sabato 16 febbraio 2008
di Elvira Corona
Non è vero che la guerra è sempre stata e sempre sarà. Luisa Morgantini è convinta che ci esista un'altra strada. La vicepresidente dell'Europarlamento è figlia di partigiani, e quando suo padre diceva «mai più la guerra» lei - ancora bambina - non capiva bene cosa volesse dire. Pensava che di fronte alle oppressioni e alle ingiustizie la risposta anche armata fosse una strada percorribile.
Oggi pensa che la strada sia quella della nonviolenza, della trasformazione delle coscienze, del riconoscimento del diritto di ogni donna ed ogni uomo alla libertà, alla giustizia sociale, al lavoro, alla casa, alla salute. E riconosce anche i diritti della terra, dell'aria, dell'acqua, del cielo, degli animali, di ogni essere vivente a non essere ferito, umiliato, usato a fini del profitto invece che del benessere per tutte e tutti. Quella frase di suo padre «mai più guerra» è diventata per lei un impegno di vita. Poco prima della conferenza Donne di pace, ha risposto a qualche domanda per l'AltraVoce.
Migliaia di donne sono scese in piazza in tutta Italia per difendere la 194, una legge che ha ormai 30 anni. Che sta succedendo?
«Trovo veramente triste che ci sia bisogno di scendere in piazza per difendere una legge giusta e umana, e trovo assolutamente allucinante che una donna dopo che ha subito un intervento per interruzione di gravidanza venga assalita dalla polizia. Da donna dico che l'aborto è una cosa dolorosissima ma trovo giusto che ci sia la possibilità di scegliere per difendere la salute delle donne. Stiamo vivendo in un mondo di fondamentalismi, spero solo che riusciamo a fermarci in tempo».
Lei è da sempre impegnata a favore della popolazione palestinese, ora è vicepresidente del Parlamento europeo. Non trova che l'atteggiamento dell'Ue nei confronti della questione palestinese sia un po' schizofrenico?
«Molto peggio. Ho fatto delle dichiarazioni in cui denuncio la complicità dell'Unione europea per la mancata soluzione del conflitto. Anni fa l'Ue si era espressa a favore della costituzione di due stati in medio oriente, ma di fatto ne riconosce solo uno, e piano piano si allontana l'idea di convivenza pacifica tra i due. L'Europa è responsabile o di non concedere aiuti alla Palestina, oppure di concederli e di tollerare che poi siano polverizzati dalle forze israeliane. Pensiamo agli aiuti per costruire scuole, ospedali che poi vengono bombardati e distrutti. Con questo non voglio giustificare le azioni dei gruppi estremisti palestinesi, sono illegali da una parte e dall'altra. Però è necessaria più coerenza da parte della comunità internazionale».
Che ruolo hanno le donne in questo scenario di guerra continua?
Le donne sono all'avanguardia, sia nella liberazione che nell'emancipazione. Anche se dal 2000, con la seconda intifada, la popolazione civile e quindi anche le donne hanno subito una battuta d'arresto. Con Hamas che ha contribuito a tornare indietro, o almeno a non andare avanti. Le conquiste fatte però non si sono perdute e, soprattutto negli ultimi anni per esempio si sono attivati vari servizi per proteggere le donna dalle violenze, attività di sensibilizzazione contro i delitti d'onore che sono ancora tanti, centri di accoglienza e di ascolto».
In Europa si parla di sicurezza delle frontiere e di progetti per rafforzarle. Lei è anche membro della sottocommissione per i diritti umani: come tutelare le persone che cercano di arrivare nel Vecchio continente?
«Io sono dell'idea che quando si parla di diritti umani non si possono usare due pesi e due misure. Ci sono violazioni dei diritti umani compiute da tutti i paesi europei. Io e il mio gruppo sosteniamo una campagna che si chiama No fortresse Europe perché vediamo l'immigrazione come una fonte di arricchimento non di pericolo. Dall'11 settembre in poi c'è troppa attenzione per la questione sicurezza e nessuna attenzione per lo sviluppo dei paesi dai quali l'immigrazione arriva. È il caso di cambiare la prospettiva».
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