sabato 16 febbraio 2008
di Giacomo Occhioni
Olbia è una città dove tutto scorre lieve. Dove trovi le Mercedes ultimo modello parcheggiate davanti a sgaruppate case popolari, e magari quello che ci ha parcheggiato la fuoriserie l'alloggio lo ha pure occupato abusivamente. Dove trovi gente cui nulla interessa, ma esce dal limbo se c'è da promuovere un campanilismo senza senso contro l'odiata Tempio, che si tratti di decidere il capoluogo di provincia o di vincere una partita di calcio.
Olbia, soprattutto, è presa da questa frenesia della crescita: più abitanti uguale più prestigio, maggiore visibilità e via dicendo. Nessuno che dica che su 24 piani urbanistici di quartiere 17 sono di risanamento, il che significa che la città è cresciuta abusivamente per il 70 per cento della sua estensione. Nessuno che si chieda come vive la gente delle periferie senza acqua né asfalti. Una sorta di ubriacatura generale che non riguarda solo il cosiddetto popolino, ma anche certe intelligenze cui la coscienza critica, ultimamente, fa difetto.
In questa paciosa acquiescenza, fa impressione il silenzio di fronte all'indagine della Procura di Milano sul riciclaggio di soldi sporchi provenienti da attività delle cosche camorristiche calabresi. Riassumendo la vicenda, circa una settimana fa il Gip Guido Salvini ha accolto le richieste dei magistrati ordinando l'arresto di nove persone, tra cui un olbiese e un calabrese residente da tempo a Pittulongu.
Per farsi un'idea di quello che stava accadendo in città, occorre leggere le circa 300 pagine del fascicolo, gran parte delle quali riguardano proprio il versante olbiese dell'inchiesta. In tempi di censure e di Mastella, occorre ricordare che un'ordinanza di custodia cautelare è un atto pubblico non coperto da alcun segreto. Tornando all'indagine Dirty Money - così l'hanno chiamata i carabinieri del Ros milanese - si legge roba da far paura: un clan di personaggi senza scrupoli, con al seguito killer professionisti, muoveva da Mesoraca - centro ad altra infiltrazione malavitosa del crotonese - per giungere a Olbia, incontrando imprenditori e politici tra il ristorante Gallura e gli hotel Royal e Luna Lughente. Obiettivo, acquistare terreni edificabili, che se già non lo erano edificabili sarebbero diventati grazie alle consolidate relazioni con la classe politica locale.
Una precisazione: le prove di questa torbida commistione non sono basate su libere deduzioni, ma su decine di intercettazioni telefoniche e ambientali (molte delle quali su aerei Meridiana, su cui viaggiava il clan nei suoi spostamenti verso Olbia), nelle quali figura il gotha dell'imprenditoria olbiese. Secondo i magistrati, a capo di tutto c'era l'avvocato Giuseppe Carlo Melzi, noto per essere stato il difensore dei piccoli risparmiatori al tempo del crack Ambrosiano e conosciutissimo in Gallura, che a Olbia agiva in combutta con un avvocato di Tempio.
In sostanza, i soldi sporchi ottenuti col traffico di droga e di armi finivano in Svizzera, dove nascevano istituti di credito fasulli che poi venivano fatti fallire. Quindi, il denaro prendeva la via di Olbia per essere investito nel solito, affidabile mattone. Non solo: il clan di Mesoraca aveva anche fatto nascere a Olbia (atto registrato presso un notaio di viale Aldo Moro) un'impresa edile gestita da due personaggi legati alle cosche, che si sarebbe occupata di costruire le centinaia di villette che i calabresi, in società con imprenditori locali, avrebbero dovuto far spuntare alla periferia della città.
Tutto certificato, verificabile consultando gli atti. Da altre parti, ci si sarebbe come minimo premurati di convocare un Consiglio comunale e parlarne. Ma all'Olbia da bere questi argomenti non interessano, evidentemente.
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