mercoledì 13 febbraio 2008
I padrini e patroni dei Consorzi industriali sono scatenati in Consiglio: i feudi non si toccano. Sono un gloriosa metafora dei primati della Sardegna: ne ha 16 su 67 in tutta Italia. Più di tutte le Regioni (cinque più della Sicilia) pur avendo meno industrie di tutte. Costano una tombola di soldi, sulla quale svettano ciminiere spente. Servono solo a mantenere una nomenklatura debordante, ad alimentare l'affar-politica perpetua, rendono zero, costano mille. Ergo: sono perfetti, nessuno li tocchi. Siccome non li vuole solo sfiorare ma abolire e riformare drasticamente, Renato Soru è il nemico pubblico numero uno di tutto il notabilitato di centrosinistra e di centrodestra che li controlla e ci sguazza.
È la ragione determinante della guerriglia che parti della maggioranza (ora soprattutto i socialisti “riformatori”, con Udeur, alcuni diessini alla Cherchi, vari ex diellini come Biancu, Cucca e altri in conto di Paolo Fadda, Emanuele Sanna e altri parlamentari ex consiglieri) in sinergia col centrodestra (specie Ignazio Artizzu, portavoce ufficioso del Casic essendo nel cda) conducono sulla Finanziaria: in difesa dei Consorzi abbondanti ma ottimi, dunque morte a Soru. Abbiamo dedicato allo scandalo otto articoli di una lunga inchiesta mai fatta prima in Sardegna, ripresa in parte solo dal La Nuova Sardegna.
Ora il bubbone è stato scoperto anche dal TgR sardo. Un impeccabile servizio da Sassari ci ha aggiornato sugli ultimi sviluppi. Il riformista sindaco sassarese Ganau, nominato da Soru commissario del Consorzio di Predda Niedda, ha ben pensato di sostituire con un dirigente del Comune il direttore generale in carica: il quale è subito tornato all'Asi di Alghero, donde proveniva e in cui non aveva mai cessato di operare: secondo il principio dei vasi comunicanti. Era necessario questo movimento, se i Consorzi sono a rischio? Per Ganau, sì. Dunque in attesa di eventi, si continua ad elargire 200 mila euro all'anno ai due direttori. Insomma, la saga-vergogna continua: protetta da oltre mezzo Consiglio regionale, in coro armato bipartisan. Il servizio della testata Rai regionale proseguiva elencando sommariamente, con sintesi efficace, i dati della questione: precisi perché tratti interamente tratti dai nostri servizi, non proposti in passato e di recente da nessuno.
Quando gli articoli sono pubblicati, diventano una fonte accessibile a tutti. Se la fonte viene almeno citata. In caso contrario, si tratta di furto d'uso, appropriazione indebita, scorretta ricettazione di prodotto lavorato, non trafugato. Oltretutto, non c'è alcuna ragione di concorrenza per evitare la citazione. Cosa volete che concorriamo noi tapini con la corazzata del TgR, servizio pubblico con decine di formidabili professionisti sardi usi sfidare il potere senza mai occultare notizie? Tranne le nostre.
Chissenefrega, succede, un'alzata di spalle basta e avanza. Se non ci fosse la continuità e la recidiva specifica: con molte aggravanti. Il TgR ha prudentemente ignorato del tutto l'attacco, con richiesta di bavaglio-boicottaggio, che il rifondarolo Uras con molti sostenitori e sulla scia del battistrada Artizzu di An ha chiesto per il nostro giornale. Invocandone con grida indignatea la rimozione dalla rassegna stampa della Regione. Così da allinearsi a quella già praticata dal Consiglio. Supponiamo subita obtorto collo dal presidente Giacomo Spissu, travagliato dalla sua posizione giudiziaria (archiviaziono o rinvio a giudizio), miracolosamente in sospeso da quasi tre anni : nuovo rinvio ieri al 1º aprile. Scherzetto o dolcetto?
Notizia trascurabile e trascurata. In fondo il boicottaggio politico e parlamentare di un giornale on line, neanche cartaceo (ancora per poco), rientra pienamente nella difesa della libertà di stampa. Dunque non faceva notizia. Neanche per il servizio pubblico? Non c'era omissione del dovere di cronaca, visto che il fatto è avvenuto in sede pubblico-parlamentare e ha suscitato uno spigoloso e lungo dibattito? Bazzecole, il TgR è al di sopra di queste cose. Giustamente. Come Unione Sarda, Videolina, Nuova Sardegna e Sardegna 1: un coro a bocca chiusa come nel “va' pensiero”, scegliendo l'auto-bavaglio, non imposto come quello proposto per noi. Un blocco granitico. Che imponeva coerenze seriale. Dunque, il nostro giornale va oscurato: innominato e innominabile (tranne presso un lettorato crescente e motivato) anche quando gli si scippano le notizie e i dati faticosamente zappati. Mentre il resto dell'informazione e della coraggiosa corporazione pensa a lucidare i soprammobili e volta la faccia dall'altra parte: senza disturbare i padroni privati e i padrini politico-partitici.
