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mercoledì 13 febbraio 2008

Soru si dimette, subito al voto?
Maggioranza dissolta, è l'ora
dei pugnalatori sulla Finanziaria
Artizzu basista per i voti segreti

di Giorgio Melis

In Consiglio è l'ora dei pugnalatori in maschera. La maggioranza non tiene più sotto i loro colpi, che si aggraveranno sui Consorzi industriali e il personale che si vuole far assumere o riassumere alla Regione. Uno stato di crisi che Renato Soru è praticamente obbligato a registrare. La dissoluzione della maggioranza non può essere ignorata dal presidente. Dovrà per forza prenderne atto e trarre le conclusioni. Dimissione quasi inevitabili e dovute: si va a quasi sicuro scioglimento del Consiglio ingovernabile e ad elezioni anticipate.

Di fatto Soru è stato sfiduciato dalla maggioranza ed è tenuto a dimettersi. Perché il Consiglio - contrariamente a quanto sempre affermato dai “parlamentaristi” - può indurre o costringere alle dimissioni il presidente anche nella nuova situazione, come è giusto che sia. Il presidente può mandare a casa il Consiglio: andandoci per primo. Ma vale anche l'opposto per via politica, ineludibile. D'altro canto Soru non è personaggio - benché avesse detto anche in tempi recenti che non si sarebbe mai dimesso - da poter e dover subire un calvario simile a quello toccato in passato a Federico Palomba e poi ben accetto a Floris e Pili col centrodestra. È forzato a una decisione che è anche imposta dalla dignità del ruolo e personale. Non ha più il controllo della situazione, è giusto che rimetta il giudizio agli elettori.

Le ultime imboscate in Consiglio, per logorarlo su aspetti minori ma significativi, e la certezza che si accentueranno appena si parlerà dei Consorzi industriali e del personale ex Eaf ed Esaf da riportare in Regione, con un'altra ondata di assunzioni elettoralistiche decise in aula (come quella recente dei forestali) rendono oggettivamente benché dolorosamente insostenibile reggere il timone. I finali di legislatura, come scritto tante volte, sono una marcia della follia in cui non è possibile reggere la pressione dei tagliatori di gole e dei loro irresponsabili sostenitori.

D'altro canto, sulla base di tristi precedenti fin troppo eloquenti, nulla è possibile opporre alla lupara bianca e nera dietro il muretto a secco (peggio: nel voto segreto). Alla convergenza incestuosa, sistematica e orchestrata di una parte della maggioranza e dell'opposizione senza dignità: si offre come sponda e maggiordomo. Ecco la bellezza e nobiltà del democratico parlamentarismo puro: contrapposto all'autoritarismo immaginario della Statutaria, bloccata da 19 consiglieri che l'avevano anche votata. Alla limpida dialettica, con confronto, scontro e sintesi quale che sia, si sostituisce il sordido, fangoso consociativismo bipartisan nell'ombra. Vera, illeggitima autocrazia che domina sgovernandolo il Consiglio dal 1994. Per il combinato disposto della convergenza tra una pattuglia della maggioranza, cui l'opposizione fa da basista e “palo”: ruoli essenziali nelle bande malavitose come in un'assemblea legislativa degradata.

Voti segreti chiesti dal centrodestra di servizio per imboscate a Giunta e maggioranza. Dejà vu da tanti anni di vita e squallore consiliari. È il dissenso-rigetto verso Renato Soru il decisionista? Balla assoluta. È da quindici anni che a ogni Finanziaria, con Giunte di centrosinistra (Palomba) e del Polo (Floris, Pili, Masala) si ripete lo stesso greve, grave e distruttivo copione che disonorerebbe la politica se ne avesse un poco, di onore. Ieri sono caduti sotto i pugnali dei contestatori in maschera due emendamenti della Giunta. Trascurabili atti amministrativi nell'economia complessiva della manovra. Un intervento per il cinema sardo, l'altro - di modesta entità triennale - per il funzionamento del parco di Molentargius: non ha un euro per poter funzionare. Bocciati per pochi o per un voto, a scrutinio segreto. Non sono manifestazione di dissenso politico. Infatti l'articolo intero è stato poi regolarmente approvato.

