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mercoledì 13 febbraio 2008

Uranio impoverito, dopo un anno di inchiesta
la commissione sblocca gli indennizzi
«I solidati malati non possono aspettare ancora»

di Elvira Corona

«Anche se non è provato un nesso di causalità rispetto alla patologia, come osservato dall'Istituto superiore di Sanità, che non conferma tale ipotesi ma neppure la smentisce, i militari colpiti da malattie probabilmente collegate al loro lavoro potranno ora richiedere il risarcimento». Molte cautele nella scelta delle parole, ma in poco più di un anno di lavoro la commissione parlamentare d'inchiesta sulla torbida questione uranio impoverito ha prodotto un risultato importante: ieri - a Camere sciolte - ha approvato la sua relazione finale che offre una speranza a tente famiglie.

La commissione - la terza - era stata istituita a ottobre del 2006, in netto ritardo rispetto alla tabella di marcia del Governo, per fare luce sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato nelle missioni militari all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccate munizioni belliche. L'indagine avrebbe dovuto coinvolgere anche le popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale, con particolare attenzione agli effetti dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e della dispersione nell'ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico. Ma il tempo non è bastato.

È stato lavoro non privo di difficoltà ma alla fine ha consentito ai 21 senatori a trovarsi d'accordo (tranne tre astenuti) nel sostituire il nesso di causalità con il nesso di probabilità e ad equiparare le vittime del dovere alle vittime del terrorismo, almeno per quanto riguarda l'accesso ai fondi per il risarcimento. «Le conclusioni dell'inchiesta sull'uranio impoverito sono molto soddisfacenti», ha commentato Lidia Menapace, che presieduto i lavori. «La commissione pur nel breve tempo che ha avuto a disposizione, e nonostante la fine della legislatura, ha portato un contributo decisivo all'annosa questione. Fintanto che la scienza non avrà provato il rapporto certo e indiscutibile di causa ed effetto tra l'esposizione all'uranio impoverito e patologie, la commissione e anche il ministero della Difesa ammettono il rischio, la probabilità e la necessità di riconoscere perciò la causa di servizio a chi presenti danni in seguito a partecipazione a missioni militari».

Restano aperte ancora molte questioni, «ma le conclusioni della commissione - afferma la senatrice di Rifondazione comunista - che sono state rigorosamente di convinzione e non di schieramento, hanno certamente segnato un punto fermo nella materia, valido per chiunque possa essere in futuro ministro della Difesa».

Insomma è stata tracciata una via da seguire, anche per i futuri governi, anche se il cammino è ancora lungo. «Non dico che questo risultato sia il trionfo della razionalità ma certamente è un buon match a favore della ragionevolezza», dichiara la presidente della commissione, che non nasconde neppure le tensioni con il ministro Parisi: «All'inizio i nostri rapporti con la Difesa erano rigidi e in parte pregiudiziali e molto polemici, ma le cose sono cambiate».

Non mancano comunque le ombre, troppe ancora. Il documento appena approvato infatti dice che i dati statistici epidemiologici forniti dal ministero della Difesa sono altamente approssimativi, come confermato dallo stesso ministro Arturo Parisi, che - sentito in audizione - aveva fatto notare la necessità di una comparazione statistica dei dati. E fare luce su numeri e cause non è cosa facile, lo aveva già detto a Cagliari la stessa Menapace lo scorso dicembre, in occasione di una conferenza sulla malattie di guerra. Anche perché la commissione ha dovuto affrontare numerosi ostacoli durante il lavoro, a cominciare dall'esigua disponibilità di fondi, appena 100 mila euro, e dalle difficoltà riscontrate nel reperire i dati dai distretti e dagli ospedali militari: «In alcuni casi abbiamo dovuto mandare la polizia giudiziaria per ottenerli», aveva denunciato la senatrice.

Per questi motivi c'è un po' di amarezza nel commento del vicepresidente della commissione, Mauro Bulgarelli (Verdi): «La commissione è una bella macchina a cui però manca il motore, perché ci siamo dovuti fermare nel momento decisivo, quello delle verifiche e degli approfondimenti». Felice Casson (Partito democratico) ha detto che «il lavoro non è concluso e dovrà continuare nella prossima legislatura: è molto difficile e molto delicato e riguarda anche i poligoni militari italiani, ma i dati purtroppo non ci sono arrivati». Luigi Ramponi (Allenanza nazionale) - uno dei tre astenuti insieme a due senatori di Forza Italia - ha motivato la sua astensione dicendo che sono state inserite nel corpo della relazione proposte che hanno un po' sviato il senso generale, ma nel complesso giudica buone le conclusioni. Silvana Pisa (Sinistra democratica per il socialismo europeo) esprime la sua soddisfazione per gli emendamenti che raccomandano l'adozione di adeguate forme di prevenzione a favore del personale militare e civile operante nei teatri bellici all'estero.

Fondamentale secondo la presidente Menapace è che «la commissione ha chiuso sul passato e lascia al Parlamento un lavoro per il futuro, affinché vengano definiti tutti i protocolli. Ma intanto è già chiaro, fondamentale, che la prevenzione, precauzione e la cura sono assolutamente non rinviabili».

E la relazione finale arriva all'indomani dell'ennesimo caso di un militare sardo - un carabiniere sassarese stavolta - colpito da tumore. L'ha segnalato Falco Accame, presidente dell'Associazione nazionale vittime arruolate nelle forze armate e famiglie: «Nel giro di 10 giorni si è saputo di altro militare in Sardegna, sempre in provincia di Sassari, di tre casi nel Veneto e di un caso nel Friuli. Secondo il GOI, il Gruppo Operativo Interforze della Sanità militare, i casi conosciuti sarebbero 1.991». Per tutti ora - secondo il documento della commissione appena approvato - il diritto al risarcimento senza la necessità dover dimostrare nulla: l'alibi delle certezze scientifiche è una vergogna, quando in gioco ci sono le vite delle persone».


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