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mercoledì 13 febbraio 2008

Un esorcismo nazionale per i giovani posseduti
dal maligno spirito del precariato
che distrugge le relazioni sociali e la speranza

di Francesca Madrigali

Il convegno sulla Responsabilità sociale delle imprese organizzato a Cagliari dalla SFIRS, durante il quale si sono palesati due rappresentanti delle imprese su più di quattrocento inviti spediti, è stato l'occasione per riflettere sulla questione lavoro da diversi punti di vista. Infatti, se esiste la RSI, e auspichiamo che ne aumenti sempre più la consapevolezza della necessità, a quando una RSdL (Responsabilità Sociale del Legislatore)?

Il legislatore, questa misteriosa entità che ricorda un po' il Santo Graal e un po', mi si perdoni l'irriverenza e pure un po' blasfemia per chi ha la legge come divinità laica, il totem-testa di maiale infilzata de Il Signore delle Mosche di Golding, non è, in realtà, una “mano invisibile” sulla quale il cittadino non può agire. Il legislatore sono i nostri rappresentanti in Parlamento, che scelgono i loro esperti, strutturano le loro proposte di legge, vengono o meno incontro alle richieste delle parti sociali e in modi differenti; i nostri rappresentanti, attualmente predefiniti dalla “porcata” elettorale, sono coloro che in qualche modo si sono espressi e certamente si esprimeranno in materia di lavoro.

Da sempregiovane precaria quale io sono e sono sempre stata (e presumibilmente sarò sempre, perché nulla, se non il cieco ottimismo della volontà, mi autorizza a credere diversamente), spero che la sofferenza, il dolore (evocati anche durante il convegno dagli esperti, a proposito delle condizioni sui luoghi di lavoro, per chi un lavoro ce l'ha), lo spaesamento e il progressivo (in realtà regredente) disorientamento tipico dei precari italiani si traduca, alle prossime elezioni politiche e amministrative, in una azione di lobby preventiva, se possibile.

Diversamente, come è fin troppo facile prevedere, l'azione possibile è quella sanzionatoria, punitiva, di protesta, che il più delle volte si traduce in un marcato astensionismo. L'ultimo rilevamento telefonico effettuato dalla Ipr Marketing per Repubblica.it su un campione di mille persone rappresentative dell'intero elettorato segnala che il numero di chi è del tutto indeciso su come votare oscilla invece tra il 26 e il 30%. “Del tutto indeciso” significa che anche l'ultima frontiera, quella del “turiamoci il naso, votiamo il meno peggio” è già stata superata: ovvero, è frequentissimo l'imbarazzo mortale di non riuscire a scegliere.

Che poi la condizione di instabilità e precarietà di vita causi tipicamente anche un ripiegamento in se stessi e l'incapacità di trovare strade per difendere o ripristinare i diritti propri e altrui, questo è un altro discorso, sostenuto solo, appunto, dalla volontà. Quando si è parlato di Responsabilità sociale delle imprese una stimata sociologa ha correttamente ricordato, in mezzo alle certo confortanti voci di possibili anzi probabili “magnifiche sorti e progressive”, che «il forte arretramento dello Stato rispetto alla regolamentazione dei rapporti di lavoro adesso presenta un conto molto salato all'Italia».

Ma quali contorni e che sostanza ha questo conto salato? Il precario, lo ricordiamo a chi prometterà milioni di ”posti di lavoro” e a chi dice che “ce la possiamo fare”, è quello che di lavori ne ha avuti già tre-quattro&hellip, nº diversi in pochi anni e ha così polverizzato il suo curriculum in un prisma di non-competenze, perché ogni impiego non è durato abbastanza per formarlo veramente. In ogni caso, sappia che se ha più di 29 anni è già fuori da alcune selezioni per i call center, cosa inspiegabile quasi quanto chiedere il segno zodiacale a un colloquio (realmente avvenuto).

Il precario è colui che all'inizio ci ha creduto, soprattutto se coinvolto nell'ondata di CFL (Contratti formazione lavoro), che arrivavano ai due anni di estensione, tempo sufficiente per credere di poter avere un futuro o nel peggiore dei casi formarsi una professionalità.