I cecchini (franchi tiratori? Non offendiamo) distruggono, bruciano pezzi di mobilia ma risparmiano la casa perché crollerebbe addosso anche a loro. Un killeraggio controllato, che ferisca ma non a morte. Accoltellamenti continui senza affondare la lama fino in fondo. È una manovra che usa il voto segreto come i pizzini dei boss mafiosi o le intimidazioni e violenze degli estorsori del “pizzo”. La questione che si affonda è irrilevante, non gliene importa nulla. Usata per mandare messaggi. In questo caso, giù le mani dai Consorzi industriali, i parlamentari uscenti non si toccano, morte al rinnovamento, più finanziamenti a chi diciamo noi o ti faremo morire in aula: in aggiunta alle marchette bipartisan per estorcere soldi pubblici e destinarli ad amici e sostenitori corporativo-elettorale delle due parti.

Ecco, questa è la stupenda realtà di una degenerazione patologica della vita parlamentare. Esaltata da quelli che hanno stoppato - e ti credo - la Statutaria che correggerebbe in parte questa vergogna permanente. Consente al peggio dell'assemblea di tenerla tutta in pugno, di ritardare ad libitum l'approvazione della Finanziaria giù in ritardo di 45 giorni (approvata in tutte le Regioni e in Parlamento entro dicembre) con enormi danni specie agli enti locali. Chissenefrega? In Parlamento non sarebbe possibile: il Governo mette la questione di fiducia, si vota sul testo concordato, se passa bene altrimenti si va a casa. Mai introdotta nel regolamento consiliare: farebbe venir meno l'oscura rendita di posizione delle minoranze occulte. Insomma, la Finanziaria continua ad essere un percorso di guerra politicamente fangoso, con ogni maggioranza e presidente. Soru dovrà prenderne atto nei prossimi passaggi e si dimetterà visto che la maggioranza non è in grado di esprimere una posizione comune e si è dissolta.

Ieri l'aula ha approvato per alzata di mano l'articolo 5 sulle politiche ambientali: sul quale si è astenuto lo Sdi di Balia&Masia mammamia, mentre l'Udeur completa il passaggio al Polo (se alla fine ce lo vorranno davvero) firmando documenti unitari. Oggi sarà la volta di quello sugli interventi per il lavoro (con nuovo comico sit-in sit-com sindacale, benché sia stato tutto deciso) e poi chissà quando si andrà avanti: che fretta c'è? Ogni giorno la sua pena, per Soru, certo, ma soprattutto per la Sardegna che conta molti dei suoi peggiori nemici in questo consesso: dove anche i pugnalatori incassano 20 mila euro mensili solo per distruggere.

L'imboscata sul Molentargius è ad orologeria che più si può ma più ignobile di altre. Con registi e attori che dovrebbero vergognarsi e paiono orgogliosi. Stamane nell'edificio dei “Sali Scelti” Soru, insieme alla direttrice dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spitz, firmerà il protocollo per il passaggio alla Regione del cosiddetto “recinto fiscale”, con cui si conclude l'acquisizione di tutti i beni facenti parte delle Saline di Molentargius. Un momento di grandissimo valore. Col quale si salda il ritorno alla città e alla comunità sarda di beni inestimabili: mezza Cagliari da Calamosca a Monte Urpinu con relativi territori ed edifici militari, quasi una nuova città a disposizione e ora l'acquisizione dell'intero compendio delle saline che, saldato al parco farà di Molentargius un'attrazione formidabile, un compendio di valore internazionale e una risorsa quasi unica, praticamente nel centro di una grande città.

Questo momento magico andava offuscato, sporcato. Infatti. La Giunta aveva proposto un modesto aumento (da 500 milioni a un milione 400 mila euro) a favore dell'ente parco: con le casse vuote, non in grado di garantire neanche l'ordinaria manutenzione mentre si allarga a tutto il compendio delle ex Saline. Bocciato per un voto (35 no, 34 sì) da una pattuglia di congiurati in maschera. Il capogruppo del Pd Siro Marrocu ha censurato con giuste e inutili parole l'imboscata: «Pur di dimostrare che la Giunta va sotto, si vota anche a prescindere dagli argomenti», contestando «le tante assenze che non fanno onore alla maggioranza». Severo anche il giudizio di Adriano Salis, dell'Italia dei Valori, per l'affossamento «di un atto amministrativo di straordinaria importanza». Corretto: atto amministrativo, non politico, sulla quale la malapolitica ha esercitato la sua malefica violenza e arroganza.

