martedì 5 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Alle urne, allegria: siamo tutti Mike Bongiorno. Ai posteri la non ardua sentenza sul “voto allo sputo”. Quello di Tommaso Barbato, “spalla” di Mastella, che ha onorato la sua canizie serena con lo scaracchio all'anziano Cusumano: e meno male che era «l'amico di una vita». Resterà nella memoria collettiva come l'immagine persistente, la visione esemplare da imitare, preludio e suggello del voto. Uno dei momenti più alti della millenaria vita del Senato. Inclusa quella dei senatores boni viri targata SPQR, in cui fu pugnalato Cesare e dopo duemilacinquantadue anni affondato Prodi: fa Romano ma non è dell'Urbe e non aveva il laticlavio.
Allegria, dunque. Perché Napolitano firmerà lo scioglimento delle Camere forse oggi stesso: martedì grasso, in sintonia col carnevale-Italia. Solo zeppole e chiacchiere, i cannoli alla Cuffaro restano sullo stomaco. Allegria. Berlusconi dice che questa legge «può dare ottimi risultati». È la calunniata “porcata” di Calderoli. Fino a quindici giorni fa faceva tanto schifo a Fini da averlo spinto al referendum con Segni, e a Casini “il tedesco”. Come dubitare del Cavaliere e delle magnifiche sorti e progressive che annuncia per l'Italia-porcilaia grazie alla “porcata”? C'è la controprova: ha già prodotto effetti straordinari negli ultimi due anni, figurarsi nei prossimi.
Allegria. Franco Marini ha rimesso il mandato. L'Italia rimette e basta. Non per il voto: fin dal primo istante dichiarato inevitabile, non resistibile: dilazionato al massimo di due mesi. Anche subito o quasi: ma non con questa orrenda legge da pornografia elettorale e democratica. Niente. Dobbiamo bere il calice fino alla feccia: intesa non solo come residuo del vino nel bicchiere. Il dialogo sulle norme non si può fare adesso: ci sarà certissimamente dopo il voto. Lo dice Berlusconi, che è uomo d'onore, non si è mai contraddetto una volta. Il dialogo del giorno dopo, abortivo come la pillola: allegria.
Italiani, fratelli (si fa per dire), popol mio di sinistra-centrodestra: incombe su tutti l'ombrello di Tullio Altan. State seduti per non offrire al nemico un più facile bersaglio esposto. Dove ce la prenderemo comunque vada, sperando di scansare almeno le bollicine del senatore Barbato: sicuro ministro al merito salivare se Mastella dovesse vincere col Cavaliere. Sarà il prossimo eroe della legislatura senza mortadella: tra noci beneventane e monnezza di Marigliano (Napoli), donde l'eccellente mastellato è stato tratto dalla culla. Non era uno qualunque, a palazzo Madama. Si è adeguato ai ruoli. Era nella Giunta “per le immunità parlamentari”, nel comitato “per i procedimenti d'accusa” nonché “membro del Consiglio di disciplina” del Senato. Insomma tutti incarichi legge&ordine che Barbato ha applicato in modo intransigente partendo da se stesso. Dopo il voto, se l'ex voto in suo onore acceso da Sandra Mastella al santuario di padre Pio andrà a buon fine, sarà presidente del Senato-Curva Nord, vice Storace e segretario Calderoni, consulente Er Piotta.
Allegria anche perché finalmente vedremo Silvio Berlusconi candidato a palazzo Chigi, come sempre sognato invano. Giusto nel 1994: ma c'era stato il governo interruptus e non vale. Anche nel 1996, che ugualmente non conta perché aveva vinto Prodi, “utile idiota” dei comunisti. Conta solo quella del 2001, col trionfo dovuto. Da espungere la candidatura del 2006: persa per un pelo e ancora contro il maledetto Prodi, dunque annullare. Finalmente la candidatura numero cinque pare il 13 aprile prossimo: almeno Berlusconi si toglierà la soddisfazione. La quinta ci voleva: come la prima, o si resta casti e puri. E pensare che Clinton si è dovuto ritirare dopo averne vinto due come Bush, Blair l'hanno “ritirato” senza fargli finire la terza e gli altri leader mondiali sono alla prima ma hanno trent'anni in meno del Cavaliere: tutto il tempo per inseguirlo, mai per raggiungerlo.
