martedì 29 gennaio 2008
di Giorgio Melis
Ehi, brava gente, ce la fareste ad approvarci la Finanzia senza alluvionarci di altre chiacchiere senza distintivo, di vertici senza base, capo e coda, di summit che più bassi non si può, di riunioni collegiali da collegio di mentecatti, di riunioni multi e bilaterali a due-tre stadi come i razzi, di incontri ravvicinati in doppiopetto, a un petto e revers, di annunciati sit-in che paiono sit-com ammoscianti, di mercato delle vacche a chi le spara più grosse e deve sempre rilanciare e dire l'opposto dei compagni-avversari di partito e alzarsi se parla un secessionista? Insomma, onorevole logorroici e perditempo, gli ultimi della classe regionale italiana, riuscirete ad approvare una manovra sicuramente imperfetta e perfettibile che ha però in cassa 8,7 miliardi di euro da spendere, il 30 per cento - per la prima volta dopo 15 anni - per investimenti e iniziative anziché solo per stipendi e interessi per i debiti, mentre i sardi attendono disperatamente che tanto denaro entri in circolazione?
Troppo impegnativo chiedere per chi suona la campana. Qui deve solo suonare una sveglia bella grossa spaccaorecchi in questo Consiglio della lentocrazia e del poltronismo con motivazioni politiche che fanno morire dal ridere. Sembra una febbrile gara di velocità tra una lumaca bavosa e una tartaruga con le gambe mozzate. Oggi si comincia in aula l'esame degli articoli: alleluja! Figurarsi, si prevede l'approvazione della manovra per l'8 febbraio ma ci vorrà una settimana in più. Facciamo i conti. La Finanziaria è approdata in Consiglio, in ritardo, il 20 novembre. È uscita dalla comnmisione il 10 gennaio. Quindi la discussione generale senza neanche i gradi di caporale. Se tutto andasse per il meglio, tra due settimane potremmo avere il voto finale. C'erano di mezzo le feste, si obbietta. Come no.
In Parlamento, con tre passaggi che hanno coinvolto non 85 sottonorevoli ma mille deputati e senatori (trecento voti solo in Senato, in un clima da scontro finale), la manovra statale è stata conclusa in due mesi, ben prima di Natale: pare avesse un'importanza e un impatto leggeremente più importanti di quella nuragica. Nella Sardegna messicana, con sa berritta al posto del sombrero ma sempre nel segno della siesta indisturbabile, occorre almeno un mese e mezzo in più. Siamo sardi, che diavolo, non c'è fretta: sempre meglio arrivare ultimi che non arrivare mai.
«Ogni mese di ritardo nell'approvazione», ha spiegato pochi giorni fa Tore Cerchi, presidente dell'Anci e sindaco di Carbonia, «si traduce in un danno per i Comuni». Quantificabile, e non da poco: nell'arco di una legislatura, «due mesi di esercizio provvisorio» equivalgono a «dieci mesi di lavoro sprecati». Approvare ogni anno la finanziaria non prima di marzo significa buttar via 15 mesi «su un mandato di 5 anni, cioè 60 mesi: è tanto».
Cherchi aveva chiesto una riforma, «una di quelle che non costano un centesimo: si imponga tassativamente il varo della finanziaria entro il 31 dicembre». Finirà interdetto, sotto impeachment, ricoverato per insanità mentale e politica. Mettere un vincolo sulla legge fondamentale, che regola il funzionamento della Regione e di tutta la Sardegna? Inaudito. Siamo a un passo dalla dittatura: oltretutto senza la Statutaria liberticida, un subdolo colpo di Sta(tu)to. Cherchi si è fatto plagiare da quel tiranno di Soru. Eppure è uno che ne capisce qualcosa: è stato per anni relatore al bilancio dello Stato in Parlamento. Che ci torni e non stia a rompere i cabasisi del sovrano parlamentino di via Roma. Non ha tempo da perdere con lui e perde tutto quello che gli pare spaccando ogni capello in tre, disquisendo sul sesso degli angeli e sui massimi sistemi che in quella sede diventano minimi.
