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lunedì 11 febbraio 2008

Interventi.

Le emozioni e la storia sepolti sotto il cemento
Non è tardi per salvare il salvabile

di Rosa Maria Patteri

Qualcuno sta tentando di stravolgere pagine di storia di antiche civiltà. Se l'incubo si avvera, i nostri nipoti nei libri di domani leggeranno: «A Tuvixeddu, nella più grande necropoli del Mediterraneo, dopo i Cartaginesi vennero le Coimprese Spa, con un esercito di 300 mila metri cubi di cemento&hellip».

Forse qualcuno tarda a capire che certi interventi umani in luoghi di particolare pregio ambientale o storico operano una sorta di “sostituzione irreversibile” del preesistente, di ciò che era e che non tornerà mai più. Chi ha avuto la ventura di rivedere posti a cui la memoria legava episodi dell'infanzia o di gioventù, avrà anche appurato che è sufficiente un piccola modifica nello scenario naturale (un albero rimosso, una casa che non c'era, un sentiero divenuto strada…) per rendere quel luogo irriconoscibile e non ritrovare più alcuna emozione.

Ma certe cose si capiscono solo se si è disposti a rivedere in modo critico le nostre passate usanze di rapportarci alla nostra terra. Io, lo ammetto, sono cambiata molto rispetto a 20 anni fà, quando pur fresca di laurea, condizione che presuppone un certo allenamento al pensiero e al ragionamento critico, non ero molto dotata di lungimiranza. Non si spiegherebbe altrimenti la mia reazione, quando vidi per la prima volta Costa Smeralda.

La ricordo ancora come se fosse oggi, avevo 25 anni e sorseggiando una bibita sotto uno dei lussuosi portici, osservavo estasiata le due grandi fotografie che ritraevano i Monti di Mola prima e dopo “il trattamento”: immutati per milioni di anni, stravolti in poco tempo da milioni di lire. Le differenze mi sembravano davvero mirabili e a suggellare quella sensazione fu una mia esemplare esclamazione: «… ma guarda un po', prima non c'era niente, solo capre, spiagge e mare, ora invece sì che è stata valorizzata&hellip».

Il blu del mare, le nude spiagge, la natura quasi selvatica, allora erano per me lo scontato quotidiano che non destavano più meraviglia. Capisco il loro prezioso valore solo ora che non vi sono più. Io non mi vergogno di aver cambiato idea nell'ultimo ventennio. Mi dispiace che vi siano imprenditori ancora oggi, come 20-30-40 anni fa, che considerano un nuraghe o una necropoli come un ingombro, e lo misurano in metri quadri o cubi, trascurando l'altra dimensione che non è mai del tutto ponderabile: il tempo anteriore, il tempo presente e, uomo permettendo, il tempo futuro che occupano.

Ad uno spazio-tempo così immenso, merita di accostarsi con estremo rigore e rispetto, non risparmiando nessun tentativo nel salvarlo in extremis. I Cartaginesi, da lontano, ci ringraziano già.


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