martedì 12 febbraio 2008
di Cinzia Isola
Lasciarlo morire di lenta agonia, tanto da desertificarlo. Via la frutta, via la verdura. E chi la vende, pure. Sembra questo il destino scelto dal Comune per il mercato ortofrutticolo di viale Monastir. Per lasciare spazio, forse, all'ennesima speculazione edilizia. Ma loro, i commercianti, di andarsene non ne vogliono proprio sapere. Così, per stimolare l'uscita di scena dei grossisti resistenti, il Comune usa l'arma dei rincari selvaggi. Una strategia che ha spinto gli operatori a rivolgersi al Tar. Del resto, triplicare le tariffe sembra un invito, e neppure velato, a lasciare la vecchia struttura per correre dritti dritti tra i box del super mercatone privato dell'imprenditore-editore Sergio Zuncheddu.
Come se lasciare il pubblico per il privato potesse considerarsi un'alternativa vantaggiosa. Come se passare dall'affitto (nella struttura comunale) all'acquisto obbligatorio di un box (come previsto nel centro di Sestu) potesse considerarsi una proposta allettante. Senza contare che a frenare la fuga tra le braccia del magnate del mattone non è solo un fatto economico: in tanti contestano il trasferimento della propria attività da Cagliari a Sestu.
La mossa del Comune non poteva passare inosservata: con una delibera (n. 354 del 29 novembre scorso), la Giunta del sindaco Floris ha deciso di triplicare il canone d'affitto ai 37 operatori sopravvissuti alla diaspora verso Sestu dei colleghi. Fino a dicembre i grossisti pagavano 9,50 a metro quadrato, da gennaio si è balzati a 28 euro. Un rincaro del 195%. «Provvedimenti illegittimi e gravemente pregiudizievoli per gli interessi dei ricorrenti», si legge nel ricorso al Tar presentato dagli avvocati Giancarlo Piredda e Maria Gabriella Casula.
Prima obiezione: «Il canone per l'uso di ciascun posteggio è stabilito dal Consiglio comunale, sentita la Commissione di mercato, e approvato dal Comitato provinciale prezzi». E non - come invece è avvenuto - attraverso una delibera di Giunta e senza il coinvolgimento degli altri organi. E ancora: «I corrispettivi per l'uso dei posteggi e le tariffe dei servizi devono essere stabiliti in misura tale da consentire il pareggio di bilancio di ogni singola struttura mercantile e dell'ente di gestione». Giustificazione utilizzata dal Comune, ma contestata: perché «l'obiettivo del pareggio di bilancio non è il solo da perseguire, dovendosi anche valorizzare l'esigenza primaria di garantire l'esistenza stessa del servizio di mercato all'ingrosso, nell'interesse della cittadinanza e delle imprese commerciali», si legge nel ricorso.
Ma il Comune ha tagliato la testa al toro. In sintesi: nel mercato sono rimasti in attività soltanto 37 concessionari che, con gli attuali canoni mensili, non possono certamente coprire le spese annuali necessarie per il funzionamento della vecchia struttura. Spese che, secondo l'amministrazione, restano invariate a prescindere dal numero degli operatori, dimenticando magari il ridimensionamento dei costi per acqua e rifiuti (raccolta e smaltimento). Nel ricorso, il riferimento alla forzatura economica per sloggiare definitivamente gli operatori è esplicito: i grossisti, «percepiscono tale modus operandi come un indebito freno alla propria attività di impresa ed un (neanche tanto velato) “suggerimento” ad abbandonare spontaneamente la struttura di Viale Monastir», si legge nel ricorso al Tribunale amministrativo.