Giusto così: siamo trascurabili e irrilevanti. Ma allora non si capisce perché la viperina Luisanna Ronchi si sia arrabbiata tanto perché abbiamo ricordato che, in veste di microfonista, durante l'emergenza-rifiuti (quale, qualcuno ne ha notizia dopo la vergognosa montatura?) aveva rivolto premurosamente al sindaco Emilio Floris una proposta in forma di aggressiva domanda: «Ma lei non potrebbe bloccare con un'ordinanza la movimentazione dei rifiuti?». Benché quasi scorticato vivo, Floris aveva al momento glissato. Il giorno dopo aveva adottato appunto quel provvedimento. Non certo perché suggestionato dalla domanda-suggerimento: una una giornalista del servizio pubblico evocava un'ipotesi che andava contro le decisioni del governo nazionale e di quello regionale, che sono pubblici almeno quanto la Rai e il TgR sardo. L'aggressiva collega (se possiamo osare accostarci professionalmente) è ancora indignata e si chiede come sia possibile aver scritto così di lei: annuncia che si farà tutelare in sede corporativa.
Deve fare solo qualche passo: il patrono ce l'ha in redazione, come altri il padrone cui ci si china sempre. È il presidente dell'Assostampa, il sindacato dei giornalisti. Prudentemente ma correttamente, non ha emesso un sospiro sulla richiesta di bavaglio in Consiglio per il nostro giornale. Giusto, essendo diretto da un trascurabile pensionato che nulla ha da spartire con la libertà di stampa e con l'informazione sarda: tranne aver vice e condiretto i tre quotidiani sardi e svolto un ruolo centrale per molti anni nelle due maggiori tv private. Roba vecchia, da guerre puniche, da archivio preistorico. Ma non tanto. Perché lo stesso presidente se ne stette in silenzio quando accadde di protestare perché Videolina censurava (come ancora fa) il Giornale di Sardegna nella sua rassegna stampa.
Fatti suoi, direte. No, caro presidente. Quella tv trasmette grazie a una concessione pubblica: ha doveri oltre che diritti di cui abusa. Per di più, il suo editore Zuncheddu ha incassato una barca di miliardi da leggi regionali. Anche un mese fa, ha visto finanziati progetti per la valorizzazione della cultura sarda di Radiolina, Videolina e Unione Sarda. Sapete da chi? Dall'odiato Soru, che evidentemente non ha ostacolato l'iter applicativo di norme regionali. Così stando le cose, resta un doppio o triplo abuso escludere da una rassegna stampa televisiva un giornale. Ma cosa volete, il presidente dell'Assostampa tiene famiglia come tutti. Poteva infastidire un editore anche culo e mutanda con tutti i politici che poi hanno determinato e determinano assunzioni e carriere in Rai?
Purtroppo chi scrive e il collega Tarquinio Sini, nei lontani anni sessanta, rinunciarono al contratto già firmato (l'amico aveva anche fatto la visita medica a Roma) con l'allora direttore di sede Guido Martis. Restammo, assunti dopo molti anni di abusivato, all'Unione Sarda. Sbeffeggiati e presi per matti da tanti che non riuscivano a concepire come si potesse lasciar perdere un fruttuoso, ultragarantito canonicato a vita in Rai. Ci trattarono da autolesionisti, forse a ragione. Nessuno potrà dirlo per molti dei colleghi (si parva licet) della Rai di oggi e sempre: tranne alcuni che hanno schiena e si vede. E men che meno di quello che è anche a capo del sindacato: sicuramente sosterrà le ragioni della collega esacerbata. Merita giustizia perché in lei stata colpita la libertà di stampa. Ben più grave del bavaglio politico chiesto in Consiglio per un giornale on line: prima è ridotto al silenzio, meglio è: peccato che tra poco sarà anche su carta. Restando fuori dal coro dell'opportunismo servile, del corporativismo squallido e miserabile. (giorgio melis)
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