lunedì 11 febbraio 2008
Interventi.
di Donatella Lissia
Quale giornale dovrei leggere?
Quando ero giovanissima c'era un foglio, molto grande, quasi un lenzuolo. Si chiamava l'Espresso ma non era quello di oggi. Lo leggevano persone con qualche nozione in più, con qualche lettura in più, ma soprattutto che si identificavano in un sistema ideale (non necessariamente ideologico) che sapeva di esperienze comuni, vissute in contesti precisi, anche riconoscibili in un linguaggio. Forse erano un po' snob, sicuramente cercavano nuove strade, avevano segnali riconosciuti e comprensibili da una cerchia di persone come loro. Chi non li amava non li leggeva e cercava altro, li disprezzava o li compativa. Erano comunque intellettuali di pregio, non vendevano fumo.
Ma oggi che giornale dovrebbe leggere una persona che è cresciuta in un'appartenenza? Intendo dire che ha creduto in un'idea, giusta o sbagliata che fosse, forse folle, avventurista, comunque però autentica? Come può comprendere la lettura del mondo di un giornalista che ieri tuonava contro qualcosa o qualcuno e oggi lo osanna o viceversa gode delle sfascio di chi ha contribuito ad esaltare?
I voltagabbana della stampa, non solo sarda, che mutano colore ad ogni soffio di vento, sono ormai la regola della carta, sempre più straccia, che le edicole espongono e spesso si è costretti a comprare, per “aggiornarsi”. Santoni che espongono fatti non per informare o per criticare o per indirizzare l'attenzione dei lettori, ma solo perché ce l'hanno con un politico e lo vogliono affossare, quello stesso che ieri o avantieri portavano all'altare.
Allora. Ai miei tempi chi aveva un determinato ideale di sinistra si compiaceva di trovare le sue stesse analisi della realtà nel suo giornale di riferimento, che fosse L'Avanti o L'Unità o La Nuova Sardegna, poteva trovare corrispondenza alle sue interpretazioni e certezze sul fatto che grandi intellettuali la pensassero tutti in un modo, non nel senso di dire le stesse cose, ma comunque far parte di una cerchia di individui con ideali comuni, progetti, fedi, onestà molto simili. E c'era chi le sapeva scrivere meglio, queste certezze, sviscerarle, farne patrimonio. Nessuno si sognava di tradire un senso comune, al di là del singolo pensiero che, quello sì, poteva subire variazioni ma era comunque riconducibile a quell'ideale, serviva a capire meglio.
Così accadeva per chi era di destra o di centro. E chi leggeva la stampa di destra sapeva che ci trovava analisi contrarie alle sue di sinistra, battaglie da combattere, contrasti, divergenze.
Oggi è accaduto ciò che Pasolini beffardamente attribuiva come profezia del futuro della televisione o comunque dei mass media. Solo che la sua previsione si è fermata all'omologazione. Si è invece stati capaci di andare oltre: prima c'è stata l'omologazione, ora si è arrivati al perpetuo voltagabbanismo. Chi legge una testata un tempo orientata a destra o a sinistra spesso legge le stesse cose, tanto che viene spesso da girare per vedere che giornale si sta leggendo, essendo tutti uguali, non solo per formato, ma per pensiero. Ma in più quel giornalista che ieri, ad esempio, difendeva a spada tratta un presidente di Regione, l'operato di una Giunta, la politica di un assessore, oggi lo crocifigge e domani forse ci ripenserà ancora e poi ancora.
Così la notizia informativa, quella che dovrebbe far capire all'incerto lettore cosa è accaduto, ad esempio, in una sentenza di un giudice, diventa un pretesto per dare all'untore.
Rivendico la mia appartenenza. Se non ho strumenti per capire, io lettore inesperto, sono condannato all'ignoranza. Non posso più identificarmi in giornali che ho apprezzato, che ho condiviso, ma soprattutto non ho più riferimenti validi nelle persone che scrivono, perché hanno perso la loro attendibilità, privi come sono di un convincimento che non sia quello del vento che tira oggi, maestrale, scirocco, tramontana. Una volta li chiamavamo pennivendoli, oggi non vale più. Lo fanno gratis, per stupire, per farsi leggere, per far spendere l'euro che costa il giornale, per mostrare una differenza che non esiste più nel codice genetico dei giornalisti o forse anche delle persone in generale.
Come andremo a votare, a scegliere, a capire, ad informarci, su una stampa tutta uguale a se stessa?
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