mercoledì 20 febbraio 2008
di Cristina Lavinio
Dopo un blackout sospetto nell'intera mattinata del 18 febbraio, chi va sul sito www.firmiamo.it/liberadonna continua a veder crescere di minuto in minuto le adesioni all'appello promosso appena sei giorni fa da Micromega. Siamo già alle 22.000 firme: un bel record per un appello, tra le cui prime firmatarie sono giornaliste come Natalia Aspesi, scrittrici come Dacia Maraini o Lidia Ravera, scienziate come Margherita Hack, esponenti del mondo dello spettacolo come Sabina Guzzanti o Fiorella Mannoia.
Indirizzato a Veltroni, a Bertinotti e a tutti i dirigenti di centrosinistra, questo appello ne lamenta la tiepidissima reazione di fronte al crescendo degli attacchi fatti in questo periodo al “corpo” e ai diritti delle donne. E dice, o meglio sembra voler gridare, ORA BASTA! Sappiamo tutti che solo il clima di illiberale e bigotto oscurantismo degli ultimi tempi spiega quanto è potuto accadere all'ospedale di Napoli dove, dopo una telefonata anonima a proposito di un presunto “infanticidio”, una donna che aveva appena abortito (di un aborto terapeutico fatto entro i termini di legge) è stata inquisita e si è vista sequestrare la cartella clinica.
L'episodio, di scandalosa e inaudita violenza psicologica, ha suscitato giustamente la mobilitazione spontanea di moltissime donne in varie piazze italiane. E ora, sulla piazza della rete, l'indignazione diffusa è quanto mai evidente, con firme di donne, ma anche di uomini, delle età e delle professioni o mestieri più svariati; firme accompagnate spesso da alcune righe di commento. Apprezzabile, tra l'altro, che molti uomini abbiano sentito il bisogno di aderire pur essendo l'appello, anche linguisticamente, tutto al femminile, come è evidente nei passi in cui si sottolinea che «non siamo più disposte a compromessi» e si rivendica «il nostro diritto a dire la prima e l'ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze».
Non basta più, dunque, dire che la legge 194 non si tocca. Bisogna applicarla meglio, estendendo la prevenzione rispetto all'aborto stesso (contraccezione, pillole del giorno dopo, educazione sessuale) e accertandosi che la prevista obiezione di coscienza da parte dei medici non precluda comunque il diritto delle donne ad abortire, quando e se prendano la dolorosa decisione di farlo. Ed è sempre una dolorosa decisione: cosa di cui ci si dimentica quando si inventano movimenti pro life beceramente sospetti di cinici calcoli elettoral-propagandistici. Movimenti dimentichi del diritto a una vita che valga la pena di vivere o di continuare a vivere da parte di donne che, per le ragioni più svariate, decidano di non voler portare a termine gravidanze sgradite, non volute, magari frutto di violenza o con alti rischi per la salute propria e/o del feto.
È evidente, in queste mie parole ma anche nei commenti indignati di moltissime/i che hanno aderito all'appello, il riferimento alla proposta di “moratoria” contro l'aborto fatta da Giuliano Ferrara, che imperversa quotidianamente in televisione (e in campagna elettorale) e parla disinvoltamente di aborti-omicidi. Lui, sedicente laico, che cinicamente cavalca un tema eticamente delicatissimo. Pur di conquistarsi un posto in Parlamento o la candidatura a sindaco di Roma, potremmo insinuare.
Mentre i due grandi partiti dei due opposti schieramenti (PD da una parte, PdL dall'altra) proclamano di non voler toccare in campagna elettorale temi eticamente sensibili, a Ferrara - verrebbe da dire - viene lasciato campo libero nel fare il lavoro sporco, di agitare lo spauracchio dell'Inferno per chi votasse per forze politiche eredi o alleate degli eredi dei “mangiabambini” di cui si parlava un tempo (e che erano gli stessi che “mangiavano” i preti). E questo tempo non è poi così lontano: è vero che viviamo ormai alla giornata e che la memoria degli elettori è breve, ma chi non ricorda, non più di due anni fa, durante la campagna elettorale precedente a quella, precocissima, attuale, il Cavaliere parlare dei comunisti cinesi che “bolliscono” i bambini?
