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domenica 17 febbraio 2008

Rifondazione-Berlusconi rischia
Il no di Casini pesa più dei voti
Veltroni spariglia, fa diventare
il Cavaliere più vecchio di colpo

di Giorgio Melis

Diciamo la verità, erano pochi a scommettere che alla fine, come Fini, Casini non sarebbe tornato nell'ovile di Berlusconi: per convenienza elettorale benché umiliante e necessità contro il rischio-sparizione. Invece il bel Pier ha tenuto duro, facendo di necessità virtù: ha sbattuto la porta in faccia al Cavaliere. È figlio del Coniglio Mannaro Arnaldo Forlani ma è più tosto, combattivo. E dignitoso, anche se dopo averle sbagliate quasi tutte nell'ultimo anno. Ha preso un grosso rischio, e gliene va dato atto, perché già stanno cercando di prosciugargli l'elettorato e i candidati: operazione in atto da tempo e formalizzata col passaggio di Giovanardi in Forza Italia. Ma Casini mette a in discussione molte certezze del centrodestra: sempre più destro-leghista.

Da subito, ieri la conferma, si è capito benissimo che il triumvirato Berlusconi-Fini-Bossi aveva deciso di annettere l'Udc, castrandola per ridurla a portatrice d'acqua: irrilevante. L'annuncio della nascita del Pdl, in 24 ore, con parto cesareo dopo fulminea gravidanza extracorporea, è stata comunicata a cose fatte a Casini mentre andava in treno da Roma a Bologna con la moglie, che doveva sottoporsi a un'ecografia in vista del parto. Un brutale “prendere o lasciare” a posteriori, lanciato sui binari. Prendere significava incassare lo schiaffo, sorridere e sanzionare la propria disfatta in cambio di un pugno di seggi in Parlamento.

Casini si è fortemente doluto con eminence grigia Ruini, che divide i suoi impegni di cappellano politico tra lui e Giuliano Ferrara pro life: il quale annuncia di volere apparentare la sua lista anti (o pro?) aborto a Forza Italia. Clamoroso, nessuno avrebbe sospettato che sarebbe finita così, ci fa rischiare un colpo con questi imprevedibili colpi di teatro da saltimbanchi. Che importa, avrà la benedizione dei Vaticano. Giustamente pensoso degli atei devoto da sbarco piuttosto che della sensibilità dei normali credenti. Inclusi quelli praticanti ma non per essere iscritti d'ufficio a un partito o a un altro, in sacrestia o curia trasformate in comitato elettorale.

Comunque, il Cavaliere non ha mollato né con Casini né a Ruini: la porpora sgualcita. Forse può contare sulla superiore mediazione di Ferrara al Soglio di Pietro. La rottura è stata inevitabile perché premeditata e voluta. La Lega, cartina di tornasole dell'ex Polo, è la più onesta: «meglio così», commenta. Piuttosto fariseo il commento acido di Gianfranco Fini sul «grave errore di Casini». Ma come, fino a due settimane fa, Fini era di gran lunga più duro e liquidatorio di Casini verso Berlusconi. Lo aveva mollato in precedenza per alcuni giri di valzer con Segni e di apertura ad ipotesi che mettessero da parte il Cavaliere. Non importa il peso elettorale dell'adieu di Casini. Resta che è stato più dignitoso, meno accomodante e opportunista di Fini.

Tra i due bolognesi del vecchio Polo, Casini irruente benché democristiano d'antan, si è dimostrato anche meno asservito. Fini il freddo, “inglese”, assai meno tosto della sua fama: l'eredità di Berlusconi val bene una messa stonata, però non provi a occultare d'aver scaricato a freddo il gemello Casini per non avere rivali nella successione. Il cinismo della politica prevede questo e altro: ma non sempre paga alla distanza. Come ha notato il politologo Gianfranco Pasquino (un altro bolognese), Berlusconi ha fatto pagare l'ostilità di Follini e poi di Tabacci proprio a Casini, che ha subito una dolorosa scissione di alta qualità e moralità politica.

Difficile non solidarizzare con Casini che ha detto di no a Marini per evitare le elezioni subito, con questa sporca legge elettorale. Avesse fatto il contrario, sarebbe diventato un eroe del Parlamento (anche a destra) che a casa non voleva proprio andare, guadagnato benemerenze col centrosinistra, diventando per un lungo passaggio l'uomo della Provvidenza e a più lungo termine l'ago della bilancia con un potere contrattuale enorme. Il Cavaliere lo ha ripagato in questo modo, Fini non sente l'imbarazzo di una coltellata a tradimento. Casini può ben dire a Berlusconi che non tutti sono in vendita e lui non può sempre comprare tutto e tutti: anche se lo sta facendo con gli uomini dell'Udc.

L'accettazione del simbolo e l'alleanza esterna con la Lega, rifiutando l'uno e l'altra all'Udc, esprimono un'insofferenza forse esagerata e una volontà liquidatoria che potrebbero costargli care. Casini è stato trattato, benché l'alleato fisso da 14 anni, come indesiderabile appestato rispetto a Bossi. Il tutto sottoscritto da Fini che non si capisce ancora come possa convivere col Senatur. I danni collaterali, politici e d'immagine prima che elettorali, potrebbero risultare altissimi.