Ma nell'operazione “tassa e dirotta” qualcosa non ha funzionato: «L'esodo verso il nuovo mercato ortofrutticolo di Sestu, da parte di circa la metà dei concessionari di posteggio operanti a Cagliari nel 2007, non ha affatto determinato il crollo delle contrattazioni nella sede del “vecchio” mercato di viale Monastir a Cagliari». Anzi. In tanti hanno chiesto di espandersi sui posti liberati. Perché chi è rimasto ha visto crescere, in regime di concorrenza limitata, il proprio volume d'affari. Fra l'altro è stato bloccato l'accesso ad altri grossisti, sebbene questo potesse portare ad una crescita degli introiti per il Comune. Che invece ha scelto di “blindare” il mercato agli aspiranti venditori, triplicando il canone per far fronte alle spese e penalizzando i commercianti rimasti.
«Per legge il mercato deve autosostenersi», ribadisce il neo assessore alle attività produttive, l'Udc Paolo Carta. E anche se in mattinata effettuerà un sopralluogo con i dirigenti, al momento non si intravedono soluzioni: «Mi trovo nella situazione di chiudere il cancello quando i buoi sono usciti», si difende l'assessore, in carica da pochi giorni. Giovane e riconoscente quando ricorda che ha «un rapporto di fiducia con il sindaco» e che, quindi, deve «ascoltare il suo indirizzo».
Chi, invece non lo ha mai accettato, contestando pesantemente le scelte della giunta Floris, è Paolo Casu. L'ex Riformatore, dissidente in maggioranza, nonché presidente della commissione attività produttive, tra mozioni e documenti da tempo si batte per la salvezza del mercato di viale Monastir. E si dice pronto a barricarsi con gli operatori, o anche a dimettersi, se l'amministrazione non rivedrà le sue posizioni.
In causa non c'è solo l'economia del territorio. Il passaggio dal pubblico al privato non può essere considerato un particolare ininfluente. Perché si tratta di una sfumatura assente nelle premesse del progetto. Tutto inizia nel 1997. Con un Pia, Piano integrato d'area, e un investimento da 90 milioni di euro. Pubblico e privato, insieme per realizzare la mega struttura di Sestu. Regione, Provincia, Comune e la società Campidano. Sessanta ettari a disposizione, tremila parcheggi, aree di carico e scarico delle merci, magazzini per stoccaggio e lavorazioni. Nel progetto, si dice, anche un albergo. Il progetto, rimodulato nel 2001, prende corpo nel marzo del 2002, quando si dà avvio ai lavori. Il taglio del nastro, previsto dopo diciotto mesi, avverrà molto più tardi. Si assisterà all'inaugurazione solo nell'estate del 2007.
Nel frattempo, dove sia finito il “pubblico” non si sa. Anche perché - con orgoglio - il centro agroalimentare di Sestu è stato inaugurato come una struttura “unica” nel suo genere in Italia. Gestita cioè da privati, i proprietari dei box. A questo proposito va chiarito l'aspetto economico della vicenda. L'acquisto di uno spazio al suo interno - 88 box che si affacciano su due gallerie lunghe 250 metri, per una superficie coperta di 40 mila metri quadrati - non poteva che essere un investimento a lungo termine. Con mutuo perpetuo e vita ipotecata sul mattone. Circa 1.200 euro al metro quadro. Un esempio: per acquistare 160 metri quadri bisognava sborsare 194 mila euro. Più Iva al 20%. Ma nel conto sarebbero finiti anche le spese “condominiali” e di gestione.
Eppure la maggior parte degli operatori di viale Monastir ha scelto il trasloco. Il nuovo centro appariva la soluzione ideale in confronto a quella struttura obsoleta e priva di servizi di Cagliari. Che, oltre tutto, da più parti veniva data per spacciata. Insomma, l'operazione appariva come un trasloco quasi obbligato per tutti. Il futuro era a Sestu. Ma tutti quelli che sono rimasti resistono e resisteranno: un sindaco non può decretare la cancellazione della presenza pubblica nel settore. Dovrebbe essere radicata anche a Sestu, per il poderoso finanziamento pubblico dell'opera: è stata spazzata via a favore di un monopolio privato.Il Comune ne sembra il braccio armato e sospetto.
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