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sabato 26 gennaio 2