Se i giochi sono quasi fatti, la partita generale è aperta. Non solo per la corsa in solitario, obbligata, di Casini. En passant, c'è il rischio che ora il Cavaliere debba imbarcare in qualche modo Mastella. Scelta pesante, squalificante: al Pd servirà molto segnalare chi e dove candiderà il mitico Barbato, il senatore-sputatore dell'Udeur che ha sfregiato per sempre e nel mondo l'immagine politica dell'Italia. Butti Casini, prendi Mastella, anche se ha fatto cadere Prodi. Dilemma pesante, perché il sire di Ceppaloni (Bossi non lo tollera: a ragione) ha mille controindicazioni morali e politiche anche nell'elettorato di destra.

Sotto sotto, e non certo per ragioni elettorali ma solo di gusto e decenza, sono tantissimi gli italiani a sperare che il ciccione viaggiatore destra-sinistra-destra rimanga al palo perché nessuno lo vuole. Senza poter incassare i trenta denari (i seggi che chiede) attesi come ricompensa per il saltafosso: devotamente prima annunciato alle gerarchie vaticane, ormai crocevia dei giochi politici al ribasso in questo incestuoso connubio di Vangelo e scritture politiche da retrobottega.

La partita è riaperta, ma forse non è mai stata chiusa. Soprattutto per il dinamismo comunicativo, la carica innovativa, il senso di cambiamento che Walter Veltroni sta imprimendo alla sua corsa. Sparigliando alla grande, spiazzando il Cavaliere che potrebbe essergli padre e mettendogli in lista, anzi capolista, l'industriale ragazzino Matteo Colaninno, che gli è anagraficamente nipote, un operaio metalmeccanico, donne e giovanotti in tutti i collegi, arruolando nell'inno anche il gradevole Jovanotti. Costretto a farsi da cane da rincorsa dopo essere sempre stato sempre lepre, Berlusconi risulta invecchiato dalla carica dell'avversario. Appare un anziano, combattivissimo ma stanco signore che vuole competere in fiato con un avversario con vent'anni in meno, e lui solo più mezzi, illimitati. Non è esattamente come se Obama fosse contrapposto a Bush ma un poco gli somiglia. Anche perché il Cavaliere era e resta l'amico fidato del caro George, povera America, e Veltroni come i Kennedy tifa per Obama.

È possibile, forse probabile, che gli italiani abbiano subìto una durevole mutazione antropologica da vent'anni di obnubilamento cerebrale per modelli televisivi deteriori, consumistici e degradanti, martellati da Berlusconi e poi rilanciati dalla Rai controllata. In questo caso bisognerà puntare a una lunga traversata del deserto, per risvegliare il sensorio civile e critico di un Paese spostato nominalmente a destra ma soprattutto afflitto da perdita di senso e di razionale autocontrollo.

Molto se non tutto dipenderà dal peso elettorale della “questione settentrionale”. Se Veltroni riuscirà ad aprire almeno una breccia nella roccaforte del Nord polista e leghista, tutto sarà messo in discussione. Non così, se sarà confermata la vocazione conservatrice, di pura difesa dell'esistente. Così come peserà molto l'incognita-Sicilia, dove il Pd scenderà in campo con una delle sue più belle figure, Anna Finocchiaro. Senza illusioni, tuttavia. Le appartenenze, non solo politiche, in Sicilia (ma non solo) vengono avanti a tutto. Largamente anche a un candidato di gran lunga e unanimemente più rispettato e prestigioso di qualunque esponente del centrodestra. Il “fattore C” come Cuffaro potrebbe fare la differenza perché l'ha giurata al Miccichè forzista, candidato al suo posto. Ipotesi rovinosa, una vittoria con Totò determinante: è un “rospo” che non si può baciare, anche perché pensa già lui a baciare troppo.

Il punto politico è che il Popolo delle libertà è solo una Rifondazione-Berlusconi, non un nuovo partito. È solo Forza Italia che traina Alleanza nazionale con i mezzi illimitati del padrone, mentre la Lega non ci pensa per niente a confluire. Benché ancora in via di consolidamento, il Partito Democratico ha avuto una travagliata ma lunga gestazione, con separazione traumatica ma non sanguinosa della Sinistra Arcobaleno, ben lieta di poter fare la sua corsa anche identitaria. Nel Pd sono confluiti dopo un lungo processo i simboli e le culture storiche della Dc e del Pci, con una classe dirigente che sarà radicalmente rinnovata in Parlamento. Una bella differenza col Pdl scaturito dalla volontà di Berlusconi, come Minerva dalla testa dolente di un Giove furente. L'altra differenza la può fare Veltroni, che di giorno in giorno acquista baldanza ed è sempre avanti al Cavaliere per mosse strategiche e tattiche.

Se tutto questo basti a determinare la vittoria dell'uno o dell'altro, non possono dircelo neanche i mostri sacri del sondaggio abusato. Di positivo sono i toni civili della campagna elettorale: finora, più avanti non si sa. Ma non esageriamo a fare i buonisti a tutti i costi, perché sarebbe scelta autocastrante e ipocrita. Se Berlusconi tira fuori, gratuitamente, che Enzo Biagi se n'è andato dalla Rai per soldi e non perché cacciato con Santoro e altri, non si può e non si deve far finta di niente e lasciar sole le figlie del grande giornalista scomparso a ricacciare l'offesa post mortem, dunque doppiamente grave e volgare. Meglio essere non cattivisti ma intransigenti sul piano morale. Si può anche dirlo a bassa voce, senza gridare, però con determinazione: ma vaffa, Cavaliere!


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