giovedì 7 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Nel giorno dello scioglimento delle Camere, mentre si evoca perfino quello del Consiglio, l'affossamento di Finanziaria, legislatura, maggioranza di Renato Soru e anche opposizione di centrodestra, vi pare serio che nel condominio-parlamentino-ballatoio sardo si metta nel centro del mirino un quotidiano on line come l'AltraVoce? Non fa sganasciare che buona parte del Consiglio si strappi le vesti e chieda la rimozione dei nostri articoli “eversivi” e offensivi dalla rassegna stampa della Regione, per proteggere l'Autonomia minacciata? Sarebbe da strafogarsi dalle risate ma davvero non ci resta che piangere.
La maggioranza dell'assemblea si leva indignata (per fortuna con alcune voci di netto dissenso) o tace e acconsente contro il nostro giornale. Lo mette al centro del dibattito e molti onorevoli concludono: per il trionfo della democrazia, imbavagliate quella voce, fatela tacere. I cannoni contro un moscerino su Internet. Va schiacciato: la Sardegna non ha altri problemi, potrà perseguire le magnifiche sorti e progressive. Ridicolo. Anche per il senso delle proporzioni e per il rispetto che portiamo alle istituzioni: nonostante certi suoi rappresentanti. Per l'imbarazzo di dover scrivere per fatto personale contro un'assemblea e la sua maggioranza numerica che si scaglia contro una voce pungente ma pur sempre piccina. Un peso zanzara contro i pesi massimi delle corazzate informative, scritte e radioteletrasmittenti pubbliche e private di e al servizio o finto ecumeniche che danno quotidianamente conto dei sospiri, delle storiche parole, delle azioni memorabili del parlamentino.
Imbavagliate l'AltraVoce per il bene della politica: amata, ammirata, osannata dalla totalità dei cittadini sardi. Neanche Emilio Fede è arrivato a censurare l'Unità o Liberazione. Un altro primato sardo, destro-sinistro. Siamo un giornale con appena 15 mesi di vita. Autofinanziato, senza padrini e padroni. Ce lo paghiamo con redditi e pensioni da altre occupazioni in essere ed ex. Col nostro lavoro in perdita, da matti e come matti. Sostenuti da un po' di amici che hanno messo mano alla non esondante tasca e ci hanno dato il loro sostegno.
Non abbiamo finora avuto accesso a contributi, finanziamenti a progetto mirato, a pubblicità: neanche quella istituzionale. Però abbiamo fatto inchieste sgradevoli: venti articoli documentatissimi (costringendo il resto dell'informazione non solo sarda a riprenderli) sulla vergogna del Consiglio regionale più costoso e lussuoso d'Italia. Sui Consorzi industriali mangiasoldi a tradimento lucrando sulle ciminiere spente. Sul pacco del digitale terrestre. Sulle collusioni tra informazione e politica per il sacco della Regione e delle coste. Sulle connivenze tra politica e illegalità che dal 1999 al 2004 ha trasformato la Regione in un'associazione malavitosa con decine di suoi esponenti condannati o sotto processo e un vortice di denaro sbranato da faccendieri. Sugli avvocati pro-contro la Regione che chiedono parcelle-porcelle da 70 milioni di euro, coperti informativamente e nel giro dell'ultrasinistra-ultradestra referendaria e libertaria.
Abbiamo picconato “nessuno tocchi Cellino”, caro a un fronte e all'altro per ragioni politico-immobiliari e altro, protetto a spada tratta dal gruppo Unione. Abbiamo puntato la nostra fionda contro i potentati dell'affarismo politico-sanitario-elettorale a 360 gradi, sulla sinistra immobiliare e la destra da greppia e da presa. Sparato ad alzo zero sul mastellato Nuvoli quando la sinistra non aveva scoperto ancora quando fetesse il sire di Ceppaloni, che l'ha piazzato al ministero al posto che fu di Giovanni Falcone.
Abbiamo raccontato per primi la storia sul logo della Regione, contestato duramente a Soru (e Dettori) il caso Saatchi, e al presidente la candidatura nel Pd, denunciando anche il complotto ai suoi danni tra Ds-Margherita col Polo per far vincere Cabras che nelle primarie ha perso e lo sa. Ci siamo guadagnati citazioni da Gian Antonio Stella, Marco Travaglio e Michele Serra e molti altri su best seller e giornali come Corriere e Repubblica. Stiamo sullo stomaco a gran parte del Consiglio: a cominciare dal suo presidente Spissu (così come a Graziano Milia) perché abbiamo evocato il “fattore G” come giustizia che incombe sulla sua testa, anche se con lentezza impressionante. Ne siamo desolatamente orgogliosi.
Da quanto si è capito, per tornare ancora in Consiglio bisognerà proteggersi con un body guard. Curioso, dopo averlo frequentato per oltre trent'anni, quando c'erano personaggi di valore nazionale e regionale e nessuno di questi che sbraitano come cagnacci rabbiosi. Straordinario davvero vedere il rifondarolo Luciano Uras mettersi al traino del post-missino Ignazio Artizzu: il primo a chiedere che il nostro giornale sia espunto dalla rassegna-stampa della Regione. Una sorta di nazi-maoismo straccione che mette insieme tanti consiglieri abituati a non dar conto di nulla, a un'informazione accucciata e da salotto.
