giovedì 7 febbraio 2008
di Elvira Corona
Il governo Prodi è caduto sulla solidarietà: quella che il ministro della Giustizia è convinto di non aver ricevuto dagli alleati, dopo le disavventure giudiziarie personali e familiari. Ma paradossalmente è proprio la solidarietà - quella vera, stavolta - a pagare il prezzo più caro della caduta del governo. Lasciando perdere per un attimo le pur importantissime questioni relative alla legge elettorale, alla riforma costituzionale, al conflitto di interessi, alle intercettazioni, alla riforma del sistema tv, o alle liberalizzazioni, rimane tutta una categoria di provvedimenti governativi che - seppure siano costati giorni e giorni di dibattiti e scontri - ora vengono completamente azzerati.
È il caso di quei provvedimenti che avrebbero dovuto sostenere i più deboli, come la legge delega per la modifica della disciplina sull'immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero; il disegno di legge sulla non autosufficienza, che fissava i livelli essenziali di assistenza per le persone in difficoltà e stabiliva l'istituzione del Fondo per la lotta alle povertà estreme e del fondo di solidarietà sui mutui per l'acquisto della prima casa; le norme per la promozione del welfare familiare e generazionale; il nuovo testo sulle droghe; la nuova legge contro lo sfruttamento della prostituzione. Ma anche le disposizioni penali contro il grave sfruttamento di lavoratori irregolarmente presenti sul territorio nazionale; le norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale; il disegno di legge su diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (Pacs e Dico prima, Cus poi).
Alcuni di questi disegni di legge di iniziativa governativa non sono neppure arrivati sul tavolo del Consiglio dei ministri: per esempio il nuovo testo sulle droghe, che avrebbe dovuto superare la legge Fini-Giovanardi del 2006, oppure il disegno di legge di modifica della legge Merlin del 1958 sulla prostituzione, il cui esame a Palazzo Chigi è stato più volte rinviato per la diversità di vedute degli stessi ministri.
Anche il tesoretto non si sa bene che fine farà. Non si sapeva a cosa destinare qui soldi inattesi ma nel vertice di maggioranza del 10 gennaio l'esecutivo si era impegnato a convogliarli verso interventi utili a restituire potere d'acquisto ai salari. E invece «il Governo cade proprio ora che si erano create le condizioni per avviare una redistribuzione del reddito e mettere mano a provvedimenti importanti, anche nell'ambito delle politiche sociali», commenta amareggiato Lucio Babolin, presidente del CNCA, il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza. «A pagare saranno, dunque, i più deboli», perché «l'intera classe politica italiana sembra ispirarsi unicamente a logiche di salvaguardia delle proprie posizioni di potere. La politica va riformata dal basso, invocando e imponendo l'esclusione di tutti quei politici che sono indagati e condannati, rivendicando il diritto ad una riforma immediata del sistema elettorale che offra garanzie di stabilità, rendendo realmente esigibili diritti sociali essenziali sanciti dalla legge», dice Babolin.
Anche il presidente della Fiopsd, la federazione che si occupa dei senza fissa dimora, è pessimista sulla situazione politica: «Viviamo un senso di amarezza con la caduta del governo Prodi. Abbiamo una nuova conferma dell'instabilità politica che caratterizza il nostro paese», dice Paolo Pezzana. «Questa instabilità è un grave danno non solo per l'economia ma soprattutto per le persone più fragili e per tutta quella grande parte del paese che ha bisogno delle politiche sociali». Anche questa volta, ricorda Pezzana, «ci si era illusi di poter fare qualcosa di solido e di duraturo. E invece si è rotto tutto e bisogna ricominciare daccapo».
Ci sono questioni comunque che non vengono azzerate con la caduta di un governo. Naturalmente per garantire la continuità degli impegni presi con partner internazionali, magari sbandierati in cambio di un po' di prestigio di fronte ad amici e alleati, e ben più importanti dunque degli impegni che si prendono con i propri cittadini /elettori (o quasi). Già all'indomani della sfiducia incassata al Senato, il Consiglio dei Ministri dimissionario infatti, approvava il decreto legge di rifinanziamento in blocco di tutte le missioni militari italiane all'estero, compresa la missione di guerra in Afghanistan. E stavolta a nulla è servito che i quattro ministri di sinistra - Alessandro Bianchi (Pdci), Paolo Ferrero (Prc), Fabio Mussi (Sd) e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) - non abbiano partecipato alla votazione, invocando la fine del vincolo di coalizione.
Il decreto - automaticamente entrato in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale - deve però essere convertito in legge dal Parlamento entro la fine di marzo, se no decadrà retroattivamente. La Sinistra Arcobaleno, in vista del voto, chiede già la possibilità di discutere e votare missione per missione: Libano, Kosovo, Iraq, Sudan, Somalia e Afghanistan, quest'ultima la più controversa tra tutte le cosiddette “missioni di pace”. Il 16 gennaio, i senatori di Rifondazione Lidia Menapace, Francesco Martone e José Luiz Del Roio avevano presentato al ministro della Difesa Arturo Parisi un'interrogazione parlamentare a risposta scritta dal titolo “Afghanistan, Peacereporter, italiani in missione di guerra?”. Interrogazione che - manco a dirlo - non ha ancora ricevuto risposta e probabilmente mai l'avrà. Ma stavolta sull'esito del voto - nonstante il no preannunciato dalla sinistra estrema - non avrà bisogno dell'uso del pallottoliere, visto ci saranno i voti favorevoli di tutti gli altri partiti.
Si sa le guerre (o la pace) mettono tutti d'accordo, e i deboli possono aspettare.
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