mercoledì 6 febbraio 2008
Interventi.
di Raffaele Deidda
Un ex ministro della Repubblica, giornalista professionista nonché opinionista del giornale “Il Campanile” (che nessuno compra ma che gode di finanziamenti pubblici per 1.331.000 euro l'anno), si è dimostrato anche uomo di cultura, tanto da sparare il colpo di grazia al governo Prodi utilizzando l'arma della poesia: una sorta di lupara rosa. Peccato davvero che non il politico (abbiamo perdonato i “Romolo e Remolo” di Berlusconi, i “gulasch” di Bossi in luogo dei gulag, figuriamoci se non perdoniamo Mastella) ma il giornalista professionista non abbia avvertito il dovere deontologico di verificare la “fonte” della bella poesia “Lentamente muore”, attribuendola a Pablo Neruda anziché alla sua legittima autrice, la brasiliana Martha Medeiros.
Anche noi comuni cittadini, sempre meno destinatari della politica, che sempre più è cosa loro, ci permettiamo, al pari della casta, di fare ricorso alla cultura parafrasando Shakespeare, per constatare desolati che c'è del marcio in Italia. Ci riserviamo però lo sfizio intellettuale di non attribuire arbitrariamente al principe Amleto la famosa frase “c'è del marcio in Danimarca”, che Shakespeare fa dire invece a Marcello, una delle guardie del re, nel primo atto dell'Amleto. Solo questo di tanta speme oggi ci resta: il conforto della cultura e della ricerca della verità, perché la politica sa davvero tanto, troppo di marcio. A partire dalla legge elettorale con la quale in aprile andremo a votare: è puzzolente.
È un tanfo che abbiamo avvertito non appena è stata varata la “porcata”, figlia di quel Calderoli che porta a spasso il maiale (peraltro nobilissimo animale del quale si dice che non si butta via niente, mentre di Calderoli & C preferiremmo non conservare neanche il recapito telefonico) nel terreno destinato alla costruzione di una moschea.
Una legge costruita su misura per Berlusconi (una delle tante) che fomenta la tendenza della sinistra a frammentarsi ma che penalizza anche i partiti più grandi della destra che non si coalizzano, e li obbliga a unirsi al carro di Forza Italia, come sta avvenendo con i “duri e puri” Fini e Casini.
È una legge incoerente e impresentabile che ha consentito di eleggere un personaggio come Clemente Mastella, a cui è stato permesso di far cadere impunemente il governo di cui era ministro, prima a Porta a Porta e poi in Parlamento, con una poesia. Mai la cultura si era spinta così in basso e mai Martha Medeiros avrebbe pensato che i suoi versi, che sono un inno all'impegno e alla speranza - «evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivi richiede un impegno di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare …» - potessero essere usati per celebrare il funerale di un governo.
Alcuni commentatori stranieri guardano con scetticismo alla possibilità che il porcellum possa essere cambiato, stante la crisi ormai cronica della politica italiana. Attribuiscono la frammentazione dei partiti alla stratificazione stessa della società italiana: un nord industriale, un centro a forte vocazione statalista, un sud che non riesce a riscattarsi da una condizione strutturale di ritardo di sviluppo. Rilevano il top dell'anomalia politica italiana nella presenza di un piccolo partito tedesco, il Sudtiroler Volkspartei, perché in Italia c'è una piccola comunità di lingua tedesca, e nella presenza di ben quattro diversi partiti socialisti. Uno di questi, il Nuovo Psi, per bocca del suo segretario Stefano Caldoro, dichiara di confermare con sempre maggiore convinzione «la scelta fatta dopo il 1994 nella Cdl guidata da Silvio Berlusconi» volendo rimarcare la differenza con alcuni socialisti che «hanno il vecchio vizio di nascondersi sotto l'ala protettrice degli ex Pci, oggi sotto l'ombrello del Partito democratico». Quando si dice coerenza!
In aprile intanto si andrà a votare dopo una campagna elettorale che si preannuncia terribile, dove la rissa e la volgarità la faranno da padroni, dove i colpi sotto la cintura saranno la norma e non l'eccezione, dove sarà ancore più evidente la sproporzione dei mezzi mediatici in campo, dove i commentatori stranieri potranno ancora meglio registrare quanto marcio c'è in Italia.
Andrà alle urne anche quell'Italia che, come evidenzia l'Eurispes, per oltre il 50% degli adulti non si fida più di nessuna istituzione e che per quasi il 90% considera l'universo dei partiti come una casta, un coacervo di farabutti tutti uguali. C'è un'Italia «poveraccia e infuriata dalla precarietà», come osserva uno dei grandi vecchi del giornalismo italiano, Ettore Masina, «che già preme idealmente alle porte dei seggi per votare contro tutto ciò che possa sembrare disciplina», un'Italia a cui la mala politica ha solo saputo proporre il cattivo esempio.
Se ci capiterà di andare a teatro per assistere all'Amleto di Shakespeare, potremo sentire il principe danese indignarsi contro la casta dei nobili vichinghi che si dà alla gozzoviglia e allo stravizio in ogni dove e tuonare contro «queste stordite orge che ci espongono alla maldicenza e al ludribio delle altre nazioni». C'era del marcio in Danimarca, allora. In Italia ce n'è ancora tanto, troppo.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, recita Martha Medeiros. Almeno proviamoci, come Ettore Masina suggerisce, creando «reti di consentaneità, di solidarietà, di amicizia militante, non soltanto proclamata». Ricordando gli antichi maestri, ricordando le antiche resistenze, non cedendo le speranze più care. Per non morire lentamente.
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