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mercoledì 6 febbraio 2008

La Sinistra Arcobalente sarda
offre i suoi Mastella e Dini
contro Soru e il Pd: si sbrighi
o getti la maschera del ricatto

di Giorgio Melis

Si sciolgono le Camere, la maggioranza alza bandiera bianca, si va a elezioni anticipate mentre la situazione economica mondiale fa tremare tutti: l'Italia dei balocchi si diverte al gioco delle urne. C'è voluto così poco e così poche persone. Oltre i problemi di fondo, a Roma sono bastati Clemente Mastella, Lamberto Dini e il troskista Turigliatto. Perché non fare il bis in Sardegna, affondare la Finanziaria, far crollare una maggioranza periclitante, andare a elezioni anticipate in guerra non solo col Polo ma anche tra Sinistra radicale e Pd, dunque restituendo al Polo il controllo della Regione? Ci vuole niente, bastano poche persone: qui ce n'è anche troppe.

Ricordate la famosa battuta di Nanni Moretti dopo la vittoria di Berlusconi nel 2001? Da Cannes il regista sparò una bordata micidiale: «Il Cavaliere ringrazia questo e quello, mezzo mondo. Deve ringraziare una sola persona: Fausto Bertinotti». Il lider maximo di Rifondazione aveva affondato due anni prima Romano Prodi. I suoi sodali sardi, colpiti da improvviso amore unitario dopo essersi scannati per tre anni, assieme all'ex capogruppo e segretario regionale della Quercia, Renato Cugini, uno del Pdci e l'ectoplasma dei Verdi mai entrati in Consiglio, hanno la stessa opportunità: mandare a casa tutti, Renato Soru, la Finanziaria, la maggioranza e riportare al governo il centrodestra. Ci sono quasi. Basta un'altra spintarella e sarebbe fatta.

Bene, bravi: per il bis dovranno aspettare vent'anni almeno. Nel frattempo stanno magnificamente picconando quel che resta e l'immagine del centrosinistra alla Regione: è la parte che gli viene meglio, quando non sono occupati a scannarsi fra loro o impegnati in ridicole microscissioni per non perdere il controllo del partito e del gruppo consiliare.

Vi conosciamo, mascherine rosse alle zeppole:
siete fra nemici, non fingete

Vi conosciamo, mascherine (alcune simpatiche, peraltro) e di martedì grasso ve le siete levate, mostrandovi come siete: piuttosto inguardabili, politicamente, mentre mangiavate la vostra quota di calde, dolci zeppole offerte in Consiglio: un secondo dopo aver rinfoderato le leppe, un minuto prima di brandirle ancora. I vari Michele Piras, Uras, Licheri, Lanzi, Cugini e altri tre (otto, un'armata) hanno a portata di mano il loro quarto d'ora di celebrità: prima di dissolversi per sempre nel nulla politico dopo essersi segnalati come esemplari tafazzisti. Prendiamola con levità, questa politica così greve, rissosa, erratica, strumentale, cinica e anche bara. Sorridete, siete fra nemici: non dategli la soddisfazione di mostrare disappunto o collera. Accada quel che deve, basta che si faccia in fretta.

Abbiamo la nausea del deprimente casino nazionale. Quello regionale non lo si sopporta proprio, ormai emetico da tutte le parti. Non è più ignobile di quello romano: stessa schifezza, cambiati nomi e ruoli. E poi, sarebbe una bella botta di vita e movimento, stimolante, costruttiva, benefica per i sardi una rupture regionale. Nuove elezioni che si potrebbero celebrare con quelle politiche, un grande sparpaglio e una grande rissa per sollevarci lo spirito.

Se Prodi è stato accoltellato da Mastella, Dini e Turigliatto, ci sta benissimo che Soru (o meglio il Pd: il vero bersaglio) venga pugnalato a morte (politica) da Uras, Licheri (capogruppo ed ex di Rifondazione che si manifestavano il loro odio fino a un mese fa e ora fingono stima e amicizia), Piras, Cugini e gli altri. A ciascuno il carnefice di competenza: questi possibili nuragici non sono peggio di quelli romani versus Prodi. Basta che si spiccino. Basta che non si lascino sorprendere in patetica ritirata dopo aver teso la corda al limite ma non volendo assolutamente spezzarla.

Le sappiamo tutte, le abbiamo viste tutte e tutte le capiamo: niente di nuovo sotto il sole e la cupola del Consiglio. Anzi, tutto così vecchio e decrepito, scontato nella varianti possibili, già visto in ogni partito e schieramento. Non c'è sorpresa, suspense, originalità. Solo ovvietà. Banalità. Noia. Detto serenamente, senza malizia: con insuperabile scetticismo indotto.

La Cosa Rossa offra finalmente ai sardi
il “tutti a casa” anticipato: atteso da 50 anni

Si troverà oggi l'accordo e la tregua, un compromesso dignitoso e accettabile per tutti? Probabile, anche se la situazione potrebbe sfuggire di mano agli apprendisti stregoni e agli stagionati maghetti d'antan. In questo caso, evviva. Finalmente vedremo quello che i sardi hanno spesso sognato e mai potuto ammirare: un Consiglio sciolto in anticipo, harakiri, tutti a casa e chissenefrega. Anzi, con perfido malignazzo piacere per i molti restituiti alla loro vacuità non più strapagata da noi.

