sabato 9 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Il Cavalier Veltruscloni. Chi l'avrebbe mai detto che l'ego smisurato di Sua Emittenza dovesse patire uno scacco così evidente e clamoroso. Per 14 anni ha procreato uno stuolo di berlusclones: personaggi minori gemmati all'ombra del mattatore Silvio. Ora è lui, a essersi dovuto involontariamente trasformare in clone politico: dell'avversario, Walter Veltroni. Sta facendo per necessità la fotocopia delle scelte politiche del sindaco di Roma, imitandone le decisioni, mutuandone la strategia del partito unico. Appunto, un ruolo da Veltrusclone.
Al quinto passo da leader della destra, il Silvio V (ma non è l'imperatore Carlo) non è più la lepre in fuga: il più veloce, innovativo, davanti a tutti. È il cane che insegue. Secondo su due. Arranca, deve subire l'iniziativa e il passo dell'avversario non potendo più imporgli il suo. Quasi una metafora non più solo anagrafica: il “giovanotto” che scarpina e sfreccia, il giovanile uomo della terza età che cerca di stargli al passo. Il Cavaliere è magnificamente conservato. Ma è pur sempre un ultrasettuagenario: tanto più si nota ora che Prodi - benché di poco più giovane - si è messo da parte lasciando tutta e sola al Cavaliere la poco ambita palma di leader politico più vecchio dell'Occidente. Rappresentante simbolico della gerontocrazia della casta.
È ben vero che Veltroni fa politica da molto più tempo. Ma questo non modifica il dato che, a neanche 53 anni, potrebbe essere figlio di Berlusconi. In poche settimane, come l'anatroccolo (non brutto neanche prima, in verità, popolarissimo) si va facendo cigno politico. Con una determinazione e un coraggio lontani mille miglia da quando, nel 1998, D'Alema apostrofava lui e Prodi come «quei due flaccidi imbroglioni di palazzo Chighi». Non ci siamo mai esaltati per l'uomo. Ma bisogna essere intellettualmente onesti nel riconoscere un esponente meno stimato di altri quando si disvela, si produce nello scatto, mostra statura da leader nel momento più difficile e significativo. Sospinto anche dalla dura realtà ma prendendola per le corna anziché subirla e farsene incornare.
Come si dice dalle nostre parti, non conta tanto svegliarsi presto e per primi ma inzerttai s'ora: imbroccare il momento che richiede al leader di mostrarsi tale. Capace di dominare gli avvenimenti, senza esserne solo condizionato. Veltroni ha preso politicamente il largo. Non è detto che vinca elettoralmente. Ma si è imposto in un passaggio stretto e decisivo, riconosciuto anche dagli avversari: è già una mezza vittoria che potrebbe materializzarsi anche nelle urne.
L'accelerazione che Veltroni ha impresso allo scenario nazionale fa presa perché va in direzione di quel che i cittadini vogliono come pre-condizione per rivedere l'Italia governata nella chiarezza. Semplificazione del sistema, drastica riduzione del numero di partiti, alleanze coese e chiare su programmi essenziali e condivisi. È l'offerta che Veltroni sta facendo al Paese, con scelte anche traumatiche che però riesce a far passare senza drammi. Finita la stagione dell'arca di Noé, la coalizione con dieci partiti, partitini minimali, personali e rissosi. Chiusa anche, ma stavolta senza risse tra fratelli-coltelli, la coabitazione forzata con la sinistra radicale che si condensa, se sperabilmente ci riuscisse, nella Cosa Rossa o Sinistra Arcobaleno (Arcobalente in Sardegna). Ma non in un clima di scontro: competizione, concorrenza, rispetto senza effusione di sangue sinistro. È un passo avanti straordinario, se reggerà.
