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giovedì 31 gennaio 2008

Strada sbarrata a Marini ma così
Veltroni è favorito da Berlusconi
Ormai è il vecchio: partita aperta,
a Casini resta Cuffaro più Mastella

di Giorgio Melis

Fosse stato per Massimo D'Alema, Franco Marini nel 1999 sarebbe diventato presidente della Repubblica e avrebbe anzi già finito il suo settennato al Quirinale. Sarebbe stato probabilmente un buon presidente, più politico e meno “tecnico” di Carlo Azeglio Ciampi, che gli fu preferito con sua grandissima rabbia. Walter Veltroni mise in campo Ciampi con mano felice, ottenendo peraltro il voto di tutti, anche del centrodestra: quel che è stato negato a Giorgio Napolitano da Berlusconi e Fini. Il mancato numero uno della Repubblica, ora secondo nel Gotha repubblicano come presidente del Senato, ha tuttavia scarse possibilità di diventare capo del governo, sia pure per un esecutivo di breve transizione. “Di scopo”, come si dice: per riformare la legge elettorale.

Napolitano ha voluto e dovuto mettere in pista Marini proponendone la missione come un dovere istituzionale ineludibile. Il vecchio sindacalista e leader della Cisl, tanto tosto quanto rotto a tutte le astuzie politiche, ha miccia breve. Ha contro tutto il centrodestra, con furore: benché abbia a favore la società organizzata. Mentre Berlusconi può sbarrargli in modo insuperabile il cammino, la Conferenza dei vescovi, Confindustria, Confcommercio, i grandi sindacati, le categorie e una parte prestigiosa dell'Italia più responsabile hanno peso notevole ma non votano in Parlamento. Tutte queste organizzazioni e istituzioni sono assolutamente contro le elezioni subito, in un momento di emergenza economica mondiale, con la recessione americana ufficializzata. Sono soprattutto contro elezioni col Porcellum, le legge elettorale che confisca il diritto di voto ai cittadini mettendolo tutto in capo alle nomenklature dei partiti, è la negazione comprovata della stabilità e durata dei governi: come è avvenuto con Prodi. En passant, quasi un milione di italiani ha firmato per il referendum Segni-Guzzetta sulla legge elettorale e attendeva che si celebrasse a giugno.

Napolitano ha fatto benissimo a imporre un'esplorazione anche disperata a Marini prima di sciogliere le Camere. Non è il massimo per un Paese votare neanche due anni dopo le urne ancora tiepide delle polemiche del 2006. Ma soprattutto il presidente della Repubblica deve nulla a Berlusconi - Fini - Bossi - Casini - Mastella. I primi quattro per aver fatto strame dei diritti dei cittadini imponendo con atto di forza la legge-porcata e destabilizzante. Il quinto come “puttano” che ha pugnalato Prodi di cui era stato il pretoriano e l'aveva improvvidamente trainato elettoralmente e portato nel governo. È ben vero che sul governo Prodi si era aggrumato un tasso di impopolarità estrema, perfino eccessivo. C'era bisogno di un agnello sacrificale sul quale scaricare colpe che vengono da almeno vent'anni e celebrare il rito espiatorio che monda tutti da ogni colpa, scaricata nell'immolazione dell'ultimo celebrante. Ma così stando le cose, il ricorso alle urne è indispensabile e inevitabile.

Non è in gioco il se ma il come. Sarà probabilmente con la legge-porcata che Berlusconi e i suoi scudieri (non altrimenti si debbono definire gli incoerenti Fini e Casini: si rinnegano a ore e mesi alterni) difendono come fosse l'ultima spiaggia. Con ragione, dal loro punto di vista. Hanno bisogno di andare subito al voto, per lucrare sulla sconfitta di Prodi e trasformarla nella loro vittoria: anche se dovesse risultare alla fine un altro passaggio verso l'instabilità. Hanno anche paura, nonostante i proclami trionfali. L'aria non è cambiata ma potrebbe rapidamente, gli umori sono volubili e volatili. Quando Veltroni dovesse forzare con un manifesto a saturazione, il ritratto di famiglia fermo nel tempo, con Berlusconi-Fini-Bossi-Casini-Mastella, il clima potrebbe cambiare ancora, la partita riaprirsi: come già adesso pare possibile.

