martedì 19 febbraio 2008
Quando va bene sono fucilate contro le abitazioni o i municipi; a volte auto incendiate, private o comunali; oppure, per un segnale più deciso e convincente, c'è sempre il tritolo. A non cambiare è il messaggio: quello che fate non ci piace. Destinatari: i sindaci e gli amministratori locali, siano essi assessori o semplici funzionari. Si sentono categoria a rischio, non si dimettono ma non negano l'allarme. Anzi, lo ribadiscono in un convegno organizzato a Cagliari dall'Anci per un confronto tra bersagli, forze dell'ordine e magistratura. La conferma arriva dai numeri: già nove gli attentati nel primo mese e mezzo dell'anno, senza contare le intimidazioni minori e mai denunciate.
Abitudini di vecchia data, in Sardegna, e dure a morire: l'anno scorso gli attacchi furono 75 (12 nel sud), pochi di meno nel 2006. Abbastanza per far segnare, negli ultimi anni, una recrudescenza del fenomeno sino a raggiungere una frequenza sette volte superiore alla media nazionale: 15 attentati ogni 100mila abitanti nell'isola, sottolinea il presidente dell'Anci Tore Cherchi, contro i 2 nel resto del paese. Una emergenza che ha visto l'ultimo episodio sabato a Girasole, quando la macchina del vicesindaco Mario Pirarba e quella della moglie sono state bruciate durante la notte: gesto annunciato da una lettera di minacce arrivata in Comune qualche giorno prima.
Anche le cause sembrano radicate: disagio socio-economico, volontà di influenzare le scelte di governo locale ma anche - la denuncia arriva dal presidente della Regione Renato Soru e da quello del Consiglio delle Autonomie locali e della Provincia di Cagliari Graziano Milia - la novità delle tensioni politiche spinte all'estremo. «La prima risposta degli amministratori», chiarisce Cherchi, «è quella di rimanere al loro posto, senza dimettersi: danno così una straordinaria testimonianza di senso civico» all'intera comunità. Lo fanno in molti, anche se «il problema non è solo di polizia ma di sicurezza».
Restano al loro posto e rifiutano l'etichetta di eroi: più che sentirsi votati alla causa «quasi che questi atti siano un rischio professionale», chiede Marcella Lepori, sindaco di Tortolì nel mirino degli incendiari, «vorremmo una maggior protezione, sicurezza e tutela nei confronti di chi svolge un ruolo istituzionale». La convinzione della sindachessa ogliastrina non lascia spazio a dubbi: «L'attentato è uno strumento che viene utilizzato per la risoluzione dei conflitti perché, secondo me, non funziona la giustizia ordinaria; in secondo luogo l'autore del reato ha quasi sempre la certezza di rimanere impunito».
Lepori allude a responsabilità precise e i destinatari in platea non si tirano indietro. Il procuratore generale Ettore Angioni ribadisce le storture del nuovo ordinamento giuridico e la carenza di personale: «Mancano i sostituti e i processi vanno a rilento. Ci sono procure come quelle di Tempio, Lanusei e Nuoro che sono quasi al collasso».
Pochi fondi e organico in emergenza: eppure, assicura il generale Carmine Adinolfi, comandante regionale dei Carabinieri «di fronte ai tagli sulle risorse finanziarie ed umane l'Arma si sta impegnando per utilizzare al meglio gli strumenti a sua disposizione. Siamo sempre più a contatto con la gente e nei piccoli centri abbiamo adottato un sistema citofonico piuttosto che lasciare un militare in caserma. Però esiste in alcuni paesi, come Lula e Orune, un problema di accasermamento: alcuni carabinieri non vivono la realtà del posto ma sono costretti a fare i pendolari. Dopo le risposte a carattere investigativo si attendono altre risposte: ognuno deve fare la propria parte».
È una chiamata a raccolta che riguarda tutti anche la denuncia del primo cittadino di Tertenia, Guido Pisu: protesta contro «l'inadeguatezza del sistema del ristoro dei danni: una legge regionale prevede il risarcimento ma nell'applicazione pratica si dimostra assolutamente insufficiente: sinora, in Ogliastra, nessun amministratore che abbia subito dei danni è stato risarcito». Spetta a loro, a esempio, dimostrare all'assicurazione se l'eventuale esplosione abbia effettivamente origine dolosa.
Poi c'è il versante più strettamente politico, con le polemiche e le tensioni portate alle stelle: «A volte», sottolinea Graziano Milia, «trasmettiamo un messaggio di non rispetto. Fare l'amministratore non ce lo ha ordinato il medico e noi per primi dobbiamo tenere la testa sulle spalle, non accettare provocazioni e diffondere sempre più maggiore cultura». Sulla stessa linea il presidente della Regione Renato Soru: «A fronte di una innata mitezza dei sardi, molta violenza nasce dalla ricerca di accaparramento ai fini privati di beni pubblici e dalla ribellione a quella che viene percepita, a torto, come un'ingiustizia».
Anche in questo caso gli esempi sono quelli classici: dall'abuso edilizio a una mancata concessione. Però «non abbiamo mai avuto particolari preoccupazioni nell'assumere decisioni anche impopolari»: vero è che il ricordo della guerriglia sotto la sua abitazione a Bonaria, all'indomani dell'arrivo dei primi rifiuti dalla Campania, è ancora fresco. Ma «questa è una regione dove il suo presidente può ancora andare in giro da solo o rientrare a casa, anche a tarda serata, in totale tranquillità. Perché l'isola è un grande esempio di mitezza e di valore sociale in cui conflittualità e reazioni sono scatenate nella maggior parte dei casi da gestioni del territorio spesso senza regole».
(AGI/red)
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