Naturalmente ci sono grandi responsabilità in quel che accade. Per due terzi vanno ascritte alla pulviscolare, rissosa maggioranza. Doveva prima dilaniarsi sul capogruppo unico del Pd (ora la rissa continua sui segretari provinciali del partito nato gracile, abortivo), e sul bottino da dividere o difendere. I Consorzi industriali, la formazione professionale e feudi analoghi. Sui quali la responsabilità del centrodestra è piena, uguale e forse anche superiore perché dovrebbe esserci un atteggiamento opposto. Sui consorzi e il resto fa fronte comune con gli avversari immaginari.
Ma poi basta con l'orgia delle polemiche a somma zero, ripetitive, frustranti. Mezza giornata di commissione e mezza in conferenze stampa, senza spettatori tranne i diretti interessati e i disgraziati cronisti precettati. Ogni mossa, un'inondazione di dichiarazioni. Un passaggio in aula e dieci fuori ad uso delle tv, per dichiarazioni memorabili sul nulla. Ecco, questo è l'ordinario fraseggio, l'andazzo dove corrono solo le indennità, i privilegi, i benefit.
La maggioranza porta le maggiori responsabilità e ora la situazione è anche peggiore. È affondata a Roma per ragioni analoghe a quelle che la bloccano a Cagliari. Pensate che qualcuno dica: ehi, diamoci una mossa o finisce a schifio. Tutto come prima. Si sentono anche loro intoccabili. Ma chi vuole sfiorarli anche solo con la punta delle dita per doversi poi detergere? Nel Pd continuano guerra e guerriglia sul capogruppo prossimo venturo (Marrocu neanche insediato già deve preparare le valigie: è la stabilità), sui segretari provinciali, soprattutto su Consorzi industriali e il resto della polpa sanguinolenta del potere.
Nella sinistra, la secessione rifondarola prosegue con altri mezzi bellici e col rilancio dei soldi chiesti per il lavoro (assistito): 500 milioni, invoca una parte assieme alla Cisl del munifico Medde, un miliardo, ribatte l'altra parte per alzare il prezzo e il gradimento presso gli elettori. E dire che, precedendo di molto la sortita nazionale del puttano Mastella, l'Udeur sarda era stata indotta e incoraggiata a levarsi di torno: un'operazione preventiva di profilassi che ci mette all'avanguardia del bon ton politico.
In compenso c'è un troncone di ex socialisti (Balia e Masia: mamma mia) irriducibili. Sono contro ma potrebbero essere a favore: quelli delle mani libere, titani della morale politica. Una categoria che ha sempre dato un poco di orticaria. Mani libere per cosa? Arraffare meglio o che altro? Viene in testa il formidabile politico-gangster calabrese del programma di FazzioFabio: quello con le manette a un solo polso, mani semi-libere, che ha anticipato l'udierrrino Barbato versus Cusumano: «Se lo sputo lo lavo, se lo piscio lo profumo». La fantasia aveva prevenuto la realtà. Balia e Masia con le mani libere: e chi gliele aveva legate?
Ecco, questo è lo scenario di maggioranza sotto la Finanziaria: uguale a se stesso da almeno tre lustri. Una sola volta arrivo in orario, tutte le altre caos e vergognosi ritardi. Accadeva in regime parlamentarissimo: come e peggio che col presidenzialismo. A dimostrazione che nulla cambia e vuole cambiare nel Consiglio e nella politica. Se Soru fosse essere il prevaricatore che tiene sotto schiaffo (mani libere e manesche?) l'assemblea, a quest'ora avrebbe imposto l'approvazione della Finanziaria. Invece, è al palo: come i suoi predecessori. Paralizzato nel pantano di via Roma come in passato altri.
Si obbietterà: la Finanziaria è bloccata perché brutta, sporca e cattiva. Sempre colpa di Soru che l'ha proposta. Benissimo. Ma chi impediva e impedisce al Consiglio sovrano nel suo complesso di bocciarla o di approvarne una alternativa, specie a dispetto del presidente, come espressione della limpida e determinata volontà assembleare? Sono incapaci a tutto. Buoni solo a gridare e protestare senza saper proporre: è l'unico modo per molti di mandare segnali di un'esistenza politica altrimenti inesistente, giustamente destinata all'indifferenza e all'anonimato. In fondo il Consiglio, in tante sue fasi, serve a mostrare o poter dimostrare agli elettori che si esiste perché si parla, si interroga, si interviene: come i 53 oratori su 85 consiglieri che hanno disquisito da par loro nella discussione sui rifiuti campani. Il resto era ed è silenzio, purtroppo rumoroso e gracchiante.
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