Ma è ingiusto attribuire gli onori solo a una parte. Il vero protagonista è stato Ignazio Artizzu, dei puri e duri post-missini all'incenso, tutto sacrestia e modini da personcina per bene, bramosissimo giovane di potere fin dagli esordi e ora più che mai. Ridicolo moralizzatore da moralizzare: come gli ha contestato il compagno di gruppo Antonello Liori, col quale ha per questo conti giudiziari in sospeso. Se uno pensa a un Manfredi Serra, senza offendere Enrico Endrich, può ben misurare quanto sia decaduta la moralità politica dell'ex partito di Almirante. È Artizzu a fare sistematicamente il lavoro sporco per i pugnalatori, chiedendo a ogni pié sospinto il voto segreto per coprirne le incursioni a volto coperto: per il trionfo della democrazia parlamentare.

È un modello di alto sentire, che An dovrebbe mettere al fianco di Fini. Difensore e portavoce ufficioso del Casic (è nel cda: quanto incassa, a proposito, di ulteriore indennità, oltre il potere che gli deriva dal sostengo al noto idealista Sandro Usai?), giusto un anno fa si era coperto di gloria sul terreno dei diritti civili. Si votava nella Statutaria la parità uomo-donna: finalmente da introdurre per legge. Scattando come un misirizzi prima di Giovanna Cerina alzatasi per sollecitare il voto palese anti-agguati, il bardo nerofumo con la sua pronuncia strettina e garbatina da scuola di dizione Rai, anticipò la nobile richiesta di scrutinio segreto. Grazie al quale il maschilismo arrogante del Consiglio affondò quella norma d'avanguardia, voluta anche dalle pochissime consigliere di destra. Esaltante.

Più che il capogruppo di An, Artizzu è ormai il “basista” fisso, socio palese dei pugnalatori del centrosinistra, ai quali spiana il terreno per celebrare la trasparenza del suo partito. Un complice à la carte: ruolo subalterno e di servizio, molto prestigioso per An. Fini dovrebbe chiamare a Roma, questo già democristianissimo suo rappresentante nuragico: la Sardegna ne guadagnerebbe.

Ma stavolta non va valutato solo sulla forma lo squallore di questa politica che giustamente accomuna il peggio del centrosinistra e della destra. È la sostanza che dovrebbe bruciare. Il Molentargius è una ferita purulenta per il Polo. Nel 1986 l'allora e primo ministro all'ambiente, il socialista Giorgio Ruffolo, annunciò in un'intervista che ebbi il privilegio di fargli a Roma, in piazza Venezia (dall'altro lato rispetto a quello cui ora guarda il neofita Artizzu), il finanziamento con tantissimi miliardi per la realizzazione del parco di Molentargius. Annunciò seguito il giorno dopo dall'incontro a Cagliari con l'allora presidente Mario Melis. Lavori avviati e portati a buon punto negli anni novanta, ma bloccati da un contenzioso col Consorzio Ramsar.

Il blocco totale e rovinoso si ebbe negli anni di malgoverno del Polo, che controllava tutto come un monocolore spalmato ovunque. Presidente del Consiglio Berlusconi, ministro dell'ambiente Matteoli, alla Regione Mauro Pili, sindaci di Cagliari Delogu e Floris, presidente della Provincia Balletto, sindaco di Quartu Galantuomo. Tutto in mano a loro. Sono riusciti a scannarsi per il controllo delle poltrone mentre il parco affondava, le essenziali saline degradavano e sospendevano l'attività. Hanno distrutto il progetto di decenni, finanziato da un ministro illuminato. La destra sarda e cagliaritana non è riuscita a ottenere un'unghia di quel che ha avuto Soru in 18 mesi sulle servitù militari a Cagliari e dappertutto (inclusa La Maddalena) e ora a Molentargius. Incapaci, sabotatori del lavoro e dell'impegno altrui, i nostri destri e destrini alla Artizzu vogliono andare fino in fondo: distruggere, cancellare. Sono nemici della città che hanno sgovernato.

