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giovedì 7 febbraio 2008

Interventi.

Veltroni il solitario, né folle né suicida
Grazie alle furbizie del porcellum
il Pd può limitare i danni e stupire

di Andrea Murgia

Tre piccole considerazioni (una tematica, una mediatica e l'ultima tecnica) sulla scelta di Veltroni di andare da solo alle prossime elezioni, che paiono sfuggire ai frettolosi commentatori di questi giorni agitati.

Quella tematica. Rispecchia la necessità di chiarezza e di propositi che una scelta limpida ed autonoma è capace di riaffermare. È consenso unanime che sarà premiata elettoralmente. Corrisponde alla vecchia logica di distinguersi se ci si trova in svantaggio e di mostrarsi uniti se si è favoriti. Per certi versi, è la stessa tattica (premiata, ahimè…) che portò alle tre punte della CdL nelle scorse elezioni. Un'opzione che, radicalizzata in funzione della novità del Partito Democratico, appare elettoralmente ancora più efficace e come tale è rivelata dai sondaggi. Nessuno pare dubitare che (almeno fintantochè i propositi non si tradurrano in chiari simboli elettorali) la scelta sia corretta per massimizzare il risultato del Partito Democratico al suo battesimo elettorale.

Quella mediatica è funzionale alla prima. La novità ha posto il Partito Democratico ed il suo leader al centro del dibatitto. Non si parla d'altro che del suicidio politico di Veltroni, del suo coraggio, del suo azzardo, etc. etc. In tanti a destra lo attendono al varco per dimostrare la solita fantasia estemporanea mascherata da un fantomatico accordo tecnico, l'inedulibile voltafaccia che sancirà le divisioni nel centrosinistra e così via.

Per conservare la forza immaginifica (visto che il termine piace tanto anche a Fini) della scelta e tenere il punto al centro del dibattito, la scelta stessa deve apparire ancora come “di rottura”. Coraggiosa o spericolata a seconda di chi la giudica. Per fare ciò quanto prima andrebbe declinata limpidamente in modo visivo (il simbolo) e programmatico (il contenuto).

La terza considerazione è di natura tecnica, ma non essendo chi scrive esperto nella materia la si propone per invitare i competenti al dibattito. Il porcellum dà per scontato che ci siano due coalizioni che si confrontano e si strappano a colpi di zerovirgolazerozeropercento il premio di maggioranza. Nel caso della Camera, tale premio è su base nazionale, mentre al Senato si ripartisce secondo la vittoria o meno nelle regioni, con le eccezioni di Trentino, Valle d'Aosta e Molise che per differenti motivi non seguono tale logica.

Nel 2006, delle 17 regioni maggioritarie sette andarono alla CdL ed in dieci prevalse l'Unione. Ciò determinò una compensazione tra i vari premi di maggioranza e creò di fatto l'ingovernabilità attuale. La legge assegna poi alla coalizione perdente nella regione il 45% dei seggi (o anche meno se la coalizione vincente supera il 55% dei voti).

Veltroni è accusato di suicidio politico per il fatto che la scelta di andare soli (o meglio con chi ci crede!) causerebbe la sconfitta dell'ex-Unione anche nelle regioni in cui vinse nel 2006, e quindi amplificherebbe la vittoria (scontata) della CdL.

Rispetto al 2006 converrà determinare alcuni punti fermi. Nelle sette regioni in cui si perse nel 2006, per ovvie ragioni che non sto ad elencare, difficilmente si riuscirebbe a vincere il 13 aprile. Questo a prescindere. Sia che si corra uniti con tutto il codazzo degli zerovirgolazerozeropercento sia che si corra divisi. In queste regioni distinguendosi (e quindi presentando diversi progetti politici alternativi) è in realtà più semplice limitare i danni e far sì che la CdL non vada oltre il premio di maggioranza del 55%.

Nelle dieci regioni in cui si vinse nel 2006 l'analisi è più complicata, ma pare scontato che in alcune di queste seppure ci si presentasse uniti non ci sarebbe alcuna possibilità di vittoria. Mi riferisco in particolare alla Campania, per il cambio di campo dell'Udeur e per i problemi di questi giorni, ma anche alla Calabria, per ragioni simili.

Rimangono quindi alcune regioni in bilico dove effettivamente se si corresse uniti ci sarebbero possibilità di confermare la vittoria del 2006. Tra queste la Liguria, le Marche, l'Abruzzo, la Basilicata e la Sardegna. In ogni caso sono posizioni in bilico dove la vittoria si gioca per una manciata di voti. Complessivamente i senatori in palio in queste Regioni sono 39, di cui 23 coi diversi premi di maggioranza e 16 per i perdenti. La differenza è in effetti di soli 7 senatori.

Ci sono poi le regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana e Umbria) dove marciando uniti la vittoria è scontata.

Se si è d'accordo su queste premesse, si può approcciare la questione successiva: cosa accade se ci si ritrova con un sistema tripolare del tipo CdL-PD-Sinistra Arcobaleno?

In effetti il porcellum non è nato per contemplare tale scenario, per cui i termini del problema sono assolutamente astratti. Soprattutto va considerato che nelle tre regioni rosse il PD in solitario è in grado di sbancare e quindi di portarsi a casa l'intero premio di maggioranza (26 senatori su 46), lasciando ai perdenti i restanti seggi ed innescando quindi una concorrenza tra gli sconfitti (Cdl e Sinistra arcobaleno). In pratica sfilando alla CdL dai 5 ai 7 senatori.

Dov'è il suicidio politico, se l'effetto paradosso del porcellum può essere quello di un sostanziale consolidamento dei senatori del 2006?

I senatori che deriverebbero dal “super-premio” delle regioni rosse potrebbero compensare quelli in meno nelle regioni in bilico, ed il contenimento della sconfitta al nord potrebbe azzerare l'effetto della sconfitta quasi-certa (ma certa se si ripropone l'Unione meno i traditori) della Campania e della Calabria.

In aggiunta non andrebbe trascurato che il collegio estero esprime 6 senatori in modo sostanzialmente proporzionale e che i senatori a vita tendono ad abbassare la soglia di sicurezza di un'eventuale CdL vincitrice.

Penso che comunque valga la pena di portare a compimento il laboratorio politico che il Partito Democratico rappresenta. Sono più che mai convinto che nell'andare a elezioni da soli non ci sia azzardo e tanto meno la voglia di una sconfitta purificatrice immaginata dai soliti malpancisti.


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