Se la destra propone la stessa formazione del 1994, avvizzita, invecchiata, senza l'appeal di allora, col Cavaliere ultrasettuagenario al comando mentre nel mondo (ultimo Obama negli Usa) vanno avanti impetuosamente i 40-50enni, e lui risultasse com'è il nonno dei premier occidentali con lo strascico retto dall'impresentabile Mastella, beh, non tutto è perduto. Forse tutto è rimediabile per un Walter Veltroni che elettoralmente è gradito sull'intero scacchiere elettorale. È indubitabilmente uomo di dialogo e accordi, perfino troppo: infatti si era spencolato eccessivamente ed è stato messo nel sacco da Berlusconi, facendo danni ulteriori a Prodi. Sicuramente ha una carica innovativa maggiore di quella che può proporre ripetitivamente il Cavaliere: via l'Ici (lo dica ai Comuni, che fallirebbero tutti), basta tasse, miracoli a gò-gò perché torna il mago Merlino che ha già fatto molti prodigi. Per sé soltanto, purtroppo.

L'altro ieri Berlusconi è stato assolto al processo Sme perché il falso in bilancio non è più reato. Aveva imposto lui la modifica al codice penale, un'autoassoluzione per legge da parte dell'imputato: poi dicono che la giustizia non funziona. Ma la sentenza scontata è un atto di accusa anche contro il centrosinistra: non ha toccato le leggi ad personam né il conflitto di interessi e ora rischia di veder finire al macero anche la legge sulle tv: “criminale”, secondo il Cavaliere.

Comunque, se la Cei (purché Eminence Ruini non destituisca e scomunichi il cardinal Bertone con bolla sub-papale del profeta Giuliano Ferrara), Montezemolo, i commercianti e i sindacati, il mondo accademico e della cultura sono scesi subito in campo contro il voto senza riforma, non significa affatto che stiano col centrosinistra e vogliono che vinca. Il contrario, per alcuni. Ma sanno che la fascinazione del Cavaliere non c'è più, nonostante i sondaggi favorevoli tutti motivati dal no corale a Prodi. Sanno anche che rappresenta quanto di più datato e ripetitivo il mercato politico possa proporre.

Si era sempre detto di Prodi e Berlusconi simul stabunt simul cadent: se cade uno (Prodi), deve seguire l'altro (Berlusconi), che era stato peraltro sconfitto due volte dal primo. Perché ha stancato la competizione a due dal 1996, l'eterno ritorno dei sempre uguali: il Cavaliere è un sopravvissuto al ritiro del Professore, non vince nulla perché può raccattare solo il lascito di Mastella. È un reduce della sua “scesa” in campo. È possibile che possa rivincere ma non è affatto scontato. Perciò è importante che Franco Marini esplori la possibilità di un governo di due-tre mesi: col solo obbiettivo di riformare la legge elettorale e portarci al voto il primo giorno utile, senza dilazioni o trucchi.

È ugualmente importante, se non ci riuscirà, che sia e appaia chiaro a tutti il rifiuto alla controriforma della legge-porcata da parte di Berlusconi - Fini - Bossi - Casini - Mastella. Ovvero, che i responsabili di quella legge-truffa e oscena, si rifiutino di cambiarla dopo averlo detto e ripetuto dal giorno dopo la sua approvazione. Trasmettere la percezione di chi sia contro la ragione e la responsabilità verso i cittadini, espropriati del diritto al voto. E indignati non da ora ma da subito.

