sabato 9 febbraio 2008
di Elvira Corona
«L'estradizione di un cittadino straniero non può in alcun caso essere ammessa per reati politici»: così recita l'ultima parte dell'articolo 26 della nostra Costituzione. E giovedì scorso, la sezione sassarese della Corte d'Appello di Cagliari si sarebbe dovuta pronunciare proprio sull'estradizione di un cittadino turco, condannato in Italia per associazione terroristica - almeno secondo le controverse nuove regole in materia di terrorismo varate dopo l'11 settembre 2001 - ma che in realtà è colpevole solo di far parte di un partito della sinistra turca che si oppone all'attuale governo del paese. Avni Er è uno degli sventurati iscritti - assieme all'organizzazione politica di cui fa parte - nelle black lists stilate dall'Onu e dall'Unione europea dopo gli attacchi alle torri gemelle. Sulla sua testa pendono una condanna a 7 anni - che sta scontando ora nel carcere nuorese di Badu 'e Carros - e una richiesta di estradizione da parte del suo paese d'origine, la Turchia.
«L'ingiustizia è il migliore alleato del terrorismo. Occorre combatterla», aveva detto qualche giorno fa Dick Marty, presidente della Commissione che si occupa delle questioni giuridiche e dei diritti dell'uomo, nell'intervento di apertura del dibattito all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa sulla revisione delle liste nere del terrorismo. E quella di Avni Er ha tutta l'aria di essere una ingiustizia: forse per questo la sezione sassarese della Corte d'Appello di Cagliari ha deciso di rinviare la decisione al 10 aprile, per poter acquisire i nuovi elementi annunciati dall'avvocato di Er, Flavio Rossi Albertini.
Avni Er e la sua compagna Zeynep Kiliç sono in carcere dal 1º aprile del 2004, quando la Procura della Repubblica di Perugia decise di intervenire contro quella che è stata considerata una cellula di collegamento tra l'ala militare di un'organizzazione terroristica operante in Turchia e i vertici che agivano invece in Olanda. Nel successivo processo gli imputati sono ritenuti colpevoli di appartenere all'organizzazione terroristica e quindi condannati rispettivamente a 7 e 5 anni di reclusione. Dopo un primo periodo nel carcere romano di Rebibbia, nel 2006 arrivò - solo per Avni - il trasferimento in Sardegna, a Badu 'e Carros.
In realtà il reato dei due sembra essere solo quello di essere degli attivisti del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo, il DHKC. Questa l'organizzazione, anzi il partito, inserito nella black list delle organizzazioni terroristiche internazionali approvata nel 2002 dall'UE. Come ricorda l'avvocato Flavio Rossi Albertini, «l'attività di Avni in Italia è sempre stata quella di divulgazione e di controinformazione rispetto alla dura repressione e persecuzione che la sinistra turca è costretta a subire: torture inflitte sistematicamente ai prigionieri politici, partiti e associazioni messi al bando, giornali chiusi e i loro redattori arrestati. Senza dimenticare il massacro di decine di prigionieri e di loro familiari realizzato dalle forze di sicurezza turche nel dicembre del 2000».
L'arresto dei due giovani turchi in Italia è la diretta conseguenza dell'applicazione dell'articolo 270 bis del nostro codice penale, e dalla sua estensione in seguito agli attentati dell'11 settembre. «Da notare che prima della riforma in senso restrittivo dell'art. 270 bis - afferma Rossi Albertini - non sarebbe stato giustificabile l'arresto di persone accusate di aver commesso dei reati associati al terrorismo non nel nostro territorio bensì in un paese terzo. La riforma del Codice penale e il rafforzamento a partire dal Governo Berlusconi della cooperazione giudiziaria con la Turchia hanno portato nel 2004 a questa operazione, presentata all'epoca come la prova concreta della disponibilità italiana nei confronti delle richieste insistenti del governo di Ankara di colpire le voci dell'opposizione di sinistra turca che operano in molti paese europei».
Avni e Zeynep non sono infatti accusati di aver preso parte ad alcuna azione violenta: la loro militanza si limitava alla diffusione nei paesi europei di informazione sulle tremende condizioni a cui sono sottoposti i detenuti nelle carceri speciali turche di tipo F (un particolare tipo di detenzione che vieta qualsiasi tipo di contatto fra i detenuti e quindi ogni attività sociale nella vita dei prigionieri) e sulla resistenza dei prigionieri politici contro queste misure di detenzione.
