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sabato 16 febbraio 2008

Spingere la guerra fuori dalla storia
Una sfida per le donne di pace,
impegnate a vivere in un mondo più giusto

di Elvira Corona

«Forse non riusciremo a far uscire il mondo dalle guerre, ma sono certa che vale la pena tentare». Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo, una vita spesa contro le guerre e le ingiustizie, ieri era a Cagliari per la conferenza “Donne di pace - per una politica di convivenza nelle differenze”, organizzata dall'Ufficio della consigliera di Parità della Provincia. «Vale la pena tentare che la guerra finisca fuori dalla storia», ha detto Morgantini: «cosa difficilissima, che richiede un forte impegno personale da parte di tutti. È necessario un percorso interno da parte di ciascuno di noi, e non basta avere un corpo di donna per essere dalla parte della giustizia e della pace».

Parole di una donna concreta, forse disillusa, che va oltre i facili buonismi in cui è spesso si scivola quando si parla di donne. «Ci sono donne che si rendono complici di guerre e ingiustizie, ma ci sono anche quelle che si oppongono». In questi anni, Luisa Morgantini ha lavorato per fare in modo che la figura del nemico non esista. «Oggi tutti ci propongono tanti nemici: lo straniero, l'immigrato, il terrorista. Non nego che i nemici ci siano, però è necessario un lavoro per favorire un cambio di visuale». Per spiegare la sua opposizione alla guerra cita una frase della scrittrice tedesca Christa Wolf - tra uccidere e morire esiste una terza via: vivere - ma aggiunge che vivere non basta: è necessario impegnarsi per vivere in un mondo giusto.

E lei il suo impegno ce lo mette tutto, si capisce dai racconti delle sue esperienza di donna di pace. Dal primo viaggio nei territori palestinesi occupati - insieme a un gruppo composto da donne, nel 1987 - dove incontra una delegazione di donne palestinesi e una di donne dissidenti israeliane, quelle che poi tutto il mondo conoscerà come le donne in nero. Donne convinte che da loro possa partire un dialogo per la pace. «Esperienza difficile», racconta la Morgantini. «Quando siamo partite pensavamo fosse una cosa semplice far incontrare due gruppi di donne, ma in Palestina è un problema anche incontrarsi fisicamente». Descrive uno scenario di militarizzazione permanente e una quotidianità fatta di umiliazioni, eppure nonostante tutti gli ostacoli le donne palestinesi sono riuscite a incontrare le donne israeliane.

«È stato un esperimento di diplomazia dal basso, ci siamo confrontate e abbiamo capito che noi italiane eravamo troppo ottimiste e che avevamo delle idee stereotipate. Man mano abbiamo capito che anche la parola pace non ha lo stesso significato per tutti». Da questa esperienza poi è nata la rete internazionale di donne contro le guerre, che ripudiano ogni forma di guerra, di terrorismo, di fondamentalismo e di violazione dei diritti umani e civili delle bambine, dei bambini, delle donne e degli uomini cittadini del mondo, convinte che l'utilizzo di pratiche nonviolente sia l'unica strada percorribile per la mediazione dei conflitti.

Non solo donne in nero. Israele e Palestina sono ricchi di movimenti e associazioni che lavorano rifiutando prima di tutto la guerra. Come i combattenti per la pace, gruppo di ex militari israeliani che si rifiutano di uccidere e di usare violenza e - cosa fondamentale - riconoscono il dritto dei palestinesi ad avere un proprio stato. Ma anche associazioni di genitori di vittime di guerra, gruppi misti di genitori israeliani e palestinesi che rifiutano la vendetta: «Non possiamo fa pagare ai nostri figli le nostre politiche». E la politica a cui si riferiscono è quella israeliana, che viene accusata da questi gruppi di essere basata proprio sulla vendetta.

La vicepresidente del parlamento europeo ha ricordato anche l'Anno europeo per il dialogo interculturale, ma con toni critici. «In agenda ci sono grandi eventi, grandi dichiarazioni di principio, ma per parlare di dialogo interculturale è necessario iniziare dalla nostra vita di tutti i giorni, ed effettuare un cambiamento profondo, nei comportamenti. Ci si sente impotenti di fronte alle tante ingiustizie del mondo, ma qualcosa cambia».

Anche Aide Esu, ricercatrice di sociologia nella Facoltà di Scienze politiche, ha raccontato la sua esperienza con l'associazione di donne palestinesi che non potendo superare i check-point hanno iniziato ad osservarli, fino ad arrivare a un'attività vera e propria che ha lo scopo di monitorare l'attività dei militari israeliani ai punti di controllo, ma anche anche tutte le violazioni dei diritti umani che lì vengono compiute. Parla di crescita collettiva per riconoscere l'altro, ma ricorda che «prima di ri-conoscere è necessario conoscere».

Il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, ha parlato del conflitto israelo-palestinese come di un simbolo delle difficoltà del mondo di riorganizzarsi dopo la seconda guerra mondiale, e di come nel nuovo millennio ci sia bisogno di politiche differenti rispetto al passato: «Bisogna ricercare la pace tenendo conto della necessità di accettare un compromesso». Parola che non viene mai usata, secondo Milia, ma che è fondamentale. E ognuno di noi può fare qualcosa. Milia attacca poi le posizioni dell'Unione europea per quanto riguarda la sospensione degli aiuti al governo palestinese: «Se ne capisce la ragione, ma ci sarebbe da chiedersi quanto con il passare dei giorni queste decisioni faranno aumentare il consenso per Hamas che invece si vuole colpire». Parla poi del ruolo positivo che possono avere le autonomie locali in contesti cosi difficili: «La ricerca della pace non si fa solo manifestando in piazza, ma anche mettendo in campo progetti di cooperazione decentrata».

Amalia Schirru, deputato dell'Ulivo nella legislatura appena conclusa, invece ha denunciato come negli ultimi tempi si percepisca una volontà di colpire la voce delle donne: «È sempre difficile avere degli spazi ed essere ascoltate, ma l'iniziativa di oggi ci aiuta a non perdere la nostra forza».

Anna di Martino, che rappresentava l'assessore provinciale delle politiche sociali e della famiglia, Angela Quaquero, ha elencato i progetti e gli impegni dell'assessorato a favore delle donne e della pace. Percorsi di integrazione e inclusione con le immigrate, ma anche progetti con i paesi di origine, per conoscere meglio la cultura delle persone che vivono con noi; l'impegno per favorire l'uscita delle donne dalla tratta, nel quale sono impegnati i mediatori culturali; non ultima poi la casa dei rifugiati inaugurata l'anno scorso, che accoglie tra gli altri anche donne con i loro bambini.

Tonina Dedoni - Consigliera di parità e per l'occasione padrona di casa - ha sottolineato come le donne siano le protagoniste di trame di pace ma sempre in silenzio, lontane dai riflettori e di come - nonostante il loro impegno - quasi mai siedano ai tavoli di potere dove si decide la pace. Luisa Morgantini ha concluso la conferenza invitando tutti a ripensare alla guerra, alle spese militari con cifre sempre più alte, e alla necessità di disarmo, perché è con le armi che si fanno le guerre ed «è una follia costruire ciò che distrugge».


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