giovedì 14 febbraio 2008
Interventi.
di Raffaele Deidda
Fra le notizie sfuggite al momento della loro “emersione” (è stato già detto: informarsi è da secondo lavoro) ce n'è una apparentemnente poco eclatante ma molto importante, invece, per ricondurre a ragione - è proprio il caso di dirlo - e a verità la vicenda che ha tenuto banco nel mese di gennaio e di cui tanto si era detto e scritto anche nello spazio di libertà messo a disposizione da l'AltraVoce: la mancata presenza di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università “La Sapienza” di Roma.
La notizia, riportata in una nota dell'AGI del 1º febbraio, attiene al fatto che il rettore Renato Guarini ha inviato a «tutti i componenti della comunità della Sapienza» una lettera finalizzata a chiudere (finalmente!) la vicenda della mancata visita del Papa all'Università. In questa lettera il professor Guarini considera l'episodio, che tanto clamore aveva destato, come «un'occasione per ribadire che la comunità accademica è per sua natura aperta al dialogo» e che «il diritto di critica da parte di alcuni docenti era legittimo, così come le iniziative assunte da parte di alcuni gruppi di studenti in forme rispettose e adeguate all'ambiente universitario».
Meglio tardi che mai, anche se il magnifico rettore ha poi aggiunto che vi sono comunque stati «alcuni interventi successivi che pretendevano di arrogarsi un diritto di veto o che nella forma diventavano lesivi del rispetto che tutta la comunità universitaria deve prima di tutto a sé». Guarini ha precisato come sia nato un equivoco molto sgradevole perché «alcuni docenti hanno interpretato l'invito come una sollecitazione a tenere la lezione magistrale, a seguito di un mero errore materiale riportato nella comunicazione sintetica degli uffici», mentre il rettorato aveva inteso invitare il Papa, fin dal 17 marzo 2007, a «intervenire a conclusione della cerimonia».
A chiarimento avvenuto, col Papa trincerato in Vaticano ancora meta continua del pellegrinaggio solidale di tanti politici fedeli e di atei devoti in cerca di visibilità, il rettore ha voluto spezzare una lancia a favore dei docenti, dimostrando «l'apprezzamento per il lavoro scientifico e didattico con il quale tutti i colleghi contribuiscono alle attività e al prestigio della Sapienza», ribadendo la necessità di «guardare avanti, rafforzare elaborazioni condivise, anche su temi difficili e, pur lasciando spazio all'espressione di punti di vista diversi che sono la nostra forza e la nostra ricchezza, riaffermare l'adesione ad un'impresa culturale comune di grande importanza, autorevolezza e autonomia quale è la Sapienza».
Tutto è bene quel che finisce bene, si direbbe. Però ci sembra di rilevare una sorta di “banalità del bene” se riferita a situazioni e a personaggi di così alto spessore, il Papa in primis. Già, perché suona almeno singolare che tutto sia nato da una banale incomprensione e che il Papa se la sia presa per una “sciocchezza” (non sarebbe da Papa), rinunciando ad andare all'università e facendo così scaturire quel forte urlo di “vergogna!” dalle molte gole - credenti e laiche - ferventi, tolleranti e devote del mondo politico italiano.
Tanto è stato banale il malinteso che il Vaticano, forse conscio che la bufala relativa al fatto che al Papa era stato impedito di presenziare alla Sapienza non poteva reggere a lungo, si era inventato che il Viminale aveva sconsigliato la visita per questioni di ordine pubblico rischiose per l'incolumità del Santo Padre. La secca e provvidenziale smentita del Viminale ha dimostrato poi che anche il Vaticano può essere smentito quando dice cose non vere. Questo mentre tanti politici in pre-campagna elettorale, strenui difensori della fede e della famiglia con molte mogli, amanti e figli, si affannavano per conquistare punti tra il popolino, difendendo il sacro diritto della Chiesa di fare irruzione nelle faccende della società civile italiana.
Nessuno può negare all'emerito professor Ratzinger, che è anche Papa, il diritto di esporre le sue alte teorie che tendono a stabilire il primato della Fede sulla Ragione: è il suo mestiere d'altronde ed è giusto, comunque, unicuique suum tribuere. Non si può però neppure chiedere a 67 docenti della Sapienza, fra i quali c'è anche qualche professore emerito (con la stessa autorevolezza accademica, quindi, del professor Ratzinger) di “incassare” contenuti dogmatici senza possibilità di contraddittorio.
È buffo constatare come, una volta caduto il governo, Ambra Angiolini possa fare nelle reti Rai la pubblicità dei preservativi, in coincidenza con il recupero di laicità del rettore dalla Sapienza, in coincidenza con la richiesta bipartisan di una televisione più equa ed equilibrata e con la difesa, almeno a parole, della libertà di informazione e di stampa che tutti propugnano contro il malefico, non meglio identificato, “regime”. Sarà che i politici abbiano scoperto che forse paga poco, in termini elettorali, sfilare la domenica a San Pietro per l'Angelus?
Sarà, ma la sensazione è che i cardinali abbiano, e non da ora, un progetto politico, mentre i partiti danno segno di vivace camaleontismo, privilegiando l'apparire (e il comparire ex novo) delle sigle e dei simboli rispetto all'essere dei programmi. Siamo ancora nell'italietta che non sa o che non vuole cambiare, l'Italia dell'immarcescibile Cavaliere che evoca la sua mamma e quella di Fini recentemente scomparse che «insieme, dal paradiso, benedicono i figli che realizzano un grande sogno politico». Scherza coi fanti e lascia stare i santi, suggerisce Giorgio Melis, ma figuriamoci se l'Unto del Signore accetta suggerimenti.
È un sogno poltico, quello dei figli rappacificati, che vende il paradiso agli elettori al modico prezzo di un voto. Molto meno costoso, comunque, di quello che pagò Martin Lutero con la scomunica, per aver messo in discussione quella sorta di “decreti di amnistia” chiamati indulgenze, ottenibili pagando una somma di denaro, indipendentemente dal reale pentimento del fedele.
Nello stato di diritto italiano le indulgenze oggi si chiamano prescrizioni e assoluzioni per insussistenza del reato, e hanno un vantaggio rispetto a quelle del 1500: non si pagano e di pentimento neppure se ne accenna, anzi. Costano però tantissimo al Paese che accetta di convivere con l'impunità di pochi che crea iniquità per i più.
Si può cambiare? Yes, we can dice Veltroni. Ce lo auguriamo davvero di cuore. Ci dica però chiaramente il leader del Pd come intende arginare lo strapotere dei ricchi berluscones, cosa intende fare per restituire agli italiani un potere d'acquisto che consenta vite più dignitose, quali strumenti pensa di utilizzare per dare un futuro ai giovani, che non si chiami precariato. Non sia vago per favore e soprattutto, quando parla dei lavoratori, non lo faccia con tono quasi metafisico, come farebbe il Papa. Poi, smaltita la sbornia vatican-solidale, sappia rispondere, da leader maximo del Partito Democratico, rispettosamente, laicamente ma anche fermamente ai cazziatoni del Papa, avendoli già incassati pacatamente e silenziosamente in veste di sindaco di Roma.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari