mercoledì 30 gennaio 2008
di Maria Letizia Pruna
Tutti i principali quotidiani hanno dato ampio risalto ai risultati dell'indagine campionaria sui bilanci delle famiglie, che la Banca d'Italia conduce annualmente da oltre 40 anni. È stato evidenziato in modo particolare che tra il 2000 e il 2006 il reddito medio delle famiglie dei lavoratori dipendenti - che sono il 47% delle famiglie italiane - è rimasto sostanzialmente stabile (0,96% di incremento in 6 anni), a fronte di una crescita del 13,86% del reddito medio delle famiglie dei lavoratori autonomi.
Non si tratta, in effetti, di una notizia sorprendente. I salari hanno smesso di crescere ovunque già dagli anni '80. Il fatto nuovo è che la stagnazione prolungata e la progressiva erosione del potere d'acquisto delle retribuzioni oggi si manifesta nella riduzione dei consumi, anche di generi non di lusso come alimentari e abbigliamento, e in una serie di difficoltà economiche che le famiglie dichiarano di avere (rilevate dall'Istat nell'indagine su “Reddito e condizioni di vita” di cui recentemente si sono letti interessanti commenti su l'altra voce).
Ciò che merita di essere evidenziato, assai più di quanto abbiano fatto i giornali, è piuttosto la traccia di una inversione di tendenza: dall'indagine della Banca d'Italia emerge infatti che nel 2006 il reddito medio delle famiglie dei lavoratori dipendenti è cresciuto in media del 4,3% in termini reali, mentre per le famiglie dei lavoratori autonomi è rimasto al livello del 2004. Questo sì è un dato interessante, tanto più se si considera che nel 2004 la stessa indagine rilevava, rispetto all'anno precedente, una riduzione del reddito medio delle famiglie dei lavoratori dipendenti superiore al 2%.
Dunque, a partire dal 2006 potrebbe essere invertita la tendenza: i redditi medi delle famiglie dei lavoratori dipendenti sono cresciuti, anche se ancora in misura molto contenuta, mentre si sono fermati quelli delle famiglie dei lavoratori autonomi. Ciò che la Banca d'Italia non spiega è perché questo è avvenuto. Quali politiche economiche e finanziarie hanno consentito questo recupero, seppure lieve e ancora incerto?
L'indagine della Banca d'Italia offre qualche elemento di riflessione anche sulle persistenti e ampie disuguaglianze di reddito del nostro paese: il 10% delle famiglie con il reddito più basso percepisce il 2,6% del reddito totale prodotto, mentre il 10% delle famiglie con i redditi più elevati ne percepisce circa il 26%. Come confermano anche le indagini dell'Istat, il reddito familiare è più elevato quando il principale percettore di reddito è laureato, quando è un lavoratore autonomo o un dirigente, quando ha un'età compresa tra i 41 e i 65 anni. Sud, giovani, donne corrispondono alle condizioni di maggiore svantaggio.
La ricchezza familiare netta (cioè la somma delle attività reali - immobili, aziende, oggetti di valore - e delle attività finanziarie, al netto di mutui e debiti) è ancora più concentrata del reddito: il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell'intera ricchezza netta delle famiglie italiane (in crescita rispetto al 2004, quando era il 43%). La Banca d'Italia potrebbe spiegarci quale sia il nesso tra la concentrazione crescente della ricchezza da una parte, e la concentrazione crescente del disagio e della deprivazione materiale dall'altra.
L'indagine rileva inoltre che nel 2006 il 26% delle famiglie italiane si è rivolto ad istituti finanziari per avere un prestito, principalmente per l'acquisto o la ristrutturazione di una casa, ma anche per l'acquisto di beni di consumo. Rispetto al 2004, il numero di famiglie indebitate è aumentato (erano il 24,6%). Il rapporto tra debito complessivo e reddito disponibile è in media del 33%, più elevato per le famiglie giovani e per quelle più numerose.
La Banca d'Italia si preoccupa di rilevare anche un indicatore del grado di sostenibilità del debito delle famiglie, calcolato come rapporto tra la spesa sostenuta per il rimborso del debito e il reddito disponibile. Questo indicatore consente di valutare la “fragilità finanziaria” delle famiglie, che risulta più elevata tra quelle che hanno i redditi più bassi: se hanno un debito (e questo avviene nel 24% dei casi di famiglie con bassi redditi), devono destinare in media oltre il 30% del proprio reddito disponibile per sostenere gli oneri finanziari connessi al mutuo.
Che cosa ha favorito l'aumento dell'indebitamento delle famiglie italiane, soprattutto delle più deboli, che per le dimensioni e le forme che assume comincia ad apparire (a noi, non alla Banca d'Italia) un fenomeno preoccupante piuttosto che rassicurante? Questa volta la spiegazione c'è, e sembra offerta con una certa soddisfazione: secondo la Banca d'Italia è lo «sviluppo dell'industria finanziaria (sic!), che ha reso più ampia e flessibile l'offerta di prodotti per le famiglie”.
Da quando i servizi finanziari sono diventati “industria”? Da quando serve nobilitarne la funzione? Aspettiamo una spiegazione dalla Banca d'Italia.
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