Tutto questo ha spiazzato Berlusconi e i suoi. Hanno voluto e imposto le elezioni a tutti i costi. Senza cambiare la legge-porcata come tutti gli italiani volevano per non essere ancora espropriati del loro diritto di voto: per poter eleggere i parlamentari in collegi dove si conoscessero i candidati, non vederli nominati nel chiuso delle segreterie al momento della formazione delle liste o con le opzioni dopo lo spoglio. Hanno voluto le elezioni guardando solo ai sondaggi e alla loro convenienza immediata: convinti di avere già la vittoria in tasca. Dimenticando che per decenni, ogni volta che un partito ha provocato irresponsabilmente il voto anticipato, è stato punito dagli elettori. Così accadeva: può di nuovo succedere in una nuova stagione di responsabilità civica.
L'avevano vista troppo facile, a destra, puntando sulla vittoria scontata. Pelle dell'orso venduta troppo presto: con l'orso ancora libero. Ci sono anche gli altri. Stavolta Veltroni non ha fatto come nel 2001. Quando il centrosinistra era rimasto per due anni a contemplarsi l'ombelico, aspettando rassegnato come un agnello sacrificale la vittoria annunciata del Cavaliere: si sarebbe potuta almeno contenere. Il nuovo leader ha trasformato l'ora disperata della caduta di Prodi e della dissoluzione dell'Unione in occasione per una svolta radicale. Lo mette a capo della corsa, quanto meno in condizioni di poter competere con l'ormai “vincible armada” dell'ex Polo, se non addirittura di ribaltare i pronostici.
E cos'è, se non paura di perdere, il tardivo allineamento di Berlusconi alla svolta veltroniana? Consapevolezza (anche tramite i sondaggi) che l'avversario incontra il consenso degli elettori, può sfondare. Ergo, bisogna imitarne la strategia per non essere travolti. “Il destino ha cambiato cavallo”, titolo di un famoso libro di Leo Longanesi, potrebbe essere adattato: il destino ha cambiato cavaliere. Presto per dirlo, perché i grandi blocchi geo-elettorali (specie al Nord) sono ancora a favore di Berlusconi. Perché il centrosinistra aveva un'immagine e spesso rappresentanti vecchi di una vecchia impostazione.
Gli equilibri attuali possono essere modificati dalla svolta di Veltroni? Forse no. O forse si, se Berlusconi ritiene essenziale corrergli dietro. Ma anfanante, in debito d'ossigeno e di immagine per i personaggi impresentabili che deve imbarcare. Mostrando i segni di un'imprevista grande paura al posto del trionfalismo, della sicumera di pochi giorni fa. Ha voluto subito e a tutti i costi le elezioni? Ora se le prenda. Non può contestare Veltroni, solo fare autocritica. Il sindaco gli aveva offerto il grande accordo per la riforma elettorale ben prima della caduta di Prodi, sfidandolo a correre da solo con Forza Italia come lui annunciava di fare (e ora mantiene) con il Pd. Il Cavaliere gli ha risposto prima sì sulla riforma, poi ha rovesciato posizione per lucrare sulla caduta di Prodi: escludendo di marciare da solo perché aveva bisogno di imbarcare tutti per vincere le elezioni.
Altro giro, altra corsa, in 48 ore decide di allinearsi allo schema Veltroni, dimenticando anche di informare gli alleati che hanno cambiato sigla. Imporrà la sua volontà ma perderà pezzi e ha già perso la faccia. C'è una diversità fondamentale col Pd. Che è il frutto di un lungo processo politico, di un percorso tormentato e travagliato che ha richiesto anni, comunque legittimato dalla partecipazione di milioni di persone alla sua nascita. Infine rappresenta un gruppo coeso, costruito negli anni, attorno a una visione della politica e del centrosinistra: una fusione a freddo, spesso poco o nulla entusiasmante, ma che ora si è consolidata e marcia.
