venerdì 15 febbraio 2008
di Marco Murgia
Il teatro ha il pavimento con moquette dell'aula del Consiglio regionale. In scena la “prima” di Renato Soru davanti all'assemblea, all'indomani della bocciatura parziale della Corte costituzionale per le tasse sul lusso. Riflettori puntati sul presidente della Regione: atteso al varco da tutto il centrodestra e rinfrancato dal vertice di maggioranza di due sere fa, a poche ore della sentenza della Consulta. Nel centrosinistra non mancano i distinguo, dall'opposizione la richiesta è una sola: dimissioni subito per non creare altri danni all'immagine della Sardegna. Non sarà così, aveva già annunciato il governatore: «Credo che politicamente fossimo nel giusto». C'è una sentenza che stoppa uno dei fiori all'occhiello della legislatura: «Rispetto totalmente la decisione ma sono anche orgoglioso della politica di tagli e risparmi che abbiamo portato avanti in questi anni».
Il ragionamento di Soru si muove su due direttrici che finiscono per intersecarsi. La prima è quella politica: della sentenza «attendiamo le motivazioni» e comunque «dovremo fare qualcosa perché non ci sia un reddito prodotto in Sardegna che sfugga alla compartecipazione regionale». Chi attendeva le dimissioni del presidente, e chi le ha chieste ancora ieri, dovrà aspettare ancora: magari al momento della discussione in Consiglio sui consorzi industriali. Intanto «decideremo il da farsi: continuare il confronto con lo Stato o agire per ribadire la piena legittimità dell'articolo 8 dello Statuto speciale, ossia il diritto all'autonomia impositiva».
L'intenzione di andare avanti è confermata anche in risposta ai consiglieri dell'Udeur che ieri hanno definitivamente sancito l'uscita del partito dalla maggioranza: «Se l'invito a dimettermi viene da due consiglieri regionali che per due volte sono saltati da uno schieramento all'altro, chiederei a loro di dimettersi. Io proseguo con coerenza quello che ho iniziato a fare in questa legislatura». Azioni di cui il presidente è «orgoglioso: non abbiamo introdotto nuove tasse ma le abbiamo ridotte, ad esempio con l'Irap; abbiamo tagliato in maniera esemplare i costi correnti della pubblica amministrazione e gli sprechi».
Le imposte, ricorda, erano state introdotte «in un momento finanziario difficile per la Regione, quando c'era un disavanzo di 1 miliardo e 200 milioni di euro: in assenza di risposte positive dallo Stato avevamo avviato un'importante politica di risanamento e nel contempo avevamo pensato di valorizzare l'autonomia impositiva che l'articolo 8 dello Statuto ci riconosce, chiedendo maggiore equità fiscale con il contributo di chi fa lauti guadagni sulle plusvalenze che oggi non sono tassate». Una «scelta coraggiosa» buona per «aiutarci a costruire scuole e ospedali»: quindi «politicamente siamo nel giusto».
L'altra direttrice è quella delle conseguenze immediate: a fare da tramite è la politica di risanamento delle casse regionali degli ultimi anni. La bocciatura comporterà una variazione di 50 milioni di euro nelle entrate previste nella finanziaria: potranno essere riassorbite «prevedendo diminuzioni di spesa all'interno degli investimenti straordinari per l'edilizia sanitaria, già finanziata ampiamente». Passaggio contabile possibile solo con una immediata modifica in corsa al primo articolo del documento contabile in discussione, sollecitata da più parti: sarà la Giunta a presentarla all'aula.
Il peso della sentenza ha radici che vanno ben oltre i possibili errori dei costituzionalisti messi in campo dalla Giunta. Il ragionamento del segretario regionale del Partito democratico, Antonello Cabras, è affidato a una nota che indica il «vuoto normativo statale che ha determinato la bocciatura dell'autonomia impositiva della Regione». Secondo il senatore «la Costituzione assegna alla Regione autonomia impositiva in un quadro di compatibilità definita dallo Stato federalismo fiscale: questa cornice ancora non esiste e per questo è arrivata la censura che nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Governo ha visto soccombere la Regione. C'è da domandarsi se è legittimo che l'inerzia dello Stato limiti le prerogative della Regione, è un tema sollevato anche in altre occasioni e per altre materie dalla stessa Consulta».
La via da percorrere è una sola: «Occorre sviluppare ogni iniziativa perché lo Stato legiferi al più presto per rendere attivo ed efficace il federalismo fiscale sancito dall'articolo 119 della nostra costituzione, riformato nel 2001».
Secondo Mario Diana (An) la sentenza della Corte costituzionale è una «botta pesante che potrebbe non essere la sola: si attende ancora la risposta sulle anticipazioni (500 milioni) delle entrate del 2011. Se la sentenza fosse analoga, bisognerebbe trarre pesanti conclusioni». In Forza Italia si ribadisce le richiesta di dimissioni del presidente della Regione per «il suo tentativo di giustificare errori madornali», spiega il capogruppo Giorgio La Spisa. Di «demagogia schizofrenica di chi deve sempre sbalordire» parla Mario Floris (Uds), prima di ricordare come la Regione sia «impegnata in diversi livelli di giustizia, da quella amministrativa alla penale, dalla Corte dei conti a quella di Giustizia, rischiando di diventare la barzelletta d'Europa».
Niente risate per i consiglieri dell'Udeur: secondo Pietro Pittalis la sentenza «è uno stop ulteriore alle politiche dei divieti di questa Giunta. Il presidente Soru dice che dobbiamo leggere le motivazioni, e siamo d'accordo. Ma abbia il buon gusto di dimettersi alla luce dei provvedimenti in arrivo da tutte le magistrature»: una conferma in aula di quanto già chiesto insieme ai colleghi Marracini e Lai durante una conferenza stampa organizzata prima della seduta consiliare.
