lunedì 11 febbraio 2008
Lettere.
di Domenico Canu
Mi ha impressionato la velocità spericolata dell'attività politica italiana nelle ultime settimane. Un mese fa vi era ancora il governo Prodi che con innegabili fatiche (per governare), annaspando nella palude del Parlamento, aveva la volontà di continuare a “regolarizzare” sia il sistema fiscale che quello economico. È bastata la sceneggiata di un ministro con tanti portafogli a ribaltare la situazione. Spinti da nuovi entusiasmi, e nuove poltrone, tutti gli attori dei nostri variegati gruppi di potere sfoderano le sciabole e i loro programmi. Mi ha colpito la convergenza in cui tanti si ritrovavano: rilancio dell'economia, riduzione della pressione fiscale, efficienza dei servizi. Tutti uniti dallo stesso amore per gli italiani.
Tra i sondaggi aggiornati e sfaccettati che i media ci somministrano come medicinali manca quello relativo a come vorrebbero votare gli italiani. Se non siamo buffoni, da parte di tutti, dal nobile operatore ecologico al sovente meno nobile parlamentare o politico di tutti i colori, chiare sono due cose: quasi tutti non vogliono partitini o personaggi ambigui e allo stesso tempo vorrebbero scegliere il proprio rappresentante a Roma. Se ciò fosse assodato, deve essere premiato il partito che rispetta questa volontà dei cittadini. Per cui non vi è più il tempo delle promesse, ma quello dei fatti.
Ho ascoltato con interesse Veltroni che dichiarava candidamente la sua volontà a questo ricambio; devo dire che non mi ha convinto ma mi fa sperare in una buonafede che puó far cambiare veramente il Paese. Nel frattempo succede però che in poche ore gli alti vertici del PD decidono per Rutelli come sindaco di Roma e Finocchiaro come candidata alla regione Sicilia. È vero che non si possono chiedere le primarie anche per il capo condomino, ma la scelta non puó allo stesso tempo avvenire tra i pochi che sono al vertice del partito, in quanto l'interesse non è del ruolo da affidare ad un compagno di partito, ma è di una regione o di una metropoli. Tempismo e decisionismo sì, ma le regole promesse a quando?
Tornando alla tempistica, penso nuovamente alle elezioni americane che si svolgono per dieci mesi di seguito per poter arrivare alla giusta scelta. Qui nel giro di poche settimane si ribalta un governo e con l'efficienza inversamente proporzionale a quella che dimostrano durante il governo, sia dentro che fuori, freneticamente si fanno coalizioni, si trama, si calcola e si bruciano le tappe.
Forse dovremmo cambiare il periodo delle elezioni; ricordo che le consultazioni nazionali cadono sempre a primavera, sia quelle che vanno a termine dopo l'intero mandato che quelle anticipate, come spesso è successo. Senza scomodare ancora gli USA che votano in autunno, non sará il caso di provare a cambiare stagione, anche per scaramanzia, vista l'esperienza pluridecennale? Non credo che con un governo “commissariato” ci accorgeremo della differenza.
Questo può portare ad un governo più meditato e meno precox, che possa consentire la scelta di candidati che in questo momento ricade ancora una volta dagli accordi tra pochi. Sono convinto che mai come adesso il cittadino vuole che il suo voto conti, per cui la mancanza di un consenso allargato è fondamentale per evitare quel distacco cittadino-politico che non servirà a migliorare la situazione italiana. D'altronde il buon politico viene sempre premiato; affidarsi all'incarico diretto del partito è giá in partenza timore di perdere il proprio posto di lavoro, dimenticandosi che l'interesse del suo compito non è personale ma di un'intera nazione che come dice qualcuno deve rialzarsi; l'importante è evitare tutti coloro che l'hanno fatta cadere.
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