martedì 19 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Per tre anni si sono azzuffati, insultati, delegittimati, divisi, separati in più case. La rosa socialista (anche nel pugno radicale) era una gigantesca spina che ha solo trafitto se stessa: appassita e sparpagliata in quattro ridicoli petali che si pungevano reciprocamente. Non si sa bene (ma si capisce) come e perché ora mostra di essersi ricomposta: pretende di graffiare Soru, la Giunta e la maggioranza Pd - Sinistra Arcobaleno - Idv che è stretta a numeri, e si atteggia pure a vittima di un ridicolo complotto per espellerla dall'alleanza: ma è stata sempre ostile peggio del centrodestra. Ora si proporrà come ferro di lancia e sponda all'opposizione ufficiale e dichiarata: per tentare l'ennesima spallata contro la Finanziaria, se la maggioranza vuole fare harakiri.
Siamo già a due mesi di esercizio provvisorio: importa poco a Peppino Balia e compagni (ancora?). L'importante è provare a ferire ancora Soru, per rilanciare un peso contrattuale che loro stessi hanno ridotto quasi a zero. Sceglieranno come terreno di scontro la sanità, dove sanno di poter contare su soccorsi di varia natura. Gli è andata male sui Consorzi industriali, di cui si sono fatti paladini strenui: per il trionfo della democrazia e il riscatto del socialismo riformista. Ci riproveranno da oggi. Con la spocchia gelida e la maschera ostile di questo Balia che crede d'essere ancora un decisivo mattatore. Convinto di poter replicare il bigliettino da punta e da taglio col quale umiliò pubblicamente e spregevolmente Federico Palomba, che tanto gli era superiore in ogni senso, con un grandissimo voto popolare che aveva trainato il centrosinistra alla vittoria un mese dopo lo tsumani di Berlusconi nel 1994.
Sempre uguale a se stesso, il freddo ammazza-presidenti che vuole imporre la propria legge a chi ha avuto un consenso popolare largo e caldo, come Palomba prima e ora Soru, eletto direttamente. Balia ricorda, con Maninchedda, il freddo Cassio scespiriano che spingeva e convinceva il nobile Bruto a pugnalare Giulio Cesare. Non demorde: mantene s'odiu ka s'occasione non mancat. Astuto, non è gradevole, mai stato simpatico: solo temuto. Questo per gli aspetti umani. Politicamente, la sua boria è insopportabile. Come la pretesa tracotante di volere, quasi dovere sottomettere prima un presidente fin troppo pacifico come Palomba e ora uno troppo tosto per lui come Soru. Non potendo essere un kingmaker, pretende di essere il distruttore. Non si capisce in forza di quale mandato.
A ogni livello, gli italiani e i sardi ne hanno le tasche piene, non sopportano più la spocchia distruttiva di partitini e singoli personaggi che rovesciano l'etica della democrazia e pretendono di imporre la loro arroganza a maggioranze e figure apicali legittimate dall'investitura popolare: di livello assolutamente incomparabile con quella di un singolo consigliere. È la ragione del successo e della grande popolarità di Veltroni (anche tra l'elettorato di destra che voterà Berlusconi) per il coraggio nel rigettare il potere di interdizione e ricatto (di coalizione, lo chiamavano pudicamente i socialisti) di partitini e singoli personaggi con condizionamento debordante rispetto ai voti ottenuti.
Questi bardi del parlamentarismo antipresidenzialista difendono solo il loro potere nelle trame consiliari. Nessuno sopra gli altri, anche se designato dal popolo: perciò va piegato e sottomesso ai tramisti d'aula, in combutta con i loro omologhi. Mica solo nel centrosinistra. Identica solfa nella destra, che ci ha gonfiate le palle per vent'anni col presidenzialismo: pensate ai Riformisti di referendum e di potere di Fantola, il sindaco d'Italia ovunque e qui sono a rimorchio dei peggiori inciucisti assemblearisti e votosegretisti. An e Forza Italia iperpresidenzialisti vanno a braccetto e far da sponda gregaria in Consiglio ai signorotti delle tessere, gridando al ducismo e Pinochet a ogni pié sospinto.
