martedì 12 febbraio 2008
Interventi.
di Raffaele Deidda
È opinione diffusa che informarsi, in Italia ma non solo, è quasi da secondo lavoro, che non tutti i cittadini possono fare, semplicemente per mancanza di tempo. Per ricostruire una vicenda è sempre più spesso necessario leggere la stessa notizia su due o tre testate differenti e di diversa appartenenza politica e, nonostante questa fatica, rimane sempre il dubbio di non aver letto la “vera” notizia. Il filosofo cinese Lao Tzu già duemila anni fa diceva: «Esistono almeno tre verità: la mia, la tua e la verità». Le informazioni dobbiamo comunque procurarcele, rivendicando il diritto di poterle valutare e contestare, nella consapevolezza che solo un popolo informato può avere democrazia.
Questa premessa per ribadire il diritto dei cittadini all'informazione e soprattutto all'accesso all'informazione che, quando è anche gratuito come avviene con i giornali on line e con la rassegna stampa che la Pubblica amministrazione a tutti i livelli mette in internet a disposizione di tutti e non solo dei politici, essendo un bene pubblico finanziato con i soldi della collettività, assume ancora di più valenza di democrazia. Questo però solo se avviene nel rispetto dei differenti stili editoriali, e anche lessicali, dei media presenti nei territori di competenza delle amministrazioni pubbliche e se vengono respinti tentativi censori, da qualsiasi parte provengano, che rischiano di diventare oggetto di studio da parte di Freedom House, capaci di produrre preoccupanti cali di rating per quanto riguarda la libertà di stampa.
Visto che ci stiamo avviando verso un probabile Berlusconi III qualcuno potrebbe pensare che cominci a riaffacciarsi il governo delle tre “I” del Cavaliere (Inglese, Internet, Impresa) già sperimentato nel 2001, e che Freedom House altro non sia che la traduzione in inglese della più nota (in Italia) Casa delle Libertà. E invece no, tranquilli, è davvero un'altra cosa. Si tratta di un'associazione non governativa indipendente fondata negli anni '40 da Eleanor Roosevelt e da altri americani impegnati nella difesa della libertà di stampa. Fin dagli inizi, Freedom House è stata al centro di numerose lotte e campagne per la libertà di stampa, denunciando sistematicamente le numerose violazioni negli USA e nel mondo.
L'associazione pubblica ogni anno un rapporto teso fornire un quadro a livello mondiale sull'indice di libertà di stampa e d'informazione. Sul sito di Freedom House è possibile trovare la documentazione completa delle indagini, della metodologia, degli strumenti e dei riferimenti utilizzati. Il punteggio finale (rating) assegnato ai Paesi di tutto il mondo è dato da tre fattori fondamentali: il peso delle pressioni politiche, di quelle istituzionali e di quelle economiche. Questo rating porta poi alla suddivisione dei Paesi osservati in tre macro categorie.
I Free, ovvero quelli che assicurano la libertà e indipendenza della stampa e delle opinioni dei cittadini, con una scala numerica che partendo da 0 arriva a 30, che equivale al livello sufficiente.
I Partially Free, che rientrano nel punteggio 31-61, dove 31 è un Paese che non assicura un'accettabile indipendenza e libertà di opinione e 61 è un Paese solo formalmente libero.
I Not Free, Paesi oltre il rating 62, che si pongono in evidenza nella limitazione e nel controllo della libertà di stampa, fino al livello 100, Paesi cioè che presentano un controllo totale su stampa e opinione pubblica.
A leggere i dati relativi all'Italia pubblicati da Freedom House è possibile ricostruire il rating di libertà di stampa del nostro Paese negli ultimi anni. Così leggiamo che nel 2003 «persino un paese di lunga tradizione democratica come l'Italia è stato testimone di un declino della libertà dei media, dimostrando che le minacce alla libertà di espressione sono diffuse ovunque e possono emergere in qualunque contesto politico». Nel 2003 l'Italia è scesa al 74° posto, mentre nel 2002 era al 53° posto e nel 2001, prima del governo Berlusconi, si trovava al 42°. Nel 2004 la situazione italiana è peggiorata ulteriormente: al 77° posto, fra i Paesi “parzialmente liberi” e andando così a rappresentare l'anomalia dell'Europa occidentale (si è a metà classifica e al 194° posto, per la cronaca, c'è la Corea del Nord).
L'anomalia si aggrava nel 2005 con il raggiungimento del 79° posto (insieme al Botswana!). Nel 2006 il recupero: l'Italia risale al 61° posto e si ricolloca fra i Paesi “free”, evento che Freedom House motiva «primariamente a causa del fatto che Berlusconi non è più premier» e nella constatazione che «pur rimanendo l'informazione privata nelle mani di Mediaset controllata da Berlusconi, la principale emittente pubblica Rai non è più sotto il suo controllo». Il rapporto, è bene ricordarlo, non è stato stilato da un improbabile partito bolscevico internazionale, ma da un'organizzazione indipendente statunitense.
Nel rapporto 2008, relativo allo scorso anno, Freedom House assegna all'Italia il rating massimo (1: il minimo è 7) per quanto rigurda i diritti politici e le libertà civili e colloca il nostro Paese in quel 46% di mondo libero dal quale negli anni passati ci eravamo pericolosamente allontanati. Questo dato dovrebbe stimolarci a perseguire una sempre maggiore libertà che ci collochi ai primi posti in Europa e nel mondo, facendo sempre memoria della definizione di Freedom House: «Un paese libero è uno in cui c'è ampio spazio per l'aperta competizione politica, un clima di rispetto per i diritti di civili, una significativa società indipendente caratterizzata da media indipendenti».
Facciano tesoro di questa definizione anche i signori consiglieri regionali della Sardegna e soprattutto quelli della sinistra, a cui ancora guardiamo con preoccupata simpatia. Si impegnino democraticamente a rimuovere da subito ogni tentazione oscurantista, ricordando che i pericoli non vengono dalla stampa libera ma da quella organica alla destra che si appresta a fare irruzione sulla scena sociale e politica, con rinnovato vigore, al seguito del Cavaliere. Noi, cittadini italiani e sardi, ci teniamo moltissimo al miglioramento del “rating” della nostra regione per sentirci più liberi e più democratici.
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