L'affondo su Molentargius è il più meschino e intollerabile con i precedenti richiamati. Fotografa bene questa destra del malaffare che nel quinquiennio nero 1999-2004 ha massacrato la legalità, saccheggiato le casse, coinvolta in scandali e processi con personaggi di primo piano: a cominciare dal primo presidente post-fascista della Regione, Italo Masala. Ecco il brodo di cultura nel quale crescono gli Artizzu di sventura. Ben determinati a fare ancora peggio: come ieri. Non vanno persi di vista, come i compagnoni socialisti che potrebbero aver concorso grazie ai buoni uffici di Artizzu&company ad affossare il progetto voluto da quel grande personaggio del vecchio Psi che è stato Ruffolo.

Ne faranno altre, nei successivi articoli della Finanziaria, che procede a lumaca. Anche per i continui voti segreti richiesti sempre dall'impareggiabile “basista” consiliare Artizzu. Prima dell'atto amministrativo su Molentargius, aveva fatto lo stesso su un emendamento aggiuntivo della Giunta per modificare la procedura per l'assegnazione di contributi per film e cortometraggi previste nella legge sul cinema. A voto segreto, su richiesta dell'inesorabile Artizzu, la Giunta è stata battuta con 31 sì e 38 no. Ma col trucco. La votazione è stata ripetuta quando la presidenza dell'Assemblea ha evidenziato la presenza di “pianisti”: consiglieri che avevano votato anche per colleghi assenti. Un crescendo di grandezza parlamentare.

Non mancheranno altri exploit gloriosi, oggi sul lavoro e domani sui Consorzi industriali. Sul primo tema, da registrare una vera requisitoria, che conferma alcune valutazioni comparse sul nostro giornale. La Cna, intervenendo in merito ai contrasti in Consiglio regionale, parla di “balletto inqualificabile”. In queste settimane, scrive in una nota, «assistiamo a un braccio di ferro tra le forze politiche che paralizza l'attività del Consiglio e allunga i tempi dell'esercizio finanziario e che viene presentato ai più come una “nobile disputa” tesa ad alleviare l'emergenza sociale della mancanza di lavoro. In questo modo, in realtà, si pone una pietra tombale e si affossa definitivamente l'ambizione di “ancorare” anche le politiche del lavoro a quelle più generali di una coerente programmazione dello sviluppo economico.

«Al solo scopo - affermano in una nota Bruno Marras e Francesco Porcu, presidente e segretario della Cna Sarda - di tacitare le difficoltà della maggioranza si ripropongono in una logica puramente assistenziale politiche sul lavoro già sperimentate e fallimentari, che escludono l'impresa, producono aspettative perverse che fanno della Regione e della pubblica amministrazione il datore di lavoro di riferimento dei tanti sardi che ambiscono a un'occupazione». È risaputo che «la scorsa Finanziaria (all'art. 35) ha destinato risorse ingenti, 150 milioni di euro, alle politiche di contrasto alla povertà, a favore di soggetti svantaggiati, attraverso interventi di stabilizzazione, di reimpiego e il cui programma di attuazione è stato approvato solo il 25 ottobre scorso. Trecento miliardi delle vecchie lire, ancora tutti da spendere, i cui effetti in termini di ricadute durevoli sono alquanto dubbi».

Botta anche alla Giunta: «Si sottrae al confronto su limpide e coerenti politiche di sviluppo, che pongano l'impresa sarda al centro di un necessario riposizionamento competitivo. Chiediamo che “offra” al giudizio dei sardi le motivazioni e la valutazione documentale sull'impatto e sulle ricadute attese dalla destinazione di ulteriori 300 milioni di euro del Fondo sull'occupazione di cui si parla. È giusto issare le bandiere del lavoro, ma con coerenza e responsabilità».

Per fortuna stamane ci sarà un altro sit-in sindacale sotto il Consiglio regionale. «Certamente capiamo che in questi giorni la maggioranza sta lavorando per raggiungere una sintesi della quale facciano parte anche le nostre richieste - dice il segretario della Cgil Giampaolo Diana, al traino del cislino Mario Medde - però, visto che la discussione dell'articolo 6 è prevista per domani (oggi, ndr) e non abbiamo avuto la possibilità di esaminare l'ultima stesura dell'emendamento, sentiamo l'esigenza e la responsabilità di manifestare nuovamente sotto il Consiglio regionale».


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