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sabato 26 gennaio 2008

L'umor nero dell'Italia, mai così pessimista:
aumenta il disagio materiale,
stipendi indietro rispetto all'Europa

di Daniela Paba

Gli italiani? Mai stati così pessimisti. Chissà se, nel momento in cui cadeva il governo, i senatori della Repubblica hanno avuto un pensiero per il loro popolo, per le famiglie e il loro sentire. Chissà se ha pensato per un attimo ai propri elettori quello che si ingozzava di mortadella, o quello che sputava verso il collega dell'Udeur, colpevole d'aver votato per Romano Prodi.

A dare un'idea di come convivono gli italiani con il loro umor nero ci ha pensato il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara, quando, presentando il rapporto 2008, ha denunciato lo stato di crisi profonda che divide il paese dalla sua classe dirigente. «Il solco tra società e politica diventa sempre più profondo», ha detto il presidente dell'Istituto di studi economici e sociali «e tende ad allargarsi di giorno in giorno. Più o meno cortesemente, come separati in casa, ci si saluta quando si entra o si esce, consapevoli di non avere ormai più niente in comune». E come accade nelle crisi di coppia, quello che doveva essere un progetto di speranza, d'unione, per essere più forti, si trasforma in una prigione che mortifica la parte debole, il Paese normale. Fatto di lavoratori indigenti o sottopagati (20 milioni), famiglie strozzate dalle rinunce e dai debiti, quarantenni precari. Italiani depressi e senza fiducia, come dicono.

«L'Italia - recita il Rapporto Eurispes - è un Paese in ostaggio. Un Paese ormai prigioniero della propria classe politica che ha steso sulla società una rete a trame sempre più fitte impedendone ogni movimento, ogni possibilità di azione, ogni desiderio di cambiamento e di modernità, riducendo progressivamente gli spazi di democrazia e mortificando le vocazioni, i talenti, i meriti, le attese, le aspirazioni di milioni di cittadini». Una politica che prima di rispondere agli elettori, risponde ai grandi gruppi economici, sovranazionali, globalizzati. Per l'Eurispes infatti la «politica è ostaggio dei poteri forti: della finanza, delle banche, delle assicurazioni, delle grandi agenzie di rating, del sistema della comunicazione e dell'informazione, delle mille corporazioni che caratterizzano la storia ed i percorsi del nostro Paese».

«La politica di oggi sta ai poteri forti e alla finanza come i bravi a Don Rodrigo e i campieri ai baroni siciliani», conclude l'Eurispes. E siccome insieme alle economie la globalizzazione investe anche l'umore e il sentire comune, il pessimismo è lo stato d'animo degli europei. Gli italiani, caratterialmente creativi e ottimisti, stanno solo un po' peggio. E non senza ragione, considerati l'indebolimento dei salari, l'aumento dei prezzi e il futuro incerto. I pessimisti aumentano di 15 punti, passando dal 51,9 per cento del 2007 al 69,5 per cento di oggi. Il 78,5 per cento vede nero l'orizzonte del prossimo anno e «nutre pessimismo e sfiducia nella situazione economica». Per il 47,7 per cento si può solo peggiorare. E' il sentimento di pessimismo più alto mai registrato negli ultimi 6 anni.

D'altra parte c'è poco da stare allegri se solo un terzo delle famiglie e poco più (38,2 per cento) arriva alla fine del mese senza problemi (nel 2006 erano il 56,4 per cento, nel 2007 al 51,6 per cento) e solo il 13,6 per cento riesce a risparmiare (erano il 25,8 per cento del 2007 e il 27,9 del 2005). «Il totale delle persone a rischio di povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante», si legge nel Rapporto: «si possono stimare circa 5.100.000 nuclei familiari, all'incirca il 23 per cento delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui». Diminuiscono i consumi e comunque sempre più le famiglie acquistano ai saldi (67,9 per cento), nei grandi magazzini o negli outlet (64,4 per cento), si rinuncia a mangiar fuori casa, fare regali, programmare viaggi e attività di svago (58,9 per cento).

Ma per molte famiglie la mortificazione quotidiana non è accettabile, bisogna trovare un secondo lavoro, possibilmente in nero, altrimenti se lo mangiano le tasse. Nell'analisi Eurispes gli italiani sono diventati «stakanovisti per sopravvivere: il sommerso nel nostro Paese va ad integrare i redditi nelle famiglie». L'economia sommersa ha prodotto nel 2007 circa 549 miliardi di euro. Ci sono 6 milioni di doppiolavoristi che producono circa 91 miliardi di euro esentasse, mentre l'economia criminale ne realizza circa 175 miliardi ogni anno.

Paese di lavoratori e di indebitati: per mantenere lo stesso stile di vita e di consumi le famiglie chiedono soldi in prestito. Il credito al consumo pro capite in Italia è di 1.495 euro, ed è aumentato, nel primo semestre 2007, del 17,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Gli italiani si indebitano per acquistare elettrodomestici (22,2 per cento), automobili (19,6 per cento) ma anche per cure mediche (5,1 per cento), vestiario e calzature (4,1 per cento), viaggi e vacanze (2,3 per cento).

D'altra parte in Italia sono sempre più numerosi i working poors, quelli che un lavoro ce l'hanno ma non ce la fanno ugualmente: 20 milioni di lavoratori sottopagati perché, come si dice da anni, i salari sono tra i più bassi d'Europa, inferiori del 10 per cento rispetto alla Germania, del 20 per cento rispetto al Regno Unito e del 25 per cento rispetto alla Francia. Se si considera il periodo compreso tra il 2000 e il 2005, «mentre si è registrata una crescita media del salario a livello europeo del 18 per cento, nel nostro Paese i lavoratori dell'industria e dei servizi (con esclusione della pubblica amministrazione) hanno visto la propria busta paga crescere solo del 13,7 per cento». E se ancora nel 2004 e nel 2005 le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono state superiori solo a quelle greche ed appena inferiori a quelle degli spagnoli, dal 2006 l'Italia è superiore solo al Portogallo.

E così, «pur avendo una occupazione professionale - spiega l'Eurispes - questi lavoratori hanno un tenore di vita molto vicino a quello di un disoccupato». Come siano cambiate le forme di lavoro si può leggere nelle cifre: i lavoratori con almeno un contratto l'anno (parasubordinati attivi) sono un milione e mezzo, in età compresa fino a 37 anni, hanno un reddito medio di 8.334 euro; peggio di loro i collaboratori a progetto: non guadagnano più di 5.000 euro l'anno.

E se tra le regioni dove le famiglie risultano più indebitate al primo posto si trova la Lombardia, la Sardegna si distingue per l'alta percentuale di suicidi. Quasi a dire che se far debiti è un modo per ipotecare un futuro possibile nel lavoro, qui nell'isola lo stesso futuro sembra opprimente e oscuro come il destino. Sappia chi si dispone a formare il prossimo governo che per far fronte alla situazione, secondo Eurispes, occorre «diminuire la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e agire sulla struttura temporale della contrattazione», per rendere «disponibili risorse per il miglior sostentamento delle famiglie».


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