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lunedì 28 gennaio 2008

Torna Piccolo Cesare e minaccia
subito voto o milioni di persone
in piazza: guai ai vinti. Attacco
contro Napolitano e gli italiani

di Giorgio Melis

È tornato Piccolo Cesare, come Giorgio Bocca ribattezzò Silvio Berlusconi nel momento di massimo potere, dopo il 2001. Piccolo Cesare vuole elezioni anticipate subito, a ogni costo. Nessuno che abbia un minimo di buon senso e di rispetto per la situazione creatasi dopo la caduta del governo Prodi, si azzarda a negare l'indispensabilità del bagno nelle urne per vedere se si riuscirà a fermare lo smottamento dell'Italia: pur dando per acquisito che le elezioni saranno quasi sicuramente vinte dal centrodestra. Ma c'è un punto. Il voto non è una concessione che si deve fare a Berlusconi, le urne non sono una sua riserva privata sulla quale possa e debba avere la prima e l'ultima parola: come fosse il gauleiter dell'Italia in grando di intimare a tutti “guai ai vinti”. Intanto perché lui non è vincitore di un bel nulla. Le elezioni le aveva perse alla Camera (dove le ha riperse nel voto di fiducia) e le ha pareggiate al Senato, dove infatti Prodi è caduto. L'opportunità inevitabile di tornare alle urne gliel'hanno data due noti patrioti e fulgidi esempio di lealtà e coerenza democratica come Mastella e Dini: eletti con e da Prodi e di nuovo saltafossi come in anni recenti nel percorso opposto.

Berlusconi raccatta da terra, anzi dal fango, la possibilità della rivincita elettorale. Ma niente lo autorizza ad atteggiarsi a padrone delle istituzioni, a dettare le scelte e i tempi al presidente della Repubblica. Al momento è solo il leader di un partito e di uno schieramento di opposizione, senza alcun ruolo istituzionale per imporre questo o quello. Lui è quello che fino a ieri chiedeva a Totò Cuffaro di restare alla presidenza della Sicilia con cinque anni di carcere in primo grado e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lui è quello che vorrebbe imporre la grazia per Bruno Contrada benché condannato in via definitiva per favoreggiamento della mafia da capo del Sisde. Lui è quello che controllava la Rai attraverso i suoi uomini, decidendo anche di far spostare la comunicazione dei risultati elettorali: per questo e altro rischia di essere rinviato a giudizio, anche se ne farà un'altra medaglia al valore incivile.

Le medaglie al valore incivile
dal Cavaliere per Cuffaro e Contrada

Sarebbe inaudito che Giorgio Napolitano prestasse orecchio domani, quando sarà ascoltato al Quirinale, al leader che ha annunciato che porterà in piazza milioni di se non avrà le elezioni subito. Una variante dell'eterna marcia su Roma, col Piccolo Cesare che minaccia di fare del parlamento e del Quirinale un “bivacco di manipoli”: il cavalier Benito la fece in vagone letto, il cavalier Silvio la farà come minimo in elicottero, altrimenti nel suo mega-aereo personale. Alle minacce eversive si risponde con sprezzo e durezza, o si tradisce il ruolo di garante delle istituzioni, non di Berlusconi.

Passi quando Bossi minaccia la rivolta («le armi si troveranno») se le urne non saranno subito spalancate. Ma che di peggio dica un ex presidente del Consiglio è un fatto inquietante, cui le istituzioni hanno l'obbligo di replicare negando quel che è presentata non come una richiesta ma come un'intimazione minacciosa. Per molte ragioni. Innanzitutto, le elezioni sono un diritto del popolo italiano, non di Sua Emittenza. E quando vengono doverosamente indette, devono tener conto dell'interesse generale dei cittadini, Non sta ancora scritto da nessun parte che quel che è bene e desiderato da Berlusconi sia bene e ugualmente voluto dagli italiani.

Al voto presto: non con la legge-porcata, elettori-sudditi e partiti-padroni

Al voto bisogna andare e nel più breve tempo possibile. Manovre dilatorie oltre lo stretto necessario non sono soltanto inaccettabili: anche inutili. Ma l'interesse degli italiani, proclamato fino a ieri anche da tutto il Polo, è che non si torni a votare con la stessa “porcata” del 2001, la controriforma elettorale voluta vergognosamente e imposta dal Polo nell'ultimo scorcio della legislatura. Ha prodotto i suoi effetti sporchi e rovinosi, raggiungendo gli obbiettivi per i quali era stata decisa. Rendere impossibile la governabilità per Prodi, realizzare per la prima volta due maggioranze diverse tra Camera e Senato. Ma soprattutto, aver espropriato i cittadini del diritto al voto. Non possono scegliere i candidati da eleggere. Solo fare la croce (e farsela) sulle liste di partito decise da sei persone in tutta Italia e mandare giù il rospo.

