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giovedì 31 gennaio 2008

Il Tribunale è perentorio: così il referendum
non dovrà farsi né ora né mai. Per i sardi
è diritto di libertà, esulta l'assessore Sanna

di Marco Murgia

Crolla il castello di carte e documenti contro il Piano paesaggistico regionale. Cade sotto il peso della sentenza del Tribunale civile di Cagliari in sessione collegiale, presieduto da Giangiacomo Pisotti, relatore Massimo Poddighe, che con una motivazione articolata e approfondita ha respinto definitivamente la richiesta del comitato per il referendum di obbligare il presidente della Regione a indire in via urgente la consultazione abrogativa per lo strumento urbanistico. Di più: secondo il collegio, non solo non si farà ora ma probabilmente - se la formulazione dovesse restare quella presentata dal deputato di Forza Italia Mauro Pili - né nel 2010 né mai. Le motivazioni sono contenute nel documento depositato ieri, dopo 12 ore di camera di consiglio: nove pagine che secondo l'assessore all'Urbanistica Gian Valerio Sanna chiariscono la «proclamazione di diritto alla libertà dei cittadini elettori». Altro che «imbavagliare i sardi», che poi sarebbe lo slogan principale dei promotori, ripetuto di nuovo ieri dopo l'ennesimo pronunciamento della magistratura.

Per il comitato è una sconfitta pesante: soprattutto perché il reclamo era stato presentato in fretta e furia dopo che lo stesso Tribunale, una settimana fa, aveva respinto la richiesta urgente di indizione del referendum al giudice monocratico Giovanni La Rocca. «Sono andati alla ricerca del referendum», era stato il commento di Sanna appena avuta la notizia della sentenza, «e sono tornati indietro anche rispetto alla pronuncia del Tar». Il perché lo spiega lo stesso assessore in una conferenza stampa convocata nel pomeriggio inoltrato per sottolineare come «le valutazioni del tribunale civile di Cagliari sono andate decisamente al di là delle nostre aspettative».

Nell'ordinanza «i giudici non analizzano solo la legittimità ma anche l'ammissibilità» della consultazione popolare, e confermano in sostanza quanto aveva già sostenuto l'Ufficio regionale per il referendum a marzo: sono ribadite le difficoltà per il cittadino di esprimere con chiarezza una scelta di fronte ai contenuti eterogenei del Ppr, che contiene anche disposizioni generali e astratte. Contro quella deliberazione Mauro Pili aveva portato avanti la su battaglia con un ricorso - accolto - al Tribunale amministrativo regionale. A quel punto era stata la Regione ad appellarsi al Consiglio di Stato: il risultato era stata la sospensione dell'efficacia della stessa sentenza. Dovrà esprimersi, il Consiglio di Stato, sul merito del ricorso presentato da viale Trento contro la decisione del Tar.

È il motivo per cui «la partita non è chiusa qui: attendiamo quella sentenza forti della tutela costituzionale dello strumento», rilancia Sanna, «e speriamo che arrivi nel più breve tempo possibile». L'obiettivo è anche «la revoca per rigore giuridico del referendum sulla legge 8», già indetto per la fine di giugno, «non influente» sulla tenuta del Piano ma neppure «sottoponibile a referendum abrogativo».

A quel punto la sconfitta per il comitato di Pili sarebbe totale. Alla disfatta manca poco: Sanna non lo dice ma il sorriso dell'assessore, solitamente poco incline alle esternazioni dettate dalla mimica, parla più di molte parole. Allora la sentenza del Tribunale civile è «la proclamazione di diritto alla libertà dei cittadini elettori»: tutto certificato quando i giudici sottolineano come il quesito «non lasci libero il cittadino nel momento in cui lo costringe a esprimere una scelta secca e omnicomprensiva su una pluralità di questioni invece suscettibili di valutazione e, quindi, di scelte anche articolate di segno diverso».

Quindi nessuno vuole «imbavagliare i sardi». Anzi, ribadisce l'esponente della Giunta, «l'argomento è talmente eterogeneo e complesso che si sviluppa in 114 articoli suddivisi in tre sezioni. Perciò sarebbe difficile pronunciarsi in merito. L'ordinanza dice testualmente che “il quesito proposto dal Pili non è chiaro”, mentre la chiarezza è uno degli elementi essenziali per l'ammissibilità del referendum». E ancora: «Un quesito costruito artatamente non porterebbe a una scelta libera che è la sostanza e l'obiettivo del referendum. Altro che imbavagliare i sardi»: di nuovo, «i giudici hanno ravvisato proprio l'opportunità per i cittadini di esprimere liberamente la loro volontà».

Non è finita: «Ci sono argomenti che attengono alla lotta politica e argomenti che toccano i diritti costituzionali: ma quando si utilizza uno strumento improprio per fare lotta politica, è poi giusto rispettare le decisioni della magistratura». Il messaggio è tutto per Pili: se il comitato decidesse di andare «ci aspettiamo, per foga giuridica, il ricorso al tribunale dei diritti dell'uomo, all'Aja». Non è una battuta nuovissima ma vale l'ultimo sorriso. Giustificato, almeno oggi.


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