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mercoledì 13 febbraio 2008

Bandiere al vento, per un lavoro decente
contro questa desolazione sociale
Oppure lasciamo che i giovani si salvino altrove

di Maria Letizia Pruna

Promuovere lavori decenti: questo deve essere l'obiettivo delle politiche del lavoro. Contrastare l'irresponsabilità sociale dilagante - di cui si è parlato nel bel convegno organizzato dalla Sfirs - e costruire le condizioni per una nuova civiltà del lavoro. Su obiettivi tanto importanti occorre sempre richiamare l'attenzione: per questo, sventolare la bandiera del lavoro è molto meglio che tenerla ammainata.

Negli ultimi tempi, le politiche del lavoro sono finalmente diventate oggetto di dibattito. Poiché si tratta di una questione difficile e di grande interesse sociale ed economico, tutti dovrebbero sentirsi coinvolti e motivati a proporre esperienze, riflessioni e indicazioni utili. Naturalmente con la speranza che ci sia qualcuno in grado di cogliere e valorizzare i contributi più interessanti, se verranno. Sollecitare il dibattito pubblico non sarebbe male: visto che la legge regionale n. 20/2005 - l'ammiraglia della politica del lavoro in Sardegna - prevede che la Regione indica una volta all'anno la Conferenza regionale per l'occupazione (art. 12), se ne faccia almeno una: sarebbe un'occasione innanzi tutto per illustrare quanto è stato fatto finora e riflettere su ciò che di nuovo si può fare.

Concordo con la redazione di inSardegna.eu quando scrive che «senza memoria non c'è politica e tanto meno programmazione». Come si fa, in via di principio, a programmare interventi senza sapere cosa è stato fatto finora e con quali risultati? Facciamo qualche esempio, tra i molti possibili. In Italia, e in Sardegna, la quota di lavoro autonomo è già abnorme rispetto agli altri paesi avanzati: se si vuole continuare a credere che un disoccupato possa diventare imprenditore di se stesso, ragioniamo almeno sui risultati di oltre un decennio di prestiti d'onore. Potremmo anche scoprire che qualche giovane dotato di vocazione e capacità imprenditoriale ci sarebbe, ma il supporto che gli viene dato non è quello di cui ha bisogno: non sempre i soldi fanno la felicità, e neppure una buona impresa.

Molti di coloro che sono intervenuti sul tema delle politiche del lavoro hanno assunto come punto di riferimento proprio le risorse finanziarie (stanziate, richieste, spese e non spese). Alcuni hanno osservato che le risorse aggiuntive assegnate al lavoro da questa Giunta sono poche, ma che questo tutto sommato non è un male, perché il problema è spendere meglio e più in fretta. Altri ribattono che gli stanziamenti richiesti in queste ultime settimane da alcuni gruppi politici per gli interventi sul lavoro sono eccessivi e poco giustificati, visto che la Sardegna già prima spendeva più di quasi tutte le regioni italiane, con scarsi risultati.

Mi permetto di dissentire da entrambe le posizioni, che sono peraltro molto vicine tra loro. Non condivido l'abitudine di dibattere su temi importanti a partire dai soldi: sono pochi o molti, nuovi o vecchi, nostri o di altri. Non è dai soldi che occorre partire per capire quali politiche del lavoro servono, semmai dalle idee e dagli obiettivi (ed è esattamente ciò che negli interventi non viene mai esplicitato).

Se proprio vogliamo partire dai soldi dobbiamo avere chiaro che gli interventi in grado di ampliare l'occupazione non sono quelli che rientrano tra le politiche per il lavoro, che semmai intervengono nel regolare la distribuzione dei posti di lavoro e le condizioni di lavoro e non lavoro, mentre altri interventi possono produrre una crescita occupazionale (politiche industriali, politiche sociali, politiche sanitarie, politiche per l'istruzione e la formazione, politiche infrastrutturali, ecc.).