Se Calderoli definì subito “porcata” la sua stessa legge. Se il coerente Fini era scatenato a cercare firme con Segni per abrogarla. Se il lineare Casini fino a dieci giorni fa poneva come pregiudiziale la modifica della legge col modello tedesco. Se Napolitano dal primo intervento l'aveva indicata come prioritaria per rimettere la democrazia italiana nei binari della serietà. Se questi pareri non sospetti sono stati immediatamente rilanciati e gridati dalle maggiori organizzazione sociali e fatte proprie perfino dal “partito vaticano”, significa che fanno parte di un residuo comun sentire degli italiani non de destra o de sinistra ma solo dalla parte della ragione, della decenza, della nostra dignità di popolo.

Basterà tutto questo a sovvertire i pronostici? Presto per dirlo. Ma quando si sfida la testa oltre la pancia del Paese, i sondaggi possono diventare carta straccia in due settimane. Chi si oppone alla restituzione agli elettori del loro elementare e fondamentale diritto in cui si realizza la loro cittadinanza, potrebbe essere chiamato a risponderne pesantemente nel momento in cui dirà no al tentativo di Marini. La partita non è chiusa: anzi è già riaperta.

Ci sono scricchioli quantitativamente deboli ma significativi, nel centrodestra. Bruno Tabacci e Mario Baccini hanno sconfessato Pierferdi Casini e sono usciti dall'Udc. Questi, specie il primo, non sono dei Mastella qualsiasi. Sono casualmente coerenti. Tabacci, definito da Berlusconi «la mia spina nel fianco con Follini», è personaggio che in questi anni abbiamo tutti imparato ad apprezzare: lo si vedrebbe bene in qualunque governo e gli oppositori dovrebbero comunque rispettarlo. Molla l'opportunista Casini tornato alla briglia del Cavaliere perché convinto di poter avere la sua parte di vittoria: a qualunque prezzo, non importa rinnegare - come il temerario Fini - tutto ciò che aveva detto e gridato fino alla settimana prima. Casini ha già perso Follini, ora Tabacci e Baccini: gli resta Totò Cuffaro, che ha difeso alla morte, chiamando “sciacalli” quanti ne chiedevano le dimissioni dopo la condanna a cinque anni di reclusione, giustamente sospeso per atto dovuto da Prodi. Casini-Cuffaro, con Dini e Mastella forse aiuteranno le sorti di Veltroni: avversari così' possono essere una pacchia.

È un segnale apparentemente piccolo, minoritario ma importante di un'Italia cattolica nell'accezione politica migliore: rifiuta il come eravamo così siamo del Cavaliere, si distanzia dall'ecclesiocrazia che lo benedice e trasforma Giuliano Ferrara in speaker dello Spirito Santo (a quando la sua prima enciclica?) con la mediazione di Ratzinger e Ruini, nella caricatura grottesca del dialogo con gli atei e i laici che il grandissimo cardinal Martini aveva avviato con serietà e rigore molti anni fa.

Oddio, non è che il Pd e il centrosinistra meritino molto, perfino di essere miracolati nelle urne. Però. Intanto danno un grosso taglio alla gerontocrazia italiana e passano da un quasi settantenne come Prodi a un cinquantenne come Veltroni, apprezzato su larga scala: mentre il Cavaliere veleggia verso i 73. Rischiano molto, forse tutto, col Pd che in concreto correrà da solo sottraendosi al ricatto dei partitini. Mentre Berlusconi dovrà rilanciare la vincibile armata di 17 partiti 17, fino a Storace, Alessandra Mussolini, la destra estrema semiversiva, più la Lega furiosa e l'ineguagliabile Mastella. Non è un handicap da poco, se Veltroni saprà giocare bene le sue carte.

Niente è ancora deciso, i sondaggi possono essere rovesciati. Con l'aiuto determinante dell'intransigenza di Berlusconi, dei suoi ondivaghi scudieri Fini e Casini nel negare agli italiani il diritto al voto che loro stessi gli avevano sottratto nel 2006. La perseveranza nell'oltraggio ai cittadini potrebbe disarcionare il Cavaliere, mandarlo in pensione come dignitosamente ha deciso il suo vittorioso rivale, sconfitto solo dopo le elezioni. Se c'è riuscito due volte il Professore, Veltroni ha anche carte migliori. Si può fare.


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