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giovedì 31 gennaio 2008

Immigrati, visita medica all'inferno
Salari da fame e nessuna tutela
per i clandestini al lavoro nei campi

di Elvira Corona

Alle 4,30 del mattino, domanda e offerta si incontrano nella piazza principale del paese. E bisogna essere lì, pronti, altrimenti si rischia di non guadagnare quei 30 o 40 euro per 10 ore di lavoro. In nero, ovviamente. Decine, a volte centinaia di stranieri stanno là nella speranza di essere reclutati da un caporale o dallo stesso proprietario terriero. Chi non viene scelto torna a casa, in attesa di un'altra occasione. Condizioni drammatiche, scenari che ricordano altri paesi e altri secoli. Invece questa è la fotografia degli immigrati che lavorano nel Sud Italia, scattata pochi mesi fa da Medici senza Frontiere. L'organizzazione umanitaria tra luglio e novembre 2007 ha condotto un'indagine itinerante tra i lavoratori immigrati in alcune regioni meridionali, per verificarne le condizioni di vita, lo stato di salute, le possibilità di accesso alle strutture sanitarie.

Il risultato: migliaia di stranieri impiegati in agricoltura nel sud Italia, legati alle colture stagionali e che quindi si spostano in conseguenza di queste, costretti a condizioni di vita e di lavoro inaccettabili in un paese civile e in uno stato di diritto. Il titolo del rapporto la dice tutta: “Una stagione all'inferno”. Un'indagine che - alla sua seconda edizione - parla di «un costo umano e sociale altissimo, necessario per assecondare i meccanismi perversi di economie di mercato. Un costo umano dimenticato da un politica tesa solo a regolamentare flussi migratori senza avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Senza avere il giusto coraggio di andare al cuore del problema». La prima edizione dello studio era stata pubblicata nel 2004, e da allora poco o nulla sembra essere cambiato, a conferma di un atteggiamento ambiguo e ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell'immigrazione irregolare.

Lo staff di Medici senza Frontiere è partito ai primi di luglio dalla Campania, e passando per Lazio, Puglia, Calabria, Basilicata ha raggiunto la Sicilia ai primi di novembre. In quattro mesi sono state intervistate e visitate 643 persone, su una popolazione di riferimento stimata in diverse migliaia di stranieri impiegati nei campi e nelle serre. Il 97% sono uomini, l'84% di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Le donne rappresentano solo il 3% del campione e sono principalmente cittadine di paesi neo comunitari, Bulgaria e Romania in particolare. Gli uomini provengono principalmente da paesi dell'Africa sub-sahariana, come Sudan, Eritrea, Etiopia, ma anche dai paesi del Maghreb, come Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto, in piccola percentuale anche dal sud est asiatico, in particolare dall'India. Dai paesi dell'Unione Europea, principalmente cittadini bulgari e rumeni di etnia rom. Per quanto riguarda lo status giuridico invece, il 72% degli intervistati non ha un regolare permesso di soggiorno mentre il 28% ha un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, motivi umanitari, ha ottenuto lo status di rifugiato o ha presentato richiesta di asilo.

Un dato importante che fa capire la mobilità di queste persone è che il 66,5% degli intervistati ha dichiarato di trovarsi nel luogo della visita di Msf da meno di 4 mesi. «Un dato - rileva il rapporto - che evidenzia il carattere di stagionalità per quei migranti che si spostano seguendo i periodi di raccolta. Persone che pur di lavorare accettano paghe da fame e sono costrette a condizioni di povertà ed esclusione estreme». A dimostrarlo sono le cifre. Il 90% del campione intervistato ha dichiarato di non possedere alcun contratto di lavoro e non gode dunque di alcuna tutela giuridica in termini di retribuzione, di infortuni sui luoghi di lavoro e di previdenza sociale.

Un fenomeno di sfruttamento massiccio che colpisce anche gli stranieri stagionali con permesso di soggiorno. In media gli immigrati stagionali lavorano meno di 4 giorni a settimana, e la giornata di lavoro è di 8/10 ore. La metà dei lavoratori guadagna una cifra compresa tra i 26 e i 40 euro a giornata mentre poco più di un terzo guadagna 25 euro o meno. «Il compenso - si legge nell'indagine - viene pattuito sul luogo del reclutamento e può essere a giornata o a cottimo, ovvero per numero di cassette di frutta o verdura raccolte». Il 37% degli stranieri intervistati dichiara inoltre che alla remunerazione giornaliera vengono sottratti dai 3 a 5 euro destinati ai caporali.

Sebbene gli stranieri stagionali contribuiscano con il loro lavoro a sostenere un settore economico importante per il Sud Italia quale è l'agricoltura, le condizioni di lavoro rilevate relegano queste persone a condizioni di povertà estrema. Considerando poi che molto spesso il fine della migrazione è quello del sostentamento economico delle famiglie nei paesi di origine, il 38% degli stagionali intervistati da Msf non riesce a inviare rimesse nel paese di provenienza perché può a stento a sopravvivere. Ragione per cui molti di loro hanno anche dichiarato che tonerebbero a casa, ma si vergognano.

