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sabato 2 febbraio 2008

Costruire la pace sulla via della felicità
«Tutti dobbiamo dare l'esempio,
Chiesa e politica prima o poi capiranno»

di Elvira Corona

Ha marciato a Vicenza contro l'ampliamento della base USA. Può essere considerato l'ideatore della bandiera multicolore - diventata simbolo della pace - che molti fecero sventolare durante l'attacco nord americano all'Iraq. L'anno scorso ha celebrato un matrimonio civile tra divorziati. Don Albino Bizzotto è un sacerdote e crede che la felicità degli esseri umani venga prima di tutto il resto, comprese le leggi della Chiesa. Ma senza pace non può esserci felicità. Ne è convinto e non da oggi, se 22 anni fa sentì il bisogno di fondare un'associazione - “Beati i costruttori di pace” - per condividere le esperienze e mettere insieme le forze. Dal 1985 è un punto di riferimento in una città, Padova, che grazie alle iniziative contro le guerre è diventata a sua volta un punto di riferimento a livello internazionale.

Durante la settimana, don Bizzotto si divide tra assistenza agli immigrati - in particolare ai Rom - tossicodipendenti e persone che vivono ai margini della città. Sempre che non debba lavorare per qualche campagna o tenere qualche conferenza. Come è successo ieri: invitato dal Comitato provinciale Unicef di Cagliari - all'interno del Corso universitario di educazione allo sviluppo - ha portato la sua testimonianza sulle guerre che ha visto e sul triste ruolo che nelle guerre viene imposto ai bambini. Alla fine dell'incontro, don Bizzotto ha risposto ad alcune domande per l'altraVoce.

Oggi si sente sempre più spesso parlare di pace, missioni di pace, marcia della pace… La parola pace in sé che significato ha?

«La pace è alla base della felicità delle persone, perché garantisce il vivere insieme. Questo a livello ideale, almeno. Nel piano pratico dobbiamo riconoscere che seppure nella realtà non ci sia nessuna alternativa alla pace, c'è comunque il problema del conflitto. Ma il conflitto viene visto ancora come retaggio della filosofia nazista: lotta per la vita, per la sopravvivenza, disprezzo del debole, dell'essere umano, guerra, violenza, assolutizzazione delle teorie. Non possiamo negare l'esistenza dei conflitti, ma la loro risoluzione dipende da ciascuno di noi. Ci sono tante persone che accettano il conflitto ma in un ottica non violenta. Non ci sono alternative valide alla pace».

La posizione della Chiesa nei confronti delle guerre è spesso ambigua: si predica la pace ma poi i cappellani militari benedicono i soldati, dov'è la coerenza?

«Ci sono varie anime della Chiesa e altrettante posizioni. Giovanni Paolo II aveva idee completamente differenti da quelle del cardinale Ruini rispetto alla guerra in Iraq. Oggi all'interno della Chiesa c'è molto fermento, non bisogna pensare solo alla posizione di una persona ma vedere le differenti anime».

Neppure se parliamo dei massimi esponenti della gerarchia?

«Nel Vangelo Gesù non ha mai chiesto obbedienza ai suoi discepoli, Gesù pensa a una comunità dove tutti sono responsabili della sorte dell'umanità. Ma ognuno individualmente».

Libera Chiesa in libero Stato, questa affermazione non sembra rispecchiare la realtà di oggi. Cosa spinge la Chiesa ad influenzare la politica?

«La laicità dello stato è un bene comune da preservare. La Chiesa, anziché offrire un servizio alle persone, continua a concentrarsi sui vertici e sul potere. Pensano di gestire ancora la società, invece devono rendersi conto che la Chiesa cattolica oggi è una minoranza e deve mettersi al fianco degli altri. Gesù Cristo non era un cristiano, e neppure un cattolico, si è solo fatto uomo e lui è felice se gli uomini sono felici, anche se non si comportano secondo la morale cattolica».

A proposito di Chiesa vicina alle persone, la Teologia della Liberazione in America Latina sembrava rappresentare una valida alternativa alla Chiesa delle gerarchie, della dottrina, e lontana dall'essere umano. Perché è stata delegittimata?

«La Teologia della Liberazione ha attraversato un periodo difficile, ma proprio la delegittimazione del Vaticano ha contribuito a renderla ancora più forte, e allo stesso tempo a renderla parte della stessa Chiesa. Ci sono state delle assolutizzazioni da una parte e dall'altra, ma il fulcro rimane l'annuncio del Vangelo dei poveri, affinché escano dalla povertà».

Lei è spesso in prima linea a fianco di persone che scendono in piazza contro le basi militari o le armi nucleari. La società civile ha davvero il potere di influenzare le scelte della politica?

«La società civile che si mobilita è essenziale per formare una cultura di pace. La politica arriva sempre in ritardo ma non può non tenerne conto, prima o poi. Oggi vediamo un modo di fare politica che sembra più orientato agli interessi personali e purtroppo anche i singoli agiscono in questo modo. Politica e società civile si influenzano a vicenda, ma non possiamo dividerli in buoni e cattivi. Ci sono gli uni e gli altri in tutte e due le parti. Quello che possiamo fare noi è contribuire alla crescita di una cultura di pace, ognuno con le proprie responsabilità personali. Non ci sono alternative, questa è l'unica strada da seguire».


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