sabato 16 febbraio 2008
di Giorgio Melis
I pugnalatori pugnalati: costretti a fare harakiri. I padrini e i patron dei Consorzi industriali battono in ritirata: la riforma si farà, la resistenza delle nomenklature di sinistra e di destra si sbriciola. Renato Soru non aveva neanche informalmente messo un'impossibile fiducia sulla questione. Cade la trincea estrema dei conservatori-restaturatori che nulla vogliono si tocchi nella manomorta regionale: per continuare a sguazzarci e ingrassare a spese dei contribuenti. La consapevolezza, quasi certezza, che il presidente si sarebbe giustamente dimesso se anche questa riforma fosse stata sabotata nel voto segreto ha sconfitto le spinte al tanto peggio tanto meglio, perché ha convinto che sarebbe suonato il “tutti a casa”.
Non è solo una vittoria di Soru, anche se ricompatta per interesse - non per amore e convinzione - una maggioranza sull'orlo del tracollo. Nessuna minaccia preventiva ma un riserbo anche più eloquente. Perché l'uomo di Sanluri sarebbe sicuramente andato fino in fondo: non ha problemi di poltrone da salvare. Anche per autodifesa: a che serve resistere senza poter governare, dovendo anzi assistere giorno dopo giorno al massacro della propria immagine e all'impotenza del proprio ruolo, fissato - non si dimentichi - dai cittadini con l'elezione diretta?
Non c'è stata sfida né abbandono ed è stato bene che così sia andata. La maggioranza e anche alcuni dell'opposizione erano consapevoli che la posta riguardava non solo la riforma dei consorzi ma la prosecuzione della legislatura. Senza atti di forza né annunci ultimativi, Soru ha ottenuto che la sua coalizione traesse da sola le conclusioni, speriamo non solo per un riflesso di conservazione ma anche, nei più responsabili, per un recupero di senso del ruolo e della responsabilità. Soprattutto davanti al fatto ignominioso che si è dovuto approvare il secondo mese di esercizio provvisorio del bilancio: grazie al fatto che il confronto sulla Finanziaria è stato trasformato in campo di battaglia per ogni e qualsiasi questione, specialmente se davvero intrusa, ambigua, opportunistica.
Un controllo possibile a tutti consente di accertare che la Sardegna è l'unica Regione che non ha ancora approvato la manovra di bilancio e lo farà con almeno due mesi di ritardo. Con i grandi danni che ne derivano soprattutto agli enti locali, categorie, organizzazione e all'intera società. La spesa ritarderà ancora per l'irresponsabile atteggiamento di un'assemblea che si concede un altro fine settimana di riposo. In Parlamento, deputati e senatori sono stati spesso precettati di sabato e domenica, in sedute notturne, per rispettare le scadenze. Per il nostro grottesco Consiglio alla messicana (ma forse si offende quel Paese usandolo per uno stereotipo che andrebbe applicato ai nuragici disonorevoli), il fine settimana è sacro, dopo aver faticato terribilmente dal martedì al venerdì pomeriggio: per appena ventimila euro al mese.
Questo abbaiante, logorroico Mauro Pili, disco rotto che non riesce a metabolizzare la sacrosanta cacciata dalla Regione e a ore alterne chiede le dimissioni di Soru, provi a manifestare un minimo di serietà. Proponga la class action orecchiata da Bersani contro il Consiglio. A parti rovesciate, era stato vittima anche lui - su Finanziarie peraltro disastrose - di un sistema di potere assembleare che è una vera, insopportabile tirannia permanente, con ogni maggioranza, contro la Sardegna.
Se questo è l'indegno parlamentarismo, presunto salvifico rispetto al presidenzialsimo presunto dispotico, si delegittima da solo e lo fa da almeno tre lustri. Oltretutto nelle forme odiose del voto segreto su scelte e atti spesso amministrativi, non politici. Pensiamo alla miserabile bocciatura a lupara del finanziamento per la normale manutenzione del parco del Molentargius: era una scelta di governo o un semplice adempimento dovuto? Lo si usa per imboscate o per marchette ignobili. Perché non dicono una parola su questo miserabile, paralizzante e inquinato parlamentarismo osceno quelli che hanno voluto il referendum sulla Statutaria, respinto dall'85 per cento dei sardi? Ve lo diciamo. Perché gran parte dei consiglieri proponenti - e i loro sodali esterni - vogliono proprio l'indecenza di una posizione di rendita ignobile, antidemocratica e vergognosa: sarebbe questo il primato della politica.
Comunque c'è stata una resipiscenza in qualche modo coartata rispetto all'andazzo delle ultime settimane, col ballo in maschera dei pugnalatori. Non hanno trovato sponde adeguate benché offerte cinicamente. Nella frustrata, penosa dichiarazione del balente Capelli («abbiamo perso l'ultima occasione per far cadere Soru») c'è tutto il senso umiliante di un'antipolitica praticata da pseudo-politici che poi ne contestano il dilagare nella società. Non la Finanziaria, che serve a tutti, era l'oggetto del confronto ma la cacciata di un presidente: è legittimo volerla e ricercarla, ma non affossando un bilancio che deve irrorare l'intera società.
L'ammissione di impotenza e di sconfitta di Capelli è un'autodenuncia che spiega meglio di ogni altra parola il profilo infimo di un'opposizione che sa solo cercare le complicità dei peggiori omologhi della maggioranza per distruggere: senza alcuna ricerca di sbocchi costruttivi. Nella seduta sui Consorzi, dopo aver raggiunto praticamente l'unanimità (a parte il patetico Mario Medde, non preso più sul serio neanche dalle donne della pulizia della Cisl) sulle cruciali politiche del lavoro, si è ricominciato da capo come se nulla fosse accaduto. C'è stata la staffetta tra i basisti dell'agguato a volto coperto nel voto segreto. Dopo l'eroico Ignazio Artizzu (ma il vergognoso sindaco Emilio Floris continua a tacere per l'attacco al parco di Molentargius, di cui è vicepresidente), il compito di preparare il terreno per le imboscate a scrutinio segreto è stato assunto dal balente di Oliena.
Giusto il passaggio del testimone. Sui consorzi industriali, il lavoro sporco non poteva farlo ancora Artizzu, essendo portavoce ufficioso e consigliere ben remunerato del Casic. Perciò alla bisogna si prestato Capelli, che la mena a protagonista ed è solo comparsa. Ci ha provato ripetutamente e ne è uscito scornato, a coda bassa. L'invito a sfoderare i pugnali non è stato raccolto nella maggioranza, che lo ha anzi rigettato con nettezza. Sarà per un'altra volta: il balente ha fatto harakiri mentre pensava al trionfo. E con lui i pugnalatori pronti a colpire ancora ma che hanno fiutato l'aria infida: coraggiosamente hanno scelto la poltrona stabile al dissenso da esibire solo senza pagare dazio. Politicamente, escono a pezzi da questa squallida vicenda.
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