pd a riportare in politica un grande nome ma anche la sua forte e autonoma personalità.
Una famiglia davvero fuori dal comune, i Berlinguer, e Bianca in particolare, benché personaggio pubblico. Dalla morte di Enrico sono trascorsi quasi 24 anni. Durante i quali né la moglie né i figli hanno mai rilasciato un'intervista o hanno violato l'assoluta regola del riserbo sul leader drammaticamente morto sul campo, in quel terribile comizio a Padova. Una riservatezza totale e intransigente, unica si può ben dire. Osservata dopo la morte, come in vita, quando Berlinguer era il leader politico più amato e stimato dagli italiani, oltre le differenze di campo: come grande figura morale rimasta nel ricordo di tutti. Bianca Berlinguer non ha attinto nulla, nella sua professione e nell'essere donna forte e autonoma, dall'aver avuto un padre così importante. Sarebbe un buon segnale risentire quel nome in Parlamento, espresso in Sardegna: ricostruendo un ideale vincolo di continuità con il padre, il nonno Mario, lo zio Giovanni.
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