mercoledì 6 febbraio 2008
Lettere.
di Guido Bocchetta
Un nuovo mantra accompagnerà i prossimi quindici anni degli italiani: le riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla riforma della Costituzione. Perché dico questo? Perché le riforme, in Italia, si fanno per piccolissimi gradini, fino a diventare un incubo per tutti: vedi quella delle pensioni, che affligge gli italiani che lavorano da ben quindici anni, e a sentire qualche solone europeo non è ancora finita, mentre per gli uomini della Casta la riforma non è mai iniziata.
Di quali riforme istituzionali avrebbe bisogno un Paese sgarruppato come l'Italia? La risposta è semplicissima e la conoscono tutti: l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, che resti in carica cinque anni, con possibilità di un rinnovo del mandato per altri tre anni. Questo taglierebbe i poteri “democratici” del Parlamento, cioè la capacità di ricatto dei piccoli o grandi partiti, che, pur di conquistare voti, e quindi potere, hanno invaso ogni istituzione : sanità, scuola, università, ecc. eliminando qualunque forma di meritocrazia e quindi consegnandole al declino.
Perché questo non si fa? Semplice, perché una elezione diretta del Capo dello Stato vedrebbe in pole position l'odiatissimo Silvio Berlusconi. Quindi arriveremo al risultato che la Francia di De Gaulle ha conseguito oltre quaranta anni fa, solo quando il nostro Cavaliere avrà attaccato il cappello al chiodo. Peccato. L'occasione era ghiotta.
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