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lunedì 11 febbraio 2008

Anche le statue hanno voglia di piangere,
tra miracoli vagamente sospetti
e una fede spicciola che si aggrappa a tutto

di Marinella Lőrinczi

Qualche giorno fa, durante un telegiornale all'ora di pranzo, ho sentito di sfuggita riparlare della Madonnina piangente di Civitavecchia. Sembra che abbia versato di nuovo qualche gocciolina di sangue, e non c'è da meravigliarsi, poverella: molti di noi piangeremmo amaramente e vistosamente pensando a cosa ci aspetta, con le elezioni da qui a qualche mese. Lacrime rosse o tricolori o incolori, pur di sfogare rabbia, senso di impotenza, delusione, apprensione, paure, vaff... ecc. ecc. ecc., una goccia per ognuno dell'elenco e il pianto a dirotto è fatto.

To', mi sono detta, miracolo! Ovvero, più modestamente, che coincidenza! Infatti, da qualche giorno mi sto rigirando nel cervello un fatterello che mi è capitato anni fa e che mi è venuto in mente perché sto leggendo, rileggendo e leggiucchiando un opuscoletto di Luigi Garlaschelli, con presentazione di Roberto Vacca, intitolato Miracolo offresi. Fenomeni o fede? (Piccola Biblioteca Millellire, Stampa Alternativa, 1996). Parla soprattutto del sangue di San Gennaro e delle ipotesi scientifiche circa la sua vera natura. Ipotesi, perché il contenuto della boccetta sigillata di vetro antico, medievale, è intoccabile.

Non sono invece state intoccabili le lacrime della Madonna di Civitavecchia che si sono rivelate essere, all'esame, sangue maschile, di provenienza ignota dal momento che i maschi della famiglia dove si è verificato l'evento della lacrimazione ematica (nel 1995) si sono rifiutati di far analizzare in laboratorio un campione del loro sangue.

Men che meno è stato intoccabile il liquido sgorgante dagli occhi di una statuina di Assemini, anche se ricorderete che all'analisi chimica si è arrivati a fatica. Comunque, alla fine la cosa si è fatta e il verdetto fu: sangue della proprietaria della statua, che ingenuamente aveva collaborato all'indagine. Era il 1993 o il 1994, ed era la prova generale per Civitavecchia che infatti riuscì molto meglio (e che fu addirittura preannunciata).

Ci sono andata anch'io, ad Assemini. La casa in questione, che ospitava la statuina, si trovava in una via breve che collegava perpendicolarmente altre due vie laterali, come il trattino centrale di una lettera H. Alle due estremità si erano piazzate delle macchine di polizia o carabinieri che bloccavano il traffico motorizzato e che facevano entrare soltanto i pedoni, di cui la maggioranza erano donne. Molte giovani e anche bambini.

Ricordo che mi aveva colpito la tenuta dei partecipanti. Mentre le donne officianti erano vestite di nero, sobriamente e appropriatamente, e si muovevano con compostezza tra statua (che stava nel cortiletto della casa, ad una certa distanza dalla recinzione) e folla accorsa, la quale non poteva varcare detta recinzione, la gente era vestita così com'era uscita di casa, donne in panta-collant, ricordo soprattutto questi panta-collants, perché le vedevo da dietro.

Siccome non tutti potevano stare in prima fila, si passavano di mano in mano dei fazzoletti che poi venivano consegnati, attraverso la recinzione, alle padrone della casa e della statuina, le quali li strofinavano sulla statuina e poi li restituivano. E il fazzoletto guaritore compiva il suo viaggio di ritorno. Questo ho visto.

Poi siamo capitati da un fotografo della zona che vendeva foto della statuina, cinquemila lire l'una, ne ho comprata una anch'io e la conservo - figuriamoci! - e poi ho saputo che hanno fatto visita al fotografo i finanzieri perché non rilasciava scontrino.

Torniamo a casa. Mi metto a sfaccendare, avrò spostato degli oggetti, bagnato i fiori, meccanicamente, come succede con queste incombenze quotidiane, quando vedo per terra delle gocce di un liquido marroncino rossastro scuro, quasi mi è venuto un colpo (come a monsignor Grillo con la statua di Civitavecchia tra le mani). Non capivo, non capivo, cosa mai poteva essere?

Pulisco, mi occupo d'altro, e poi riecco, di nuovo le gocce di “sangue”. Ebbene, alla fine ho capito. C'era un grosso vaso di coccio, con dentro terra e pianta, abbastanza vecchiotto, dalle cui pareti trasudava l'umidità portandosi appresso probabilmente ossido di ferro contenuto nell'impasto argilloso. E gocciolava per terra. Lo strano è che quella è stata la prima e l'ultima volta. Mmah!…


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