Per tutti questi interventi, le risorse disponibili sono consistenti e più che proporzionali alla capacità di spesa del nostro apparato pubblico. Dovremmo avere un'altra macchina amministrativa per poter spendere più soldi e più velocemente: è come pensare di consumare 5 litri di benzina a chilometro con una Panda, mentre ci vorrebbe una Ferrari. Le cose stanno così: o ci compriamo una Ferrari e allora consumiamo velocemente parecchia benzina, andiamo lontano in meno tempo, e magari ci divertiamo; altrimenti, ci teniamo la Panda e consumeremo meno, assai più lentamente, senza andare troppo lontano e senza grandi brividi. L'esempio è ecologicamente scorretto ma credo che renda l'idea.

Avere un'amministrazione pubblica efficiente non è un optional, ma la chiave per realizzare qualsiasi politica e avere costantemente chiaro il quadro della situazione (stato di attuazione, spesa, risultati). Le politiche del lavoro, come le altre, possono essere pensate da pochi ma devono essere attuate da molti, e questi devono sapere cosa fare e come fare (dunque, essere competenti e organizzati).

Un chiarimento potrebbe aiutare a liberare il dibattito sulle politiche del lavoro da qualche fraintendimento ricorrente che alimenta aspettative sbagliate e rischia di distorcere il senso delle politiche e la loro valutazione: le politiche del lavoro non servono per creare lavoro, ma per creare occupati (in quantità e qualità che possono variare notevolmente). Proverò a spiegarmi.

Le politiche del lavoro non sono interruttori che possono attivare o disattivare meccanismi di produzione di lavoro. Il volume di lavoro necessario a un sistema produttivo varia per ragioni diverse (essenzialmente di mercato). Le politiche del lavoro possono “solo” governare la distribuzione del volume di lavoro che si crea: possono ad esempio favorirne una distribuzione più ampia incentivando il part-time (100 assunzioni a tempo parziale invece che 60/70 a tempo pieno), “creando” quindi più occupati (cioè distribuendo il volume di lavoro aggiuntivo che il sistema produttivo genera tra un numero più ampio di lavoratori e lavoratrici); oppure possono incentivare le forme contrattuali a termine, “producendo” più accessi al lavoro anche se per un tempo limitato (1.000 persone inserite al lavoro per 3 mesi invece che 250 per l'intero anno).

Possono favorire l'inserimento delle donne o dei giovani, introducendo incentivi selettivi che rendono più conveniente - a un'impresa che abbia ragioni produttive per ampliare l'organico o sostituire degli addetti - l'assunzione di una donna o di un giovane; oppure possono favorire un “invecchiamento attivo” della popolazione, come sollecita l'Unione Europea, incentivando la permanenza al lavoro di occupati che hanno superato i 55 anni, convincendo il datore di lavoro con qualche robusto incentivo che è conveniente mantenere un lavoratore “anziano” anche se è più costoso.

Le politiche del lavoro possono anche produrre una diversa distribuzione territoriale del volume di lavoro necessario al sistema produttivo, attraverso un pacchetto di incentivi che crea un vantaggio competitivo per alcuni territori, che diventano attrattori di imprese e attività economiche (che nascono o già esistono non solo in funzione di quegli incentivi). Le politiche del lavoro, per concludere gli esempi, possono produrre un abbattimento del costo del lavoro (sgravi contributivi e altre agevolazioni), rendendo possibile per un'impresa in crescita l'assunzione di un numero maggiore di lavoratori. E così via.

È chiaro, dunque, lo scopo delle politiche del lavoro: servono per seminare (idee, opportunità, risorse, regole) e la quantità e qualità del raccolto non sono mai certi, perché fattori esterni alle politiche del lavoro (congiuntura economica, andamento dei mercati, conflitti internazionali, costi energetici, calamità più o meno naturali, avvicendamenti dei governi) agiscono in modo incisivo e largamente imprevedibile. Per questo, non si può cercare una corrispondenza tra la variazione mensile, trimestrale, annua dell'occupazione e le misure di politica del lavoro adottate negli stessi periodi o in quelli immediatamente precedenti.