Cosa accade al Cavaliere? Vista la malaparata, in due giorni ha riverniciato il Popolo delle libertà che aveva messo da parte dopo averlo lanciato quando la Cdl si era frantumata, con Fini e Casini che gli sparavano contro a palle incatenate. La libertà (specie per un partito che si chiama popolo della medesima) non è partecipazione, come cantava Gaber? Infatti Berlusconi partecipa le decisioni: a se stesso. Agli alleati le comunica dopo averle assunte. Così Casini lo manda a quel paese, rifiutando l'annessione annunciatagli della sua Udc. Alla quale viene negato il preferenziale rapporto-alleanza federale che Berlusconi concede a Bossi. Il Senatur gli ha subito mandato a dire che mai accetterebbe di dissolvere il simbolo della Lega nel logo bicefalo Fi-An e mai potrebbe stare in lista con i Mastella, i Dini, gli Storace e Mussolini, i Cuffaro, i Dell'Utri.
È possibile che Casini debba alla fine adattarsi, come sempre. Ma potrebbe essere costretto a correre da solo o con la rispettabilissima “Rosa bianca” dell'eccellente Tabacci più Pezzotta: per non cancellare l'ultimo riferimento all'eredità politica della vecchia Dc, per non essere spazzato via come leader costruitosi con sagacia e spregiudicatezza. Anche lui ha voluto le elezioni, rinunciando alla richiesta della riforma elettorale alla tedesca: per questo Tabacci lo ha mollato per coerenza, come aveva fatto Follini. Bene, occhio alla possibilità che le urne elettorali non diventino funerarie, per custodire le ceneri politiche del suo partito. Di certo amerà come non mai Berlusconi: al quale ha creato problemi ma anche dato credibilità per moderazione istituzionale, in fondo gli è rimasto sempre fedele.
Mettere brutalmente da parte Casini non è un buon viatico per il Cavaliere. Il quale ha anche altri problemi. Potrà lanciare il bi-partito unico. Ma se deve imbarcare Clemente Mastella e lo sputatore Barbato, Lamberto Dini, Domenico Fisichella e Storace, Bontempo “er pecora”, Alessandra Mussolini, più i suoi vari Dell'Utri, prendendo anche a rimorchio i Cuffaro et similia, apparirà davvero vecchio e condizionato dal peggio: fino a rischiare grosso. Mentre gli danno lezioni di stile Romano Prodi rinunciando a candidarsi come Giuliano Amato, che pure è uno dei personaggi più rispettati e prestigiosi della scena nazionale ed europea, stimato in tutti gli schieramenti per preparazione ed equilibrio: perfino in Vaticano. Col suo caravanserraglio, Berlusconi apparirà comunque il bardo del vecchio e spesso peggiore, mentre il rivale mette in campo nei posti di comando i 40-50enni.
Sconfortante l'ennesimo exploit dell'oscillante Gianfranco Fini, che cambia posizione come le cravatte e finisce per essere sconfessato perfino dalla vedova Almirante, sua nume tutelare. Un peccato. Ha credibilità personale ma la discredita con un'erraticità rutilante. Quaranta giorni fa aveva definito «comiche finali» il lancio del Popolo delle libertà da parte di Berlusconi: trattato come un terminale Ceausescu alla milanese. Ora ne ridiventa l'eterno secondo, scaricando l'alleato Casini come aveva mollato Segni sul referendum. Un tasso di incoerenza troppo clamoroso, incredibile e fulmineo per connotare un vero leader.
Per tutto questo, la partita è davvero riaperta. Il “possiamo farcela” di Veltroni appare molto più di uno slogan autoreferenziale. C'è nuova attenzione e piena considerazione per la sua determinazione. I primi ad ammetterlo sono i leghisti, che è tutto dire: estimatori del sindaco di Roma ladrona. Più di tutto, rende l'idea del cambio di vento l'immagine del Veltruscloni che cala sul Cavaliere: è la fotografia che i fatti e le sue ultime scelte gli hanno scattato. Molti italiani lo vedranno appunto così, in un'immagine corretta e autentica. Da cavaliere disarcionato dal cavallo-destino.
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