Tanto miserabile era stata la decisione che tutti i protagonisti (a partire dall'ideatore Calderoli) avevano poi definito la legge “una porcata”, chiedendo che fosse subito cambiata per decenza. Anche a viva forza. Tra l'altro, Gianfranco Fini ha attivamente partecipato alla raccolte delle firme di Mariotto Segni per il referendum cui la Consulta ha dato il via libera nei giorni scorsi. Ora il coerente palafreniere subalterno Fini dice che ritentare con la riforma «sarebbe tempo perso». Il referendum alle porte, voluto anche da lui, era uno scherzo? Comunque, l'erratico Fini può cambiare idea come e quando vuole, cioè a mesi alterni. Ma non può farlo Napolitano: per rispetto degli italiani e di se stesso. Fin da discorso dell'investitura, la riforma della legge elettorale era stato il punto centrale del suo mandato, condiviso da tutte le forze politiche.

Napolitano non può farsi intimidire
e tradire l'interesse degli italiani

Un impegno preciso che corrispondeva e corrisponde all'interesse e alle attese degli italiani. Se il presidente si tirasse indietro, non solo perderebbe la faccia: rinnegherebbe se stesso e la rappresentanza degli italiani che gli deriva dal dettato costituzionale, non da un leader o da uno schieramento contro i diritti dei cittadini. Apparirebbe come intimidito e in soggezione al Piccolo Cesare che minaccia di usare la piazza contro le istituzioni: eversivamente. Immaginatevi un Pertini e anche un Ciampi minacciati con la piazza evocata da Berlusconi. Il primo non lo avrebbe neanche ricevuto al Quirinale se non dopo un solenne autodafè, dopo avergli dato il dovuto. Ma neanche Ciampi avrebbe tollerato un simile oltraggio alle prerogative del suo ruolo.

Napolitano può essere da meno, accettare di farsi imporre quel che vuole Berlusconi, apparendo come un presidente-travicello? Speriamo di no, non c'è galateo istituzionale che consenta il cedimento a un simile sbrego. Su tutto il resto, il presidente deve rispettare e interpretare le indicazioni dei partiti: non notarilmente ma senza poter stravolgere la ragion politica. Ma sulle norme elettorali quindi sui tempi del voto (massimo entro giugno) non può transigere. Un “puttano” come Mastella ha fatto cadere il Governo col cinico Dini. Ma non interpretano certo il sentire degli italiani, anzi fanno schifo anche nel campo cui hanno recato il loro peloso tradimento. E comunque il collasso di Prodi non impone né la data del voto né che ci debba andare con una legge ripugnante e oltraggiosa dei diritti dei cittadini.

Di questo ha l'obbligo di tenere conto Napolitano, se vuol essere garante del Paese quale la Costituzioni impone che sia. Le intimidazioni di cui è oggetto dovrebbero a maggior ragione confermarlo nel suo dovere, non accondiscendente verso un leader ma rispettoso di tutto il popolo Due mesi sono sufficienti, o debbono diventarlo, per riformare la “porcata”: una peste non suina ma politico-umana per l'agibilità democratica. O quanto meno il presidente deve provarci a ogni costo: se poi risulterà impossibile, dovrà denunciare davanti al Paese la tracotanza della “casta” che continua a strafottersene degli umori giustamente, obbligatoriamente e ferocemente antipolitici.

Così facendo, Napolitano non farà torto o darà ragione a una parte o all'altra. Coglierà la sacrosanta domanda di tutti gli italiani di ridiventare cittadini dopo essere stati degradati a sudditi da metà dei cinici eletti. Non è realistica la richiesta di Veltroni di un governo di responsabilità nazionale fino a tutto il 2008. Se la destra non ci sta, qui ha perfettamente ragione, si potrebbe fare solo se tutti convenissero su questa necessità. Altrimenti il voto dev'essere quanto più possibile ravvicinato, come desiderano i cittadini.

Il possibile governo Berlusconi-Fini-Mastella
ma scelto non subito dagli elettori

Sul resto, la dinamica del confronto o scontro politico a determinare gli accadimenti e l'esito delle elezioni, rimettendo l'ultima parola ai cittadini. Tornerà Belusconi? Niente da dire se questa sarà la volontà degli italiani. Ma espressa non da comparse senza peso e in condizioni che garantiscano davvero governabilità e stabilità. Altrimenti non possiamo rischiare di cadere dalla brace nel braciere per favorire la sospetta fretta del Polo, contro il comun sentire dell'Italia. Non si è affatto espressa e non può essere interpretata attraverso i sondaggi. Resta la sua certa richiesta di poter scegliere e non subire il voto, da popolo beota. E la sua domanda di un assetto non bradisistico degli equilibri di governo.

Non è comunque rappresentata dal bis-bis-puttano Mastella che aveva l'uno per cento dei voti e dal Dini che neanche aveva un partito. Se deve materializzarsi il governo Berlusconi-Fini-Bossi-Mastella, avvenga in condizioni di garanzia e rispetto per gli italiani. Ai quali Napolitano deve maggior considerazione e rispetto che non a un Berlusconi che lo minaccia «con milioni di persone in piazza». Un linguaggio tracotante che ribadisce la sua pulsione eversiva: altro che statista. Le elezioni le aveva perse anche se di un soffio: a quale titolo si proclama vincitore a posteriore fino a minacciare Napolitano?