Le politiche del lavoro servono anche per dare al mercato del lavoro una regolazione sociale accettabile. A distribuire l'occupazione ma anche a garantire condizioni di lavoro dignitose (in termini di contratto, retribuzione, sicurezza, organizzazione degli orari, inquadramento, ecc.). Ma anche ad assicurare una protezione dal rischio di disoccupazione e di espulsione dal processo produttivo, attraverso forme di sostegno del reddito e servizi di riqualificazione e reinserimento lavorativo che preservino la dignità delle persone, e magari riescano a sottrarre le scelte pubbliche al ricatto di imprese poco affidabili che vorrebbero scambiare ingenti finanziamenti e incentivi con il mantenimento dei posti di lavoro.

Anche sul monitoraggio e la valutazione delle politiche per il lavoro c'è molto da riflettere. L'efficienza da sola è da temersi quanto il suo contrario (l'inefficienza), perché entrambe possono celare la medesima inefficacia e perfino effetti indesiderati (gli effetti perversi dell'azione economica, più ancora di quella sociale). Mi permetto anche di osservare che il tipo di valutazione che sta a cuore agli economisti, in base alla quale giustificare o meno il finanziamento di un intervento, potrebbe non essere universalmente condivisibile. Qui entra in gioco la politica, alla quale si deve riconoscere la legittimità di fare scelte e adottare provvedimenti anche non sulla base dell'efficienza economica: le opportunità di istruzione, formazione, occupazione, per alcune categorie sociali, in alcuni territori, possono non avere prezzo. E possono configurarsi come investimenti di grande rilevanza piuttosto che meri costi. Molto dipende proprio dall'orientamento politico, cioè dal modo con cui si guarda il mondo.

Se vogliamo rinnovare l'intervento pubblico in materia di lavoro non partiamo dai soldi ma dalle cose che mancano e che servono alle comunità, che possono innescare un cambiamento reale, profondo e duraturo. Perché, come ha detto l'ormai ex ministro delle attività produttive Bersani, «dove sta bene un cittadino, sta bene anche un'impresa».

Qualche proposta. Rafforziamo le imprese sociali, le uniche che fanno miracoli: hanno dimostrato di saper fare ciò che non conviene a nessuno, come dare un'occupazione a disabili, ex detenuti, tossicodipendenti, ecc.; costruiamo un nuovo sistema di formazione professionale rivolto non ai cittadini di serie b ma a tutti: giovani al primo inserimento, al secondo e al terzo; ma anche adulti già inseriti, lavoratori poco qualificati e specialisti con necessità di aggiornamento, persone di qualsiasi età con aspirazioni di conoscenza non accademica. E riflettiamo su un fatto: l'istruzione di ogni ordine e grado e l'università poggiano su strutture e personale stabili: perché il sistema della formazione professionale dovrebbe essere un magma indefinito e mutevole?

E poi: un piano regionale di asili, servizi ricreativi, culturali, educativi, sportivi, per bambini e adolescenti, tempo pieno in tutte le scuole elementari e buoni servizi per le scuole di ogni ordine e grado. Se siamo capaci di immaginare meravigliosi contenitori di cose inanimate (musei, immaginifici come il Betile), dobbiamo essere capaci di costruire spazi e opportunità per bambini e bambine, ragazzi e ragazze di questo tempo, che sostituiscano i bar, le strade desolate delle periferie e dei paesi in via di spopolamento. Senza interventi diffusi di contrasto alla desolazione sociale è davvero meglio che i giovani fuggano e si salvino altrove.

La prospettiva di un lavoro decente e di un inserimento sociale decente sarebbe l'unica risposta decente.


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