Un episodio in particolare - secondo Avni - ha fatto scattare l'arresto: una protesta pacifica contro il ministro degli esteri turco durante un suo discorso nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles. «Questa protesta - scrive Avni Er in una lettera ai suoi sostenitori - era legittima e democratica. Mentre lui faceva il suo discorso, sono stati mostrati alcuni cartelli riportanti fotografie dei corpi bruciati dei prigionieri durante uno dei tanti attacchi militari nelle carceri turche. Nella fattispecie erano fotografie del massacro avvenuto nel 1999 ad Ankara, ordinato dal governo che il ministro rappresentava. Tale ferocia doveva essere denunciata a tutto il mondo. Anche se durante la protesta io non c'ero, sono totalmente solidale. È un dovere per tutti coloro che difendono i diritti umani e la democrazia protestare contro i massacri dello Stato fascista turco».
Violazioni dei diritti umani e condizioni carcerarie molto preoccupanti peraltro denunciate anche da numerose organizzazioni come Human Rigths Watch, così come si legge nell'ultimo rapporto sulla Turchia pubblicato da Amnesty International. «Non è cessata la persecuzione di coloro che esprimevano le proprie opinioni pacifiche. La situazione dei diritti umani è ulteriormente peggiorata. Non sono cessate le preoccupazioni per la mancanza di equità processuale e per le condizioni nelle carceri di tipo F».
Nel rapporto si denunciano anche le nuove misure per la lotta al terrorismo. «La revisione ha notevolmente ampliato l'ambito di applicazione della legge e il numero di reati punibili come reati terroristici, ha introdotto nuovi articoli suscettibili di restringere ulteriormente la libertà di espressione e non ha limitato l'impiego di forza letale da parte delle forze dell'ordine. Sono proseguite le segnalazioni di detenuti sottoposti a maltrattamenti, punizioni disciplinari arbitrarie e severe e all'internamento solitario o all'isolamento in piccoli gruppi nelle carceri di tipo F».
Secondo lo stesso Avni - che il 28 gennaio scorso ha iniziato uno sciopero della fame - il suo arresto e quello della sua compagna (per la quale l'ex ministro della Giustizia Mastella ha già firmato l'estradizione in Germania) «fanno parte di una strategia pianificata dal regime fascista in Turchia con la collaborazione dell'Italia e di altri Paesi europei, in quanto - afferma Er - i rapporti economici con il mio Paese sono fondamentali al mercato della UE. Dopo il primo aprile, giorno del nostro arresto, sono state perquisite in effetti esclusivamente sedi rappresentative di associazioni democratiche ed uffici stampa, interessate a denunciare ciò che accadeva (ed accade ancora) in Turchia».
E a pensarci bene, gli interessi dei paesi europei e dell'Italia in particolare sono parecchi in Turchia. Nel paese - che ha chiesto di entrare a far parte dell'Unione europea ma che ancora non riconosce Cipro, uno dei sui 27 stati membri, e che ha concluso precipitosamente proprio in queste ore l'iter legislativo per abolire il divieto di portare il velo all'università per le donne islamiche - passa infatti uno dei più importanti oleodotti (Baku-Tblisi-Ceyhan), che presto sarà affiancato anche dal gasdotto del Sud Caucaso (SCP), ma che ha anche il suo peso geopolitico per la sua posizione geografica, vicina al medioriente, a metà strada tra Europa e Asia. Insomma non è difficile credere che se Ankara chiede, l'Europa sia interessata a non creare troppi problemi.
Intanto sono numerosi gli appelli perché sia negata l'estradizione di Avni Er: arrivano da associazioni, giornalisti e organizzazioni politiche. L'auspicio è che la giustizia prevalga su tutti gli altri interessi, affinché il governo italiano non si renda complice di un nuovo atto di ingiustizia. Rimandare in Turchia Avni significherebbe mettere a rischio la sua incolumità e la sua stessa vita, visto che in patria si prospetterebbe per lui uno scenario peggiore di quello descritto nel vecchio film Fuga di mezzanotte.
Per questo gli avvocati chiedono alla Corte d'Appello di rispettare il principio costituzionale che prevede il rifiuto dell'estradizione «quando sussiste il concreto rischio che il prigioniero possa essere sottoposto a tortura o comunque a trattamenti inumani e degradanti». Il rinvio della decisione lascia ben sperare: quantomeno c'è la volontà da parte della magistratura di acquisire elementi per fare più luce possibile sulla vicenda. Anche se dopo il pronunciamento della Corte d'Appello, l'ultima parola spetterà comunque al Ministro della Giustizia, bisognerà vedere i tempi per capire se spetterà al neo-nominato Luigi Scotti o al ministro del futuro governo. In ogni caso quello che conta è che la decisione sia diversa da quella di Clemente Mastella, il quale si era già detto disponibile alla richiesta di Ankara.
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