martedì 5 febbraio 2008
di Nanni Spissu
Daniel Baremboim è un grandissimo musicista nato a Buones Aires e trapiantato in Israele all'età di dieci anni. Lui dice che così smetteva di essere ebreo per diventare israeliano. Di recente ha dichiarato di essere un israelo-palestinese.
Lui fu il primo a eseguire Wagner in Israele con la splendida Orchestra Filarmonica, rompendo un tabù radicato nella coscienza degli ebrei.
La musica parla la sua lingua che è una lingua volatile, ma autonoma, inattaccabile nella sua capacità espressiva, lontana anche dalle miserie di chi ne è stato l'autore. Wagner, si sa, era stato un antisemita radicale, e non per nulla era venerato dal nazismo e dal suo capo che si beava dell'ascolto del Lohengrin, nella cui figura di puro eroe si identificava.
Ma per Baremboim, ebreo, musicista immenso, la musica di Wagner non può restare fuori dalle sale di concerto anche di Israele, perché «la musica non è morale né immorale» e seppure va rispettato il rifiuto di quella musica da parte di chi la collega all'Olocausto, non sì può privarne dell'ascolto di chi non soffre per quei possibili collegamenti.
La sua vita di musicista scorre come quella di chi ha scelto di essere portatore di un messaggio: la musica unisce e non separa i popoli e tutto ciò che separa non ha niente a vedere con la musica. Invito a leggere un suo libro recente, che racconta di musica e di musicisti. E racconta la storia affascinante e incredibile della West-Eastern Divan Orchestra, da lui e fondata assieme Edward Said. Questa orchestra è formata da musicisti provenienti da Israele, dalla Palestina e da altri paesi arabi, lavora tra mille difficoltà ma con grandi successi e arrivò persino a dare un concerto a Ramallah, che il libro racconta in maniera emozionante.
Io ho pensato molto a Baremboim e alla sua orchestra, che, come tante altre orchestre giovanili, raduna musicisti di diversi paesi, ma mai ciò era avvenuto per dei paesi in guerra. Ho pensato molto a questo libro e al suo autore leggendo delle vicende legate all'invito di Israele come nazione ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino.
E queste riflessioni si sono accompagnate in questi giorni alle suggestioni provocate dalla enorme quantità di documenti, film, che hanno riempito la Giornata della Memoria dedicata al ricordo dell'Olocausto. Allora l'invito al boicottaggio della Fiera di Torino, partito da Ramadan e rilanciato da molta intellighenzia della sinistra italiana mi appare in una luce inquietante e tragica assieme.
Guardare Israele è per me guardare la mia coscienza di europeo e misurarmi con essa senza ipocrisie. Vuol dire misurare la mia qualità di uomo civile con la coscienza della responsabilità cui nessun europeo si può sottrarre davanti all'Olocausto, quando l'annullamento “scientifico” di un intero popolo avviene nel silenzio o più drammaticamente nella consapevole accettazione di chi sa, di chi tace, di chi addirittura alza un braccia in parlamento per approvare le leggi razziali.
Israele rappresenta il ritorno alla terra promessa, rappresenta una restituito in integrum di un diritto a essere popolo che era stato negato dalla più grande tragedia della storia degli uomini. Ma questo diritto non può essere assicurato a spese di un altro popolo, quello palestinese, che paga un prezzo per una colpa che non è la sua.
Trovo stupido dire no a Israele a Torino per tante ragioni, anche perché tanti suoi scrittori, penso a Grossman, sono tutt'altro che allineati sulle posizioni espansioniste dei governi di Tel Aviv a danno del popolo palestinese. Ma anche perché quello stato è da sessant'anni una realtà territoriale che potrebbe sparire solo inventandosi una seconda tragedia per il popolo ebreo, simile all'Olocausto.
Ma ha ragione Baremboim, come Grossman, che la questione israeliana e quella palestinese si risolvono assieme in termini di convivenza. Baremboim dichiarava davanti alla Knesset, quando gli veniva consegnato il Wolf Prize, richiamando principi della dichiarazione di indipendenza di Israele: «L'occupazione e il dominio di un altro popolo come si conciliano con la Dichiarazione di Indipendenza? Che senso ha l'indipendenza di un popolo a spese dei diritti fondamentali di un altro? Il popolo ebraico, la cui storia è un repertorio di sofferenze prolungate e persecuzioni incessanti, come può mostrarsi indifferente ai diritti e alle sofferenze di un popolo vicino?».
Quindi la presenza di Israele a Torino ci promette un terreno di conoscenza legato alla coscienza di un popolo che vuole sottrarsi alla sua storia tragica non per dimenticare, che non sarebbe possibile né giusto, ma per poter essere diverso dai suoi persecutori. Questa coscienza critica potrà trovare nella vetrina torinese il luogo per esprimersi e manifestare il rifiuto della violenza e della prevaricazione che i suoi governi hanno praticato nei riguardi del popolo palestinese.
Certo, l'organizzazione della Fiera del Libro non può essere neutrale dinnanzi a questo scontro che non può restare tutto interno a quel popolo, ma deve stare dalla parte di chi rifiuta la politica di espansione, di chi vuole Gaza libera, di chi vuole una pace che assicura sviluppo e convivenza. Questo, in una manifestazione come quella torinese, può avvenire dando voce al dissenso anche palestinese, oltre che a quello interno a Israele. E d'altra parte quel Ramadan che oggi invita al boicottaggio, nella scorsa edizione ebbe a Torino ospitalità e visibilità senza remore.
Penso anche che tenere Israele fuori dalle ribalte più accreditate al dibattito sulle idee possa solo acuire il suo senso di isolamento e il suo spirito di revanche, e di conseguenza la sofferenza del suo popolo, tenendo sempre più lontana la ricerca di quello spazio di pace e di crescita comune con il popolo palestinese, i cui diritti sono oggi negati dall'occupazione illegale dei suoi territori.
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