Giusto così. Si calcasse in testa il cappello di Humphrey Bogart spezzando il cuore di Ingrid Bergman, potremmo accompagnare il Cavaliere a Casablanca cantandogli: “Provaci ancora, Silvio”: in versione Woody Allen. “Il quinto passo è l'addio” è il bel titolo di un romanzo di Sergio Atzeni. Toccando ferro a queste evocazioni iettatorie, il Cavaliere è certo che sarà il passo del ritorno:, quasi eterno, nella tempistica politica italiana. È strasicuro di stravincere, eppure la partita è tutta da giocare. C'è una novità clamorosa: pro e contro su Emittenza. Sorpresa, non c'è più nessun italiano, comunisti inclusi, che odi il Cavaliere e lo percepisca come un nemico da demonizzare: bastano quelli del proprio fronte. Non è più come le precedenti quattro volte: lo abbiamo metabolizzato.
È uno di famiglia, uno dei nostri anche se non proprio di casa perché lui ne ha alcune decine tra villoni, castelli e altro. Volendo alternare Villa Certosa con residenze più esotiche, è andato nelle Antille per farsene una nuova. Ma già che c'era, se n'è costruito sette: per non lasciare le cose a metà, si è comprato tutta l'isola di Antigua, una nuova Berlusconia come la Cartoonia di Roger Rabbit. Dove, oltretutto, non farà mai mettere piedi a Renato Soru. Tié. Al dunque, nessuno odia più Berlusconi. Impossibile mantenere l'inimicizia. Ci ha sopraffatti, in questi brevi tre lustri a tutto-Silvio. Siamo rassegnati, ci rimarremo male se non vincesse. Non è solo un'astenia esausta, è che quasi non riusciamo a credere a noi stessi, in lui fermissimamente. È come uno di quei numeri periodici fissi che ci facevano dannare a scuola: sempre uguali, non si possono dividere, all'infinito, ineliminabili.
Quel comunista di Jean Paul Sartre gli avrebbe dedicato “La nausea”, un libro che ha fatto epoca. Ma esagerando. Berlusconi non provoca più rigetto negli avversari: solo accettazione fatalistica, senza rischieranno la crisi di astinenza mentre ora siamo solo alla beata overdose: con lo sguardo un po' ebete dei fumatori di oppio visti in tanti film. Lui non c'era ma c'è e ci sarà, nel nostro limitato eterno. Nessuno può volergli male, ha pacificato tutti: allegria. Trionfa la bontà, il centrosinistra non ha fatto niente che dispiacesse al Cavaliere.
Allegria, allegria, anche perché se rivincerà, cosa può farci d'altro che non ci abbiano già fatto? Ci ha espropriato del diritto di voto, che col “Porcellum” ha consegnato interamente alle segreterie della “casta”, che peraltro tutta intera se l'è presa, non lo molla e ora lo userà a dispetto di quel che dice. Perché anche il centrosinistra, se avesse davvero voluto, almeno questo schifo l'avrebbe cancellato: magari tornando semplicemente al “Mattarellum” che dovremmo spaccargli in testa.
Mancavano i numero al Senato? Balle. Non si è fatto nulla, come dal 1996 al 2001 e dal 2006 a oggi non si sono cancellate le leggi ad personam (era sotto processo per falso in bilancio ed è stato assolto grazie alla “sua” legge: sentenza non del giudice ma dall'imputato). Nulla si è giustaemte fatto per il conflitto di interesse. Niente per il monopolio televisivo che i comunisti dell'Europa rigettano: noi tireremo diritti, spezzeremo le reni a Bruxelles e resterà operante. D'altro canto, è giusto che il centrosinistra abbia accuratamente evitato di fare qualcosa che spiacesse al Cavaliere. Se non c'è più avversione o inimicizia, perché nuocergli? È come per il reddito. Se mi ha fatto tanto bene, perché dovrei denunciarlo? Ci siamo, si sono affezionati a Silvio: da non poterne fare a meno. Allegria.