Di toni «eccessivi» da parte del centrodestra parla il capogruppo di Rifondazione Luciano Uras: «Chiediamo invece che in questa o, chissà, nella prossima legislatura si discuta dei temi dell'autonomia impositiva delle regioni e della nostra regione. Anche in vista della rivisitazione dello Statuto, la richiesta di dimissioni ci pare francamente fuori luogo: l'intenzione di questa legge era anche quella di censire le doppie case, spesso occasione di grandi evasioni fiscali». Allora si prenda atto «che il federalismo fiscale non è possibile con l'attuale impianto Costituzionale» e si lavori sull'articolo 13 dello statuto sardo, «che parla di rinascita e sviluppo».
L'invito ad «abbassare il tono della polemica» arriva anche dallo Sdi. Ma, ricorda Balia, «le perplessità espresse a suo tempo dai socialisti furono accantonate con un senso di fastidio. Invece, erano opportune maggiori capacità di ascolto da parte della Giunta e maggiori certezze giuridiche». L'esortazione a un maggiore ascolto arriva anche dall'esponente di Sinistra autonomista Renato Cugini: «Nessuno intende disconoscere il giudizio della Consulta ma in questa sede è importante la riflessione». Quello dell'autonomia impositiva «è un pensiero che non appartiene soltanto alla Sardegna ma ha carattere sopranazionale. La sentenza dice che la Regione e il Consiglio regionale hanno sbagliato scrivendo questa legge, ma è arrivato allora il momento di interrogarci sulle competenze che stiamo utilizzando: non è possibile che ad ogni incrocio siamo multati».
La difesa a spada tratta arriva dal capogruppo del Pd Siro Marrocu: la Consulta, dice, non ha bocciato le decisioni di Soru «ma quanto approvato dal Consiglio regionale. Non mi vergogno della scelta portata avanti e condivisa dalla maggioranza e dalla Giunta: avevamo il dovere di cercare di trovare le risorse e l'abbiamo fatto». Vero è che la decisione della Consulta «è una sconfitta politica, ma siamo in grado di concludere questa finanziaria per il bene della Sardegna: anche senza le entrate delle tasse sul lusso possiamo contare sul 40 per cento delle risorse in più rispetto al 2004».
In chiusura di dibattito, l'assessore al Bilancio Eliseo Secci ha confermato che in attesa che venga depositata la sentenza della Consulta, la Regione ha tutta l'intenzione di rispettarla: «Certo non possiamo gioire della decisione: ma con fatica e sofferenza ci adegueremo. Siamo convinti che è stato fatto un passo indietro ma non ci scoraggiamo».
Ci gode, Mauro Pili. Il deputato di Forza Italia aggiunge al danno la beffa: «Utilizzeremo uno strumento introdotto dal centrosinistra nell'ultima finanziaria dello Stato per far risarcire alla Sardegna i danni provocati da scelte scellerate messe in campo con l'unico risultato di danneggiare l'immagine del turismo sardo. Abbiamo dato incarico ad un pool di legali di studiare una class action risarcitoria per i danni causati dalle tasse sul turismo e sull'arrivo dei rifiuti campani», perché «ora qualcuno deve pagare i danni d'immagine provocati all'isola e ai sardi». Parla di «scelta obbligata» e «atto doveroso» che nascono «dalle tante richieste giunte soprattutto dal mondo dell'emigrazione sarda nel mondo che ha segnalato il danno d'immagine che ha subito la Sardegna a livello internazionale».
La sponda ideale è quella del compagno di partito e sindaco di Castelsardo Franco Cuccureddu: «Con la sentenza viene restituito ai sardi il diritto di sentirsi italiani ed europei al pari di tutti gli altri. In questi anni infatti, in diverse occasioni e in diversi contesti internazionali, ci è stato detto - afferma - che non eravamo degni di restare in Europa, a causa di un tributo che puzzava molto di razzismo o nella migliore delle ipotesi di discriminazione sulla base della residenza. Da oggi si può ricominciare a credere nel turismo». Secondo il coordinatore regionale azzurro Piergiorgio Massidda «è umiliante che la nostra isola debba sperare negli interventi dall'alto per vedere riconosciute la democrazia e la dignità dei sardi. Noi difendiamo l'autonomia», dice il senatore, «ed è avvilente sottostare all'arroganza di chi in nome di un pugno di voti crede di essere diventato padrone dei sardi e della Sardegna».
Esultano anche le associazioni che da tempo si battevano contro le tasse sul lusso. Da “Voglio Vivere” - il gruppo genovese che organizzava le manifestazioni a Roma e protagonista di un duro scontro con la Fasi sulla paternità della lotta - arriva un monito ai politici perché non si attribuiscano meriti non loro. La stessa Fasi, invece, giudica un «bene che la Corte Costituzionale abbia bocciato la tassa accogliendo il ricorso del Governo Prodi». Se una parte dei sardi non residenti era già stata esonerata, ricorda l'esecutivo della Federazione Associazioni Sarde in Italia, «restava una parte che doveva pagarla. La discriminazione risultava addirittura più ingiusta: pagava infatti chi era emigrato senza avere niente e proveniva dalle zone interne e aveva speso gran parte dei suoi risparmi per una casa al mare, per la propria vecchiaia e per i figli».
Di più: «Questa tassa sarebbe stata un grave errore anche se prevista e applicata per i non sardi. Non costituiva certo un motivo per amare e difendere, anche da parte degli altri, la nostra isola e il suo patrimonio naturale. Insieme alla soddisfazione per questo risultato che evita un'ingiustizia palese, resta un rammarico: che sia stata la Corte Costituzionale, invece del Consiglio regionale sardo, a cancellare questa cattiva legge».
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