Ma nel frattempo, la pattuglia sinistra avrà realizzato una performances che l'accomuna al Polo e all'Udeur di Marracini, ai leghisti nazionali e ai socialisti di Balia e della suffragetta Caligaris, a un qualunque Mario Medde da sit-in sit-com in ginocchio da Mariolino Pissefroid Floris, povera Cisl. Va sull'Aventino, gioca a nascondino dentro-fuori l'aula? Un vergogna evocare un pezzo di grande storia antica per questa pagliacciata post-moderna. Fuori dall'aula ma sconchiando, pronti a rientrare se rischiassero di crollare davvero maggioranza, Giunta e Finanziaria, facendo tremare gli aventiniani de sinistra. Una roba da voto dietro la tenda: come quello immortale di Moro Seduto Serrenti. E poi, come vanno a raccontarla ai lavoratori comunisti, che hanno copiato da Marracini, Mastella, Dini e Serrenti, oltre gli Artizzu e i Sanjust? De sinistra? Ci faccino il piacere. Siete grandicelli: siate anche seri, please.

La posta sono tanti soldi elettorali “per il lavoro”
e l'accordo alle urne con il Pd: non barate

Finirà a tarallucci e vino, dopo le zeppole e la vernaccia nel Consiglio? Ripeto: accada quel che deve, siamo preparati a tutto: specie al peggio. Basta che nessuno provi a infinocchiarci e fare il gioco delle tre carte con i cittadini. Al dunque, per tre anni Rifondazione si è dilaniata perché al comando c'era il gruppo maggioritario guidato da Giuseppe Valentini, l'orco siberiano (soprannome ufficiale, inventato da Luigi Cogodi) spedito da Roma e diventato una specie di gauleiter. Con Velio Ortu segretario, Licheri capogruppo, la frazione designava Maddalena Salerno come assessore: al lavoro. Querelle e guerriglia, infine tormentato giro di valzer e rapporti di forza capovolti in congressi laceranti. Tornava a comandare il roscio Luigi Cogodi millesimé: fuma MS e coltivava bollicine di champagne millesimato da Beppe al Flora, con Grauso e altri personaggi poco, pochissimo raccomandabili e già bramati dalla giustizia penale.

Ribaltati gli equilibri, via Licheni, capogruppo Luciano Uras, da sempre braccio destro di Cogodi, uomo di forte carattere ed irreparabile, esagerata cadenza cagliarese (perfino sopra quella di Chicco Porcu: qualche ora di scuola di dizione farebbe bene, no?). Conseguenze, il giovane Michele Piras segretario, via dalla Giunta la Salerno, arriva l'assessora-ragazzina Romina Congera. E la guerra continua. Licheri e più escono da Rifondazione, si imbarcano con altri nella Sinistra Autonomista: messa in piedi da Renato Cugini, un allegro, simpatico ribaldo calangianese di lungo corso partitico e sindacale, il Pd proprio non gli andava giù, neanche col bicarbonato a mestoli.

Rapporti al calor bianco. Figurarsi che alle riunioni di maggioranza, Rifondazione (con Michele Piras) si alzava dal tavolo per non condividerlo con i gli odiati secessionisti. Mesi e mesi di questa solfa astiosa e poi la tregua: non pacificazione, solo disperazione. Era nato (si fa per dire) il Pd e la sinistra radicale (più i Verdi sbiaditissimi) è obbligata a mettersi insieme per non soccombere, in vista delle elezioni. Ecco l'Arcobaleno-balengo-balente, ovvero la Cosa Rossa neo-unitaria dei puri e duri che si erano tanto odiati e ora si amano alla follia: lasciando però la pistola a casa, che non si sa mai gli salti il sangue alla testa.

La loro posizione si radicalizza difensivamente e legittimamente quando l'improvvido Veltroni annuncia: il Pd andrà da solo alle elezioni, che si materializzano dopo pochi giorni con la caduta di Prodi. Ergo, occorre lanciare la guerra preventiva, come Bush ma stavolta giustificata. La Cosa Rossa sposta il tiro sul Pd, ma per avere forza mette il carico da novanta contro la Giunta, sulle rivendicazioni per le politiche del lavoro. Con qualche contraddizione non spiegata. Da tre anni, ci sono assessore rifondarole proprio al lavoro. Perché non hanno fatto quel che i compagni chiedono? O sono incapaci e inadeguate e allora non si vede perché non vadano sostituite, o si lasciano conculcare in Giunta (giusto) e allora dovrebbero rimettere il mandato e spiegare al partito che sono impotenti. Il tertium non datur, al massimo un mezzo toscano se Cogodi gradisce oltre le MS.