Altro grave problema che contribuisce a peggiorare le loro condizioni è il difficile accesso alla strutture sanitarie. Il 71% degli stranieri intervistati non ha una tessera sanitaria. A distanza di 2 anni dal loro arrivo in Italia, il 59% di stranieri irregolari risulta ancora privo di tessera Stp (straniero temporaneamente presente, codice previsto dalla legge italiana fin dal 1998, valido su tutto il territorio nazionale per sei mesi e rinnovabile), mentre il 47% di immigrati regolari non è iscritto al Servizio sanitario nazionale (anche questo previsto dalla legge italiana). Colpa di una burocrazia paralizzante, di una mancanza di servizi di informazione rivolti agli immigrati, e della carenza di ambulatori di primo livello dedicati agli stranieri irregolari.

Anche per questo le condizioni di salute di queste persone sono in molti casi caratterizzate da malattie croniche. Seppure il 76% dei pazienti abbia riferito di essere giunto in Italia in buone condizioni fisiche, al momento della visita di Msf al 72% dei pazienti è stato formulato almeno un sospetto diagnostico, di cui la maggioranza è risultato avere una malattia cronica. Patologie osteomuscolari (probabilmente dovute a sforzi da lavoro agricolo, sollevamento di pesi, mantenimento di posture fisse per lungo tempo, o movimenti ripetitivi), malattie dermatologiche (micosi e dermatiti probabilmente attribuibili alle scarse condizioni igieniche e al contatto con sostanze chimiche senza protezione), malattie respiratorie sono le patologie più frequenti. Ma anche gastriti e malattie del cavo orale, spesso gravi perchè trascurate.

Ed è facile capire che la salute non sia considerato un problema prioritario se il 65% degli immigrati intervistati vive in strutture abbandonate, il 53% dorme per terra, sopra un cartone o un materasso, e il 21% deve condividere il proprio materasso con una o più persone. Ancora più allarmanti i dati che rilevano l'assenza di servizi per garantire condizioni igienico sanitarie minime: il 62% degli intervistati non dispone di servizi igienici nel luogo in cui vive.

Insomma dai dati raccolti in questo secondo rapporto riemerge il quadro scioccante già rilevato nel 2004: «La maggioranza degli stranieri impiegati come stagionali vive in condizioni igieniche e sanitarie drammatiche; in un stato di povertà estrema e di esclusione sociale. Questa condizione espone gli stagionali ad atti di violenza e intolleranza e conferma, ancora una volta, l'assenza pressoché totale di misure tese a garantire standard minimi di accoglienza».

Per Msf, «i sindaci, le forze di Stato, gli ispettorati del lavoro, le associazioni di categoria e di tutela, i ministeri: tutti sanno e tutti tacciono. L'utilizzo di forza lavoro a basso costo, il reclutamento in nero, la negazione di condizioni di vita decenti, il mancato accesso alle cure mediche sono aspetti ben noti e tollerati». E l'organizzazione - a fronte dell'indagine - non si esime dal denunciare responsabilità politiche e leggi inefficaci, che mantengono la situazione gravissima: «Nonostante il cambiamento del panorama politico e le reiterate promesse da parte delle istituzioni nazionali e regionali, non abbiamo potuto riscontrare cambiamenti sostanziali nelle inaccettabili condizioni degli stranieri stagionali. Appare dunque evidente che i meccanismi fino ad oggi approntati per regolamentare i flussi migratori, basati sull'incontro a distanza tra domanda e offerta di lavoro, contribuiscono a generare irregolarità».

«Di fatto gli stranieri che entrano in Italia attraverso questa procedura coprono solo in parte le richieste di manodopera stagionale. Nelle regioni del Sud Italia dove è stata condotta l'indagine i datori di lavoro reclutano, prevalentemente, stranieri già presenti sul territorio in modo irregolare o migranti che hanno presentato richiesta di asilo e non hanno trovato adeguata accoglienza sul territorio».

Per il superamento di questa situazione - o per lo meno per un miglioramento - Msf chiede alle istituzioni locali di «garantire, nelle aree interessate dalla presenza di lavoratori stagionali, condizioni minime di accoglienza a tutti gli immigrati impiegati nelle produzioni agricole». Si auspica poi che «il Servizio Sanitario Nazionale ottemperi alla legislazione vigente garantendo adeguate informazioni agli stranieri presenti sul territorio italiano in merito al loro diritto alla salute e che fornisca adeguate risposte sanitarie nelle aree interessate dalla presenza di lavoratori stagionali mediante l'istituzione di ambulatori dedicati e di servizi di mediazione culturale». Che l'inferno abbia fine.


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