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giovedì 7 febbraio 2008

Interventi.

“Balenti” con orgoglio e convinzione
C'è ancora chi crede nella politica
e si batte senza pensare soltanto ai voti

di Michele Piras *

Caro direttore,

leggo (come sempre divertito e incuriosito) la sua penna ironica e tagliente che, stavolta, si scaglia su di noi, tapini, accomunati persino a Mastella e soci nella presunta volontà di dar seguito sardo al disastro nazionale, l'ardua sentenza sul quale oggi (mercoledì 6 febbraio) il presidente della Repubblica ha definitivamente deciso di rimandare all'elettorato.

Sinistra Arcobalente, lei dice e dopotutto la cosa non mi dispiace. Sarà perchè provengo da una zona della Sardegna dove, chi ne conosce il significato storico-sociale, non necessariamente reputa negativo il termine; sarà perchè mi rimanda, per azzardata analogia, a un altro antico bagaglio culturale a me caro malgrado “i più” lo considerino fuori dalla Storia. Il codice barbaricino, retaggio di un mondo che non esiste più, era il vincolo che manteneva insieme una comunità, ne regolava la quotidianità e, per quanto primordiale rispetto alla secolare evoluzione del diritto contemporaneo, rappresentava un elemento di appartenenza, identità, popolo.

Il balente aveva un'etica, era radicato nel suo ambiente sociale, a volte lo rappresentava persino, anche quando uno Stato che conosceva l'imposizione culturale come unica forma di democrazia lo metteva al bando. Magari più di quanto (direbbe lei) ne hanno oggi i nostri “politici”, i rifondaroli che litigano fra di loro per poi ritrovarsi (dopo la tempesta è usuale che si scorga un arcobaleno all'orizzonte) ma, aggiungerei, anche quelli (mi permetto di segnalarLe un omissione) che fino a ieri erano nemici giurati del presidente della Regione ed oggi, folgorati sulla via per Damasco, sono i suoi pasdaran.

Meglio, comunque, una Sinistra chi balede che un modernismo senza modernità nè socialità, chi non balede a nudda.

Però mi permetta di segnalare che, a volte, le battaglie politiche non si fanno solamente per tornaconto elettorale, né perchè all'improvviso si è diffuso un improbabile virus da Lista Dini. A volte si conduce una battaglia perché ci si crede. A volte si finisce per crederci davvero, alla luce di tutti gli indicatori sociali (anche, buoni ultimi in ordine cronologico, quelli della Banca d'Italia), che la condizione sociale dei sardi si è fatta drammatica, che troppe persone (anche le Famiglie, con-la-effe-maiuscola, ormai divenute anch'esse categoria della politica prima che livello basilare di organizzazione della società) vivono sotto la soglia di povertà, che troppe vertenze ancora non hanno trovato soluzione, che l'indebitamento dei sardi ha raggiunto livelli di guardia, che il futuro delle giovani generazioni è sempre più precario.

E nessuno di noi pensa che le responsabilità ricadano sul presidente della Regione o sul Piddì, su questo o quell'assessore. Pensiamo tuttavia che la Regione Sardegna abbia gli strumenti finanziari e legislativi per ipotizzare almeno una indicazione di controtendenza.

È fanatismo questo?

Del resto non pensiamo né di essere seduti a un tavolo verde per una partita a poker che abbia sul piatto i sardi, né che si debba mandare al macero la legislatura, come invece mi pare abbiano fatto i Veltroni ed i Veltrini (con le loro splendide intuizioni da grandi strateghi crepuscolari) prima ancora che Turigliatto, Mastella e Dini.

Cos'è allora egregio direttore? Trattasi di tattica e qualcuno sta già allestendo la tavolata con i taralluci e il vino? Sinceramente mi piacerebbe tanto. Ma non per dire che abbiamo scherzato o che adesso abbiamo i soldi per farli piovere su chissà chi, piuttosto per festeggiare un centrosinistra sardo che finalmente, dopo la sbornia da “risanamento” che in questi anni ha contrassegnato l'attività principale dell'Amministrazione regionale, torna a parlare al proprio Popolo, anche quelle parti con le quali, evidentemente, qualcuno ha più relazione che altri.

Siamo quelli che le politiche d'assistenza le hanno volute sempre meno di altri, piuttosto sviluppo e lavoro, sano, stabile, e dignità. Ma a volte servono anche le misure che affrontino quell'emergenza sociale che dalle finestre del “palazzo” si scorge solo quando qualcuno piazza una tendina. Ma fuori dal palazzo l'emergenza esiste: esistono i miei amici che non fanno master e tantomeno il “back”, esistono i minatori di Silius ai quali il presidente fa notare, più o meno cortesemente, che non avranno un futuro; esistono i lavoratori della formazione professionale, paradossali vittime di una riforma giusta, esistono. Nessuno ha preso (anche) il loro voto per far finta di nulla. Nessun sincero democratico (si sarebbe detto un tempo) può ignorarli senza guardarsi allo specchio la mattina e avvertire il sapore acre di un conato.

La Sinistra Arcobalente vorrebbe il ritorno delle destre? Giri pure la domanda ai democratici sardi. Chieda loro se hanno deciso che anche in Sardegna la legislatura debba finire anzitempo. Lo chieda a quella bardana che vediamo ogni giorno all'interno della coalizione e, almeno lei egregio direttore che tanto stimo, non si limiti a una lettura così tanto banalmente antipolitica.

Anche perchè chi è senza peccato scagli la prima pietra. Magari la scagli sulla rassegna stampa della Regione Sardegna, così finalmente sapremo tutti come mai un pezzo così “accorato” come quello che scrive ci sia, per la prima volta, finito.

A volte anche i più indipendenti si scoprono nel loro bluff.

* segretario regionale Prc-Se


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