Intanto. Tantissima parte di questi temi sono stati trattati da chi scrive, negli stessi toni e con l'identica irrecusabile documentazione, per decenni sull'Unione Sarda, sulla Nuova Sardegna e su Il Sardegna: dov'è la novità? Certo, se non avessi fatto esplodere - da solo - lo scandalo delle pensioni di invalidità politica, tanti consiglieri di ieri e oggi, così cagionevoli, avebbero potuto fruire di dorati ulteriori appanaggi per terificanti infermità da stress parlamentare: a cominciare dall'ineguagliabile Efisio Moro Seduto Serrenti.
Ma poi, come si permette questo Uras (ah, povero Giuseppe Dessì: il caro cognome dell'eroe di “Paese d'ombre” così mal capitato) di pretendere, a braccetto con l'omologo Artizzu, la cacciata del nostro giornale dalla rassegna stampa? Ohé, Uras, Artizzu e camerati-compagni: fateci ridere. La rassegna è un'articolazione del sito della Regione: nostro quanto e più che vostro, paghiamo le tasse, non prendiamo ventimila euro al mese come voi, abbiamo il dovere di farvi le pulci. Non è cosa nostra ma anche meno cosa vostra.
La sindrome del boicotaggio, della censura, del bavaglio. Un riflesso che scatta per la presenza degli scrittori israeliani alla Fiera del libro e, in sedicesimo, per il nostro giornale sgradito. Però è la stessa pulsione autoritaria, censoria e violenta: squadristica. Chiedete un po' a Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, se un uomo di sinistra potrebbe mai chiedere l'ostracismo sul pubblico per una voce sgradita.
Un peccato che non ci sia più Antonangelo Liori in circolazione, con i problemi penali che lo travagliano. Si consola con un altro mensile di cui è direttore editoriale, con direttore responsabile il presidente del Corerat consiliare. Stesso ruolo (non può averne altri, perché radiato dall'Ordine) con Gianfranco Pintore nella rivista della Tirrenia. Si chiama “A bordo”: più di così… Forse Uras avrebbe gradito gli eleganti editoriali di Liori, e la sua compagnia: fissa per Luigi Cogodi con Grauso e champagne a gò-gò. Questi libertari del put! Peggio dei padroni più reazionari, appena possono: convinti, i poveretti, di far paura abbaiando, come ai poveri scrivani che gli si strusciano attorno.
Si faccia raccontare da Cogodi quando accadde (un poco sbagliando) di scrivergli che era “un cane da pagliaio” che abbaiava ma non mordeva: per un pelo non regolammo la querelle all'antica, in piazza Marghinotti, sotto la redazione della “Nuova”. Non c'è trippa per gli Uras, i Balia, il Capelli-balente, i Silvi Cherchi, la suffragetta Caligaris, gli Artizzu, l'Atzeri da finis-Psd'az. Siamo abituati a gente di peso, mandatene altri: questi sono abatini ridicoli.
Non gli piacciono gli articoli come quello sulla Sinistra Arcobalente? Naturale. Perché non c'era una virgola che non fosse vera, documentata e documentabile. Anzi no. Gianluigi Gessa ha giustamente contestato un grave errore. Il martedì grasso è stato festeggiato in transatlatico (Titanic autonomistico?) con le zeppole. Ma senza la vernaccia evocata. Inescusabile, urge pronta rettifica: scodellata contro gli offesi. Ma poi, si dicono offesi. Certo, la verità fa male: specie nell'assordante silenzio connivente che la sommerge. Ma possono, anzi debbono rivolgersi alla magistratura se si ritengono diffamati: ci sottoporremo volentiere al giudizio. Loro sono al di sopra: esclusi anche dal controllo della Corte dei conti, possono spendere 104 milioni di euro all'anno e ridere di chi denuncia lo scandalo.
Mai da parte di quelli de sinistra estrema: tranne il buon rifondarolo Paolo Pisu, che a momenti anche i compagni se lo sbranavano per aver contestato i privilegi e chiesto una riduzione delle indennità e benefit vari. Fossi Grillo, direi a Uras&company: ma vaffa!!! Però è giusto evitarne anche la vicinanza. Perciò chiederemo formalmente alla Regione (il Consiglio con Spissu ha già provveduto, illegalmente, senza un sibilo dei colleghi dell'ufficio stampa: avevamo certificato quanto e come fossero dentro il magna-magna…) di essere espunti per nostra volontà dalla rassegna regionale, benché sia anche nostra e non dei censori post-fascisti et semper-comunisti trinariciuti.
Alla larga da certi luoghi frequentati anche solo oftalmicamente da simili personaggi. Invieremo oggi stesso una lettera alla presidenza della Giunta: a patto che Uras&C. non insistano. Altrimenti lo pretenderemo ope legis rivolgendoci al Garante dell'informazione. Se Dio vuole e i carabinieri, dai quali non abbiamo niente da temere (neanche per storie finanziario-boccaccesche in interni rifondaroli), i censori dovranno intervenire anche nelle edicole. Dove contiamo di essere a breve scadenza con un settimanale: in sinergia col giornale on line. Carta canta e canterà contro gli imbavagliatori. Possono sempre chiedere a Spissu di farci sequestrare in edicola: per vilipendio del Consiglio. Stiamo già tremando.
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