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sabato 9 febbraio 2008

I partiti e la nomina degli eletti
Rinunciate all'esproprio,
sarebbe un segnale di rinnovamento

di Michele Ainis (da lastampa.it)

Il 13 aprile subiremo un doppio esproprio. Perché il porcellum ci impedisce d'esprimere governi stabili e coesi, stimolando viceversa la frammentazione, il caravanserraglio dei partiti, nonché il battesimo di maggioranze dissonanti fra Camera e Senato. E perché in secondo luogo ci priva del diritto di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento.

Il primo esproprio cade a danno dell'interesse collettivo, ma non si traduce giocoforza in un vizio d'incostituzionalità della legge elettorale. Contemplando elettorati differenti per Montecitorio e Palazzo Madama (dove si vota rispettivamente a 18 e a 25 anni), e stabilendo inoltre che la sola elezione del Senato avvenga su base regionale, i costituenti misero nel conto l'eventualità di risultati eterogenei; e infatti non a caso fissarono in 6 anni la durata originaria del Senato, e in 5 quella della Camera.

Il secondo esproprio offende viceversa la Costituzione, oltre che il comune senso del pudore. Tecnicamente, l'effetto si realizza attraverso il sistema delle pluricandidature e delle liste bloccate. Significa che i notabili dei partiti possono presentarsi in ogni collegio nazionale. Significa che i loro nomi aprono la lista elettorale, come antipasti nella carta del menù. Significa infine che il menù è più lungo d'un lenzuolo, però l'elettore non può optare tra le varie pietanze, perché il voto di preferenza non esiste. Sicché mette una crocetta sul partito, illudendosi di scegliere i primi della lista. Errore: la scelta non spetta all'elettore ma all'eletto. Anzi al plurieletto. Che decidendo d'ancorare il proprio seggio a questo o a quel collegio, decide altresì le sorti di chi gli sta dietro nel lenzuolo elettorale. E a sua volta tale decisione si consuma dopo le elezioni, che così girano in farsa, in messinscena.

Del resto, è uno spettacolo cui abbiamo già assistito. Nel 2006 trascorsero un paio di settimane (dal 9 al 26 aprile) prima che ci fosse dato conoscere le facce dei nuovi deputati e senatori. Nel frattempo il Palazzo registrava l'altalena fra eletti rinuncianti e primi dei non eletti subentranti. Risultato: un terzo dell'intero Parlamento è stato nominato dalle segreterie politiche. E questo risultato apre una ferita alla legalità costituzionale non meno grave degli effetti distorsivi imputabili al premio di maggioranza, sui quali la Consulta ha già levato l'indice.

Insomma voteremo con una legge elettorale che viola la libertà del voto, recide il legame fra eletti e territorio, rende gli eletti servi dei partiti. E infatti si minacciano esposti e ricorsi e conflitti fra poteri, stendendo un'alea sulla prossima consultazione popolare. Il guaio però è che il porcellum - per i meccanismi del processo costituzionale - non si presta a un giudizio dinanzi alla Consulta. E allora ci troviamo a mani nude, e senza un giudice cui chiedere giustizia.

È una situazione disperante, ma non del tutto disperata. Se le regole del gioco sono truffaldine, non è detto che ogni giocatore sia necessariamente un baro. L'esempio viene da Veltroni: gli tocca la sua prima gara con un sistema che castiga i corridori solitari, e lui ciò nonostante va da solo. Una scelta virtuosa, oltre che audace, perché restituisce qualche grammo di chiarezza alla competizione elettorale. Ma è altresì virtuosa la scelta d'un ex presidente del Consiglio (Romano Prodi), nonché di due ex presidenti delle Camere (Violante e Pera) che non si ripresenteranno ai nastri di partenza, offrendo un contributo personale al rinnovamento della classe politica.

Ecco, anche il trucco delle pluricandidature può venire disinnescato dalla spontanea rinuncia dei partiti. Al massimo, può farsi un'eccezione per il leader, la cui faccia è un po' come la faccia del partito. Ma gli altri no: a ciascuno il suo collegio, ed uno solo. Così, senza una nuova legge, senza modificare le regole del gioco, lo scettro tornerebbe ai cittadini.

E se i partiti non rinunciano alla possibilità di decidere gli eletti? Semplice: non li votiamo. Scegliamo il compagno di banco, il partito più vicino. Perché in quest'elezione non conta solo il «chi è» dei candidati, conta di più il «come» verranno candidati. E perché questo è il solo modo per riprenderci - finalmente - il voto.


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