Lo sputatore Barbato dal Senato al Quirinale, a Cagliari il linciatore mancato di Borrelli

L'uomo non cambia se non in peggio: i lifting ne spianano le rughe, non la tracotanza del settuagenario che rinverdirà la gerontocrazia italiana. Se lo riprendano pure, gli italiani che lo vogliono e desiderano un nuovo così nuovo che è sempre pià senescente. Ma non è non sarà al di sopra della legge, anche se la calpesta e lo rifarà ancora. La tempra del personaggio, il suo senso della legalità e delle istituzioni l'ha ancora dimostrato solidarizzando con Totò Cuffaro, invitandolo a restare suo posto. Il presidente siciliano non ha potuto assecondarlo come voleva e ha dovuto fingere le dimissioni. Peccato siano venute non solo dopo che perfino Luca di Montezemolo le aveva chieste, come riparo a una vergogna mondiale. Ma soprattutto mentre stava per essere firmato il decreto governativo di interdizione in base alla sentenza di condanna.

Cuffaro si è comportato come un ricercato: i carabinieri bussano alla porta per arrestarlo, ma uscendo con le mani in alto proclama: «Mi sono costituito». Non si preoccupi, comunque. Il Polo gli darà un posto al Senato: necessita di altri personaggi rivoltanti alla Di Gregorio, l'ex dipietrista passato col Polo per una poltrona, inquisito per riciclaggio di soldi sporchi di organizzazioni criminali. Cuffaro solleverà il prestigio del Senato dopo l'esaltante sceneggiata con insulti, sputi, risse, svenimenti, champagne e mortadella che hanno contrassegnato la dignitosa caduta di Prodi.

A proposito, ha fatto rivoltare lo stomaco vedere al Quirinale, in primo piano a fianco di Mastella, quel senatore Barbato che ha sputato, dato del cornuto e frocio al collega Cusumano che aveva annunciato il sì al governo. Con che faccia si è presentato, e con che scarso rispetto degli italiani lo si è ammesso alla Presidenza della Repubblica dopo la volgare, indecente esibizione al Senato immortalata in tutto il mondo? Quando i teppisti dello stadio vengono beccati in flagrante, con altre pene gli si infligge il divieto di andare allo stadio e l'obbligo di restare a casa durante le partite. Per Barbato non si poteva e si doveva fare di meno: i teppisti violenti sono meno censurabili perché giovani e non senatori. Lui è anziano, offende i capelli bianchi e per di più è un legislatore della Camera alta, che ha trascinato con altri sotto il livello di un tombino fognario. Non v'ha dubbio che vada promosso almeno ministro dell'istruzione nel governo Berlusconi-Fini-Mastella. Questi è diventato una copia al sanguinaccio sannita del Ghino di Tacco con cui Eugenio Scalari chiamò Bettino Craxi, che poi adottò quel soprannome.

Il ras di Ceppaloni e Benevento non richiama un Ghino ma semmai il Gano di Magonza, il paladino fellone di Carlo Magno che vendette Orlando ai saraceni al Passo di Roncisvalle ma pagò caro venendo squartato vivo per il suo tradimento. Figuratevi che lo statista e guardasigilli Mastella, prima di mollare il ministero, aveva nominato nella scuola per la magistratura l'avvocato della moglie, un magistrato della procura di Santa Maria Capua Vetere (dov'è inquisito con la moglie) che ha comunque subito rinunciato, e un professore di Benevento: del suo feudo, dove l'ex ministro aveva nel frattempo trasferito uno dei centri della scuola per la magistratura (già ubicato a Catanzaro), facendone il sito più importante benché periferico rispetto a Firenze, dov'era destinato. Sarà certamente innocente con la moglie. Ma è colpevole di stupro della funzione politica e ministeriale: senza bisogno di sentenze perché i fatti parlano da soli.

Non basta. Già abbastanza afflitti dal doverne condividere la cittadinanza regionale, a nome di Mastella abbiamo dovuto sentir parlare a Cagliari, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, quel Gian Paolo Nuvoli da Ardara, mastellato nominato dal suo ministro (per essere traslato da Forza Italia all'Udeur) al posto che fu di Giovanni Falcone. Come vedete, Mastella, quello dell'indulto a ogni costo, aveva e ha un grande rispetto della giustizia. Che sta a Nuvoli come uno stagnino alla fisica nucleare. Anzi, peggio. Lui è quel tale che voleva impiccare ai lampioni stradali Francesco Saverio Borrelli e gli altri di Mani Pulite. Ma sabato ha disquisito dei problemi della giustizia: da aspirante giustiziere mancato, anzi linciatore di grandi magistrati. Non c'è mai limite al peggio.


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