Dio non voglia che a dargli un dispiacere provveda ora Walter Veltroni. Potrebbe accadere. Perché il sindaco di Roma è buono e buonista come Berlusconi, piace a tutti, dall'Africa all'America, mamme, nonne, nipoti, preti, cardinali, industriali perfino alla sindacalista di riferimento di Fini. Non ha nemici: potrebbe trovare nell'urna tanti amici, perfino più del Cavaliere. Non potrà accusarlo di essere comunista perché il buon Walter ha detto in tempi non sospetti di non esserlo mai stato: specie quando era segretario della Quercia. Avevano perfino espunto ogni richiamo alla Resistenza nello Statuto del Pd. Cosa si vuole di più?
Veltroni gli vuole un bene da matti. A momenti lo soffocava nell'abbraccio che li avrebbe portati al grande accordo: sfumato perché Prodi si è inventato la crisi di governo e il senatore Barbato l'ha lubrificata da par suo per conto di Mastella. Potrebbero fare perfino tandem, se non ci fossero i Bossi, Fini, Casini, Mussolini, Storace. Se il voto finisse in semiparità come nel 2006, i due potrebbero finalmente affratellarsi a palazzo Chigi. Il guaio è che se vincesse nettamente il Cavaliere, il dialogo non si potrebbe fare perché lo impedirebbero i Fini, Bossi etc. Se a far saltare il banco fosse Veltroni - non è affatto fantavoto, si vedrà anche a breve scadenza - non potrebbe lui perché si opporrebbero i suoi.
Dunque comunque separati in casa, al massimo scambio di affettuosità come quando il sindaco ha annunciato con rara tempestività che il Pd avrebbe marciato da solo e ha completato la frittata. Però in campagna elettorale almeno qualche stoccatina dovranno darsela. E qui il buonista Veltroni potrebbe essere costretto suo malgrado a dire qualcosa di spiacevole: potrebbe rincuorare i suoi e anche imbarazzare il popolo dei centrodestra, che i sondaggi danno perfino più depresso del centrosinistra sul futuro del Paese. Berlusconi ne rianimerà il morale. Squadra che vince non si tocca. E lui confermerà, oltre se stesso, Fini, Bossi, Casini e varie new entries. Come nel 1994. Come nel 2001. Di nuovo come nel 2008. Un album di famiglia tenace, cementato dallo stare insieme da 15 anni: fino a diventarsi insopportabili come i coniugi dei matrimoni d'interesse. Per fortuna ci sono le novità esaltanti. Torna all'ovile il Clemente Mastella, che nel 1994 era l'azionista di riferimento del Ccd con Casini, al punto di fare lui il ministro al lavoro e non il bel Pierferdi.
Una bella squadra di governo Berlusconi - Fini - Bossi - Casini - Mastella - Mussolini - Storace (senza dimenticare l'arrivo di Totò Cuffaro al Senato, a latere di Barbato) è quanto di meglio e di più inedito possa desiderare e sperare l'Italia che annaspa: per vedere la luce oltre il tunnel, per ritrovare slancio, buon umore e speranza. C'è solo un ma. Sarebbe una squadra talmente giovane, mai stata nella stanza dei bottoni (quella dove il povero Pietro Nenni entrò nel primo centrosinistra, senza trovarne uno solo, di bottone), fresca, digiuna di comando e allergica al potere, affiatata e affettuosa da poter spaventare gli italiani: specie il Cavaliere, appena settuagenario, un ragazzo troppo estraneo alla gerontocrazia politica.
Gli italiani potrebbero preferire il più vecchio Veltroni e tutti gli altri leader stagionati, anziani ma esperti (Bersani, Franceschini, Letta jr che in due hanno 80 anni, e via elencando, con ricambio coatto anche in Sardegna) che darebbero maggior affidamento delle reclute berlusconiane, bossiste e clementine. Ma si farà di tutto, come finora è stato da parte del centrosinistra, per non fare un dispetto all'amico Cavaliere. Purtroppo ci sono di mezzo questi elettori malfidati, volubili, irriconoscenti. Capaci di trasformarsi in saltafossi e voltare le spalle al benefattore. Speriamo proprio di no. Ci leverebbero il gusto di gridare: allegria.
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