Il precario è anche colui che all'interno dello stesso contratto si è sentito suggerire dalla rappresentanza sindacale di fare un figlio per non poter essere licenziato, e ha reagito con sconcerto davanti a tanta irresponsabilità: a distanza di qualche anno, pensa con rimpianto al mancato uso che ha fatto del suo apparato riproduttore.

D'altro canto, il precario è anche colui che va a ingrossare le fila dei bamboccioni di padoaschioppana memoria, ma questo è discorso ampio che riguarda il mondo reale, non la Fantasfera dove risiede l'ex ministro. Il precario di solito non fa figli, facendo precipitare la natalità italiana e contribuendo all'invecchiamento del Paese e ai suoi problemi di pensioni e assistenza sanitaria; quando li fa, e lo guardano come un pazzo, deve poter avere dei genitori in forma, perché se vuole saltare da un impiego all'altro qualcuno gliela deve pure accudire, la prole, visto che la tutela della famiglia in Italia si esprime con bonus economici una tantum ma di asili pubblici neanche l'ombra.

Il precariato fa compiere scelte che si ripercuotono sull'intera società, perché nonostante il crollo della solidarietà fra i lavoratori e la conclamata guerra tra poveri (a questo proposito, l'episodio della maestra che a Mantova ha aggredito la collega più giovane a causa di dissapori riconducibili al fatto che costei era di ruolo è di rara tristezza e pregnanza) è sempre vero che “nessun uomo è un'isola”.

Quindi, ad esempio, una occasione di formazione come il Master&Back diviene una sorta di “ammortizzatore sociale”, un paracadute di cui vuoi, e devi, “approfittare” per almeno due anni, tanto dura il percorso di “ritorno” sempre se la burocrazia, i ritardi, il deserto del Gobi che è il mercato locale non ti stroncano prima. Le ripercussioni coinvolgeranno poi tutto il sistema, con una probabile “fuga dei cervelli” che si volevano, e dovevano, trattenere.

Il precariato esistenziale, infine, distrugge le relazioni. I genitori, magari figli del “baby boom”, non si capacitano del crollo dei punti fermi di una vita: studio = lavoro, lavoro = stipendio, stipendio = famiglia o almeno una casa propria. Impossibile, se il mercato immobiliare va per le sue misteriose strade e nessuno vigila: un po' come per il pane.

I lavoratori non sono solidali: come potrebbero, visto che non sanno dove saranno fra qualche mese e visto che la competitività estrema è favorita dalla scarsa offerta di lavoro e dalla spregiudicatezza di chi la RSI non vuole neanche sapere cosa sia, e può farlo perché il tutto è lasciato (sempre dal legislatore, mica da Babbo Natale) alla sua “benevolenza”?

I fidanzamenti tra “bamboccioni” intanto durano anni, se durano: e i figli si fanno a quarant'anni non perché prima si è fatta carriera (contribuendo così alla crescita individuale e magari anche del proprio territorio), ma perché finalmente si è trovato il modo di portare a casa uno stipendio, di solito inferiore alle aspettative e alle possibilità reali.

Noi bamboccioni di ogni ordine e grado siamo in preda, insomma, di una possessione demoniaca che non abbiamo chiesto né mai desiderato; oltre ai continui richiami alla necessità dell'etica di imprese e lavoratori, e gli allarmi sui danni che vengono inferti giorno dopo giorno, legge dopo legge e soprattutto cavillo dopo cavillo al Paese Italia, sarebbe il caso di dire che il il precariato è il diavolo: così almeno il paragone è chiaro e universale, dovrebbero capirci un po' tutti.

Di conseguenza ho pensato di andare in pellegrinaggio per chiedere la grazia della liberazione: la religione, si sa, è l'oppio dei popoli e anche io e tutti gli altri precari italiani siamo un popolo, nel nostro piccolo (che tanto piccolo non è).

Poi ho pensato che, vista l'influenza della Chiesa cattolica e delle sue figure istituzionali in tutti gli ambiti delle società civile, dai partiti politici alla scienza e la ricerca, dall'Università fino a, immagino fra non molto, gli abiti da indossare o i libri da leggere, ho pensato, ecco, che forse tutti i discorsi sulla responsabilità, la volontà, l'importanza della cittadinanza attiva, eccetera, non siano poi così importanti: per sconfiggere la piaga demoniaca del precariato quel che ci vuole è probabilmente un esorcismo nazionale.


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