Il lavoro è comunque il cavallo di battaglia dei comunisti, lo era stato quando il roscio era in Giunta e aveva fatto approvare un apposito piano dotato di un mucchio di soldi: benefici per ristorare temporaneamente il portafogli dei poveracci, senza alcuna ricaduta dopo la spendita di quegli ingenti fondi. È una spinta ideologico-ideale-sociale: rispettabile. Però entro i limiti e le compatibilità. Perché se si vuole che la Regione-mammella offra un capezzolo di nuovo turgido ai disgraziati incapienti, è operazione caritativa più che politica: assistenza e beneficenza. Mettere tanti soldi senza progetti di impresa e occupazione, serve solo a distribuire mance elettorali, con un laurismo de sinistra di ritorno.

Tanto vale assegnare fondi alla Caritas, a collaudate associazione di volontariato e religiose (senza lo scambio carità-santino elettorale, magari di destra: come usa molta parte del clero, specie alto), escludendo anche i sindacati e destinando i soldi a soccorso alimentare dei meno abbienti. Ma non è cosa, non è mestiere di partiti politici: anche se comunisti ma non evangelici. Sappiamo benissimo che sono incalzati e non vogliono farsi scavalcare dal Medde cislino e dintorni. Però qui si fa politica e leggi (quando ci riescono), non carità da dame di san Vincenzo.

La Giunta vede, se perde cade,
vince se è un bluff ma il Polo ringrazia

Per essere realisti, i rossi malpelo hanno chiesto l'impossibile. Una valanga di milioni. Troppi. È giusto un intervento sociale cospicuo: ma senza scatenare la pioggia d'oro rovinosa. Come quella del comunista Muledda nel 1988: ha beneficato per alcuni anni molti agricoltori e dato il colpo di grazia all'agricoltura, abituatasi a prendere dal pubblico molto più del poco che produceva, ora ridottosi a quasi nulla tranne un indebitamente spaventoso. Soru ha dialogato ma tenuto duro contro gli eccessi, il Pd (una parte) ha fatto lo stesso. I rossi si sono infine scatenati contro il loro vero bersaglio, appunto il nuovo partito, perché vogliono imporgli un accordo elettorale per non rischiare.

Obbiettivo legittimo anche questo. Ma non se calato come un manganello sulla Finanziaria e sulla Giunta. I ricatti di sponda, indiretti, sono francamente più ripugnati di quelli a viso aperto. Anche perché danno modo a guastatori esterni di inserirsi con altro obbiettivi. Alla coatta, SilviopiùSilvio, Cherchi&Lai, l'hanno fatto dal giornale amico (L'Unione Sarda: all'ex Legacoop è legato da patti di sangue e cemento con Zuncheddu), chiedendo come mai il Pd non prendesse una posizione in merito. Una stoccata doppia: contro Siro Marrocu capogruppo ma soprattutto contro Soru e la Giunta: anche questi trucchetti li conosciamo a memoria da decenni, quando li usavano personaggi d'altro livello.

Ma perché i due non si sono rivolti direttamente al loro partito, anziché a mezzo stampa-amica, visto che il Silvio&Silvio fanno parte del gruppo di comando, col loro segretario Antonello Cabras? Più che una richiesta oziosa, sembra un atto di guerriglia interna: come sui Consorzi industriali, specie con Cherchi defensor-pretoriano con Peppino Balia. Polpette avvelenate. Con presunta mano tesa alla Sinistra radicale cui «va riconosciuto il merito di aver tenuto alta l'attenzione in questi anni». Pelosi difensori fasulli della Giunta contro la quale sono in cagnesco fingendo di volerla tutelare mentre l'affosserebbero volentieri: se non andassero a casa anche loro. Soprattutto Cherchi, la combatte come se fosse all'opposizione: anzi, lo è concretamente.

Se questo è il soccorso rosa alla Cosa Rossa, andiamo proprio bene. Ha fatto bene la Giunta con Massimo Dadea a vedere il gioco. Se non è un bluff, bene, non c'è maggioranza, si va tutti a casa: non si resta a dispetto dei fanti e dei santi inesistenti. Se la partita è politica, va giocata così, correttamente e con trasparenza. Se si vuole sfasciare il forno, lo si faccia nella chiarezza. Se si vuole un accordo legittimo, lo si persegua senza atti di forza trasversali sulla Finanziaria. Se non si trova ma viene ritenuto irrinunciabile, si esca dalla maggioranza e festa finita: nella limpidezza delle scelte e delle responsabilità. Sono cose ben note a un politico-sindacalista realista come il Cugini di campagna e agli altri dell'Arcobalente.

Non ci tengano sull'altalena, che ci viene il maldimare. La corda la usino per impiccare, impiccarsi o per farci un bel nodo alla marinara. Tirarla per le lunghe serve a una sola cosa. Sputtanare la coalizione più di quanto già non lo sia, preparare gli elettori al pollice verso nel voto di aprile, a dare munizioni e respiro al Polo: giustamente fa il suo mestiere, raccoglie, rilancia e ringrazia chi gli spiana il ritorno alla Regione.


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