Adesso che ci si propone una campagna più elegante, ben venga Ferrara, dunque, a parlare di legge 194, di aborto, di eugenetica; lasciando da parte, magari, falsi in bilancio, mafia, corruzione e candidati con condanne penali. Si potrebbe dire che sono, questi ultimi, temi anch'essi eticamente sensibilissimi; ma ho paura che siano perciò stesso anch'essi tabù nella campagna elettorale dai toni soft annunciati.
Ci convince davvero questo minuetto tra forze politiche che non vogliono (o non possono) marcare le differenze? Le moltissime firme raccolte finora sembrano proporre con forza questa domanda. Sono firme di elettrici ed elettori che non vogliono tornare indietro rispetto ai diritti acquisiti, che vorrebbero anzi allargarli, e che sono allarmati a non sentirne parlare o, peggio, a sentire affermare - da destra ma anche da sinistra - che bisogna cambiare. Vale la pena qui di ricordare che tra i cambiamenti che sarebbero “necessari” rispunta spesso la stessa Costituzione, persino nei suoi titoli generali, quelli dei valori. Ci siamo già dimenticati di avere fatto poco più di un anno fa un referendum per salvarla? Eppure c'è chi vuole ricominciare a cambiarla, magari a partire dalla definizione della Repubblica italiana come “fondata sul lavoro”: dovremmo scrivere che è fondata sul consumo di beni, sul libero commercio o cos'altro?
Basta scorrere i commenti che affiancano spesso i nominativi di chi firma l'appello “liberadonna” per rendersi conto di questo legittimo e fondato allarme collettivo: si va da chi denuncia un ritorno al Medioevo o all'Inquisizione e alla caccia alle streghe, a chi si rammarica per dovere rifare battaglie già vinte ma rispetto alle quali non bisognerebbe mai abbassare la guardia, a chi - pur cattolica/o - rivendica la laicità dello Stato e denuncia le sempre più frequenti ingerenze religiose in campo politico e legislativo, amplificate da una stampa troppo spesso pronta a genuflettersi e dimentica del fatto che la laicità di Stato e Istituzioni non dovrebbe neanche essere messa in discussione. Ma così non è, in un mondo politico in cui sembra si faccia a gara ad esibire le proprie visite al Papa e si avvisa delle proprie mosse il cardinal Ruini prima ancora che i propri (ormai ex-) alleati.
Ancora, sfrugacchiando tra i commenti delle firmatarie, se ne trovano alcuni gustosi ed efficaci. Come quello di chi cita la frase del padre (sottolineando che non è di sinistra) quando, prima di ogni telegiornale, dice: «sentiamo cosa ha detto oggi il Papa»; oppure di chi, per un Ferrara «sceso nell'arena» che troverà «il muso delle donne a fermarlo», dice che «nel frattempo godiamo per il parcheggio libero a 8 e mezzo». E c'è chi rilancia un vecchio slogan del 1993, “obiettiamo agli obiettori”, o chi ricorda che «le lacrime delle donne sono buchi di cielo senza stelle».
E c'è anche chi ritiene che le donne siano forse le uniche a potere legiferare con piena cognizione di causa su temi come gravidanza e aborto, e perciò suggerisce di “votare donna”, sempre e comunque. Solo che, di questi tempi, il suggerimento suona particolarmente ingenuo: sappiamo bene di dover votare, come temevamo, con il calderoliano porcellum: liste bloccate e senza preferenza, con alta possibilità di eleggere solo chi vi occuperà le prime posizioni. E sappiamo bene che forse è troppo sperare che persino i partiti “nuovi”, che si sono riempiti la bocca di “parità”, ci presentino delle liste composte in modo da garantire una sistematica alternanza uomo/donna o donna/uomo nell'ordine delle candidature. Anche questa sarebbe una novità, e non indifferente, da associare magari al contenimento del numero di mandati alle spalle dei candidati. Ma la speranza è l'ultima dea…
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