venerdì 15 febbraio 2008
di Sergio Ravaioli
È meglio essere ricchi e istruiti oppure poveri e ignoranti? Nel dibattito in corso tra sostenitori e detrattori (tra i quali chi scrive) del programma della Regione Master and Back, che finanzia giovani laureati desiderosi di specializzarsi fuori dalla Sardegna, tali sembrerebbero essere i corni del problema, almeno a giudizio dei sostenitori. Per i detrattori invece il dilemma è: meglio ricchi, istruiti ed emigrati oppure benestanti, istruiti e sardi anche in quanto a residenza?
Se invece si abbandona lo spirito polemico degno del Senato della Repubblica italiana e si ragiona pacatamente, non sarà difficile convenire che qualcosa, anzi molto, da modificare in effetti c'è.
Non mi riferisco tanto alla pur giusta rivendicazione dei vincitori del concorso, i quali una volta tornati, convinti di ricevere 1.200 euro, se ne son visti consegnare circa 800. È il problema di tutti coloro i quali vivono del proprio lavoro, siano essi dipendenti, co.co.co o professionisti: il socio di maggioranza (lo Stato) vuole la sua parte, che in molti casi addirittura supera la metà (all'estero il prelievo fiscale non cambia, solo che il corrispettivo in servizi è migliore e le retribuzioni sono molto più alte).
La critica al programma riguarda la redditività dell'investimento, che nella pratica ultradecennale di finanziamento delle alte specializzazioni si è dimostrato essere una comoda autostrada per favorire la fuga dalla Sardegna dei nostri migliori cervelli (non dimentichiamo che viene fatta una selezione piuttosto rigorosa). Non è bastato aggiungere il Back al programma di finanziamento dei Master: la maggior parte non torna! E se torna rapidamente si pente e scappa via.
Che senso ha infatti restare (per quanto tempo poi non si sa) a prendere 800 euro al mese in una Università che non funziona, priva di mezzi, e dove la relazione tra merito e carriera è l'eccezione e non la regola, quando sono possibili altre scelte? Non basta l'amore per la propria terra, l'affetto dei familiari, il sole e il mare: la Sardegna diventa la terra dove si torna per le vacanze, e da dove si riparte con il magone, non la terra dove si lavora! Realtà che ben conoscono le centinaia di migliaia di emigrati dalla Sardegna, sia quelli partiti con la valigia di cartone che quelli partiti con il notebook.
Obbiezione dei sostenitori: meglio partire con il notebook che con la valigia di cartone, e poi non si sa mai, dagli emigrati qualcosa ritorna. Certamente per il singolo è molto meglio andare a lavorare in un Centro di ricerca o in un'impresa del terziario avanzato che non in una miniera o a fare il pizzaiolo.
Ma alla Sardegna cosa ne viene? Il minatore e il pizzaiolo non sono costati nulla alle casse pubbliche, il laureato con Master è costato ai contribuenti un sacco di soldi. E poi non si era detto che la Sardegna per svilupparsi deve puntare sulle elevate professionalità, sull'economia della conoscenza, sui centri di eccellenza? Dove le andiamo a cercare? A Pula nel parco tecnologico? O nell'Università di Nuoro? O di Iglesias? Forse meglio nel parentado dei professionisti della politica e dei vari baroni universitari.
C'è poco da dire: il problema della fuga dei cervelli esiste e non è di semplice soluzione. Uno spunto interessante viene dall'India, come ci segnalava alcuni giorni fa, su un quotidiano di Cagliari, Antonio Marongiu in un bell'intervento dal titolo “Gli indiani del futuro studiano in patria e non fanno la valigia”. Cosa è successo in quel Paese del terzo mondo? Per dirla in una parola: è arrivato (…sta arrivando) lo sviluppo! Per meglio dire è arrivata la crescita economica: lo sviluppo segue lentamente.
Non ci sono scorciatoie, il nodo è lì: crescita e sviluppo! E ricette semplici al riguardo non le ha nessuno. La sola cosa che dovrebbe essere assodata è che occorre agire su molti fattori contemporaneamente, in tempi non brevissimi, riuscendo a mobilitare tutte le energie che la società mette a disposizione.
Ho già scritto in altra occasione che per un breve periodo la Sardegna, grosso modo tra il 1975 e il 1980, amministrata da un ceto politico di elevata qualità, è stata sul punto di imbroccare la strada giusta, con gli strumenti del cosiddetto secondo piano di Rinascita. Purtroppo ha avuto fretta di raccogliere i risultati ed ha buttato via acqua sporca e bambino.
Eppure la dimensione giusta è quella e solo quella: singoli interventi non servono a nulla. Occorre un vasto e condiviso programma di innovazione: come quello predisposto da Pietrino Soddu, Umberto Cardia, Mario Melis, Nino Carrus oltre trent'anni fa. O come quello predisposto trenta giorni fa da Jacques Attali e compagni per “liberare la crescita della Francia”.
Si è scritto che in Italia, e tanto meno in Sardegna, purtroppo non abbiamo un Attali. Sarà anche vero, ma quel che è peggio è che non abbiamo il committente di Attali, e cioè un potere politico che si ponga i problemi della crescita in termini di sistema e non di singolo spot!
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