Come sulla Statutaria: che è paro paro la legge operante in molte Regioni ma solo qui viene indicata come un rischio per la democrazia e finisce alla Corte costituzionale. Dove ormai odiano i sardi per l'insopportabile gravame di contenzioso che le scaricano addosso. Irriducibili e ridicoli questi pasdaran immaginari della difesa dall'autoritarismo. Detto da molti, incluso chi scrive, che non hanno mai accettato l'arroganza del potere, l'hanno combattuta in ogni sede con dure scelte e rinunce, pagando di persona, mentre questi libertari di solito incassano sempre e comunque pretendendo di imporci una visione distorta non meno tracotante e inaccettabile.
A proposito di Statutaria e del referendum imposto da 19 consiglieri regionali e finito alla Consulta. Domenica a Firenze - dove forse s'intendono di politica e democrazia un filino più di Balia, Maninchedda, Pubusa, Raggio, Gianni Contu e Ballero: la compagnia di giro del colpo di Sta(tu)to - si è svolta una consultazione popolare sulla tramvia in piazza del Duomo: un fatto di interesse cittadino, ma mondiale per quel che la città di Dante e dei Medici rappresenta. Si calmino i nostri referendari: il misero referendum fiorentino non è comparabile con quello, di dignità giuridica universale, quale quello sardo abortito. Lo sappiamo che le regole erano diverse. Ma il principio percepito dal comune cittadino è uguale.
Un esponente dell'Udc (sarà il Capelli tosco-barbaricino) ha chiesto il referendum. Ha votato solo il 40 per cento dei fiorentini, dunque è stato dichiarato nullo perché la partecipazione è rimasta sotto della metà degli elettori. Con le debite differenze, al referendum sulla Statutaria è andato a votare non il 40 ma solo il 15 per cento dei sardi. Ovvero, l'85 per cento degli elettori ha detto “no, grazie” ai referendari, che però hanno preteso di aver vinto col 9 per cento a loro favore contro il 6 ed è finito tutto alla Consulta. Con una strumentalizzazione pazzesca e qualcosa di più e peggio.
I magnifici 19 onorevoli hanno imposto motu proprio, senza aver raccolto una firma o uno straccio di sostegno, una votazione rigettata dagli elettori a stragrande maggioranza. Ma è costata almeno dieci milioni di euro alla Regione, cioè a noi. A Firenze, dove ha votato il 40 per cento, il Comune e la gente si dolgono dei soldi sprecati per una consultazione che evidentemente i fiorentini non hanno gradito. E ora tutti a dire (da quelle parti ai soldi pubblici ci badano, non come i nostri allegri scialacquatori) che i promotori dovrebbero risarcire le casse del Comune. Nella dissipata Sardegna iper-referendaria, chissenefrega dei soldi gettati al vento? Nessuno paga: ma incassano solo quelli che ci hanno fatto sprecare i soldi.
Chiedendo scusa per la digressione, forse non inutile, riprendiamo il discorso. Da oggi la pattuglia dei quattro dell'Apocalisse socialista riprenderà la battaglia contro Soru e la Giunta, utilizzando stavolta la sanità per incrociare i loro voti con la destra: affine come sui Consorzi industriali. Un chiaro, luminoso esempio di riformismo applicato dai rosati ex garofani. Troveranno alleati e sponde varie. Ma non è detto che la maggioranza sia così idiota e autolesionista da seguirli nella loro intifada. Va bene che ci sono tanti loro sodali ma la partita è davvero calda. Morire per Balia? Chi vuole, si accomodi. Ma ai sardi spiegheremo a saturazione chi siano questi personaggi: visto che non lo fa il resto dell'informazione da intrattenimento. Come si può evincere da molti articoli pubblicati sul nostro giornale (basta cercare nell'archivio), i socialisti se ne sono dette e fatte di tutti i colori fino all'altro ieri.
Balia segretario: dopo aver cacciato Emidio Casula, di cui era stato portaborse, come allora si definivano i segretari di ministri e assessori. Ma anche capogruppo del Fas con Maninchedda. Mondino Ibba e Maria Grazia Caligaris erano per conto loro. Come il quarto uomo, Masia nel gruppo misto. A un certo momento, il segretario sciolse d'imperio la federazione di Cagliari, contestatissimo anche sul piano personale dagli altri. Perfino la mite Caligaris, unica eletta in quota rosa nell'ex partito di massa (grazie al listino e alla volontà femminista di Soru) insorse contro Balia. Difeso solo da Masia (anteprima del duo-mammamia) che definiva “provocatori” i compagni dissenzienti.
È andata avanti così per tre anni. Lacerati, separati, in perenne conflitto su tutto. Davvero sono un gruppo credibile perché mostrano un'improvvisa compattezza sospetta? Coerente, Balia, quando annuncia che voterà il no alla Finanziaria e alla ricandidatura di Soru: chi ne dubitava. Coerente anche il presidente. Alza le spalle rassegnato e forse liberato, parla di atto di chiarezza attribuendo lo scarto socialista alla rottura nazionale col Pd sulle liste elettorali. Con replica avvelenata del mamoiadino snobbato: di quel che dice Soru gli importa poco. E no, brucia. Infatti rilancia come faceva un tempo, senza capire che ora abbaia alla luna. Intima: via dalla Giunta Luisanna Depau, non rappresenta lo Sdi, se resta rappresenta solo il presidente. Casualmente, la Depau si era schierata contro Balia nella faida con la federazione cagliaritana: ora deve pagare.
È probabile che non paghi niente. Ma resta l'arroganza inane di chi, senza titolo, crede ancora di poter decidere chi entra, esce o resta in Giunta. È solo delirio di impotenza. Vedremo quanti e chi lo seguirà in questa rabbiosa offensiva, che ha una spiegazione generale a valere anche per gli altri. Una volta che Veltroni e il Pd hanno sbattuto la porta in faccia a Boselli (e ce ne duole per l'ottimo Gavino Angius), lo Sdi, dopo il naufragio dell'alleanza con i radicali, non sa dove andare a sbattere. Nazionalmente oggi, domani alle regionali. I consiglieri uscenti hanno minime o nessuna possibilità di rientrare. Ecco perché nel tanto peggio tanto meglio possono sguazzare: non hanno nulla da perdere, sperano di guadagnare qualcosa.
Provano anche a intonare il canto vittimistico con la tenera Caligaris che denuncia: «Non sono i socialisti ad essere usciti dalla maggioranza. In verità si sta definendo ormai a chiare lettere un disegno per cancellarli. La responsabilità della crisi in atto nel centrosinistra del Consiglio regionale sardo è principalmente del Partito Democratico, evidentemente certo di interpretare gli umori e la volontà dei cittadini, sicuro che le elezioni nazionali di aprile e quelle regionali tra un anno gli daranno ragione. È per questo che non vuole i socialisti».
Si dissocia in parte da Balia: «I problemi posti dai socialisti non riguardano la permanenza in Giunta dell'assessora Luisanna Depau, che peraltro ha rimesso da subito il mandato nelle mani del partito dimostrando totale disponibilità. Evidenziano invece questioni importanti relative alle scelte sulle politiche del lavoro e sulle riforme. La Giunta e il presidente propongono continuamente nuovi interventi senza che sia mai stata effettuata una verifica su quanto è stato fatto finora e mentre i socialisti registrano nel territorio e tra la gente insoddisfazione e preoccupazione».
Dunque, accuse al Pd mentre Balia punta il dito solo su Soru. Il quale ha forse plagiato Veltroni e gli ha imposto di non accettare il simbolo socialista per fare un piacere a lui, in dispetto di Balia. Siamo alle comiche: non finali, purtroppo. C'è da piangere. La Finanziaria è ancora lì, la Sardegna deve restare fermamente ultima grazie al suo irresponsabile parlamentino. Alla fine, Balia lo riassume benissimo: ovvero disastrosamente per i sardi. La Finanziaria? Si fotta. Prima vengono i fatti personali e di gruppetti allo sbando: come l'Udeur, al capolinea comunque. Ma sono i colpi di coda di personaggi senza futuro, in grado di nuocere solo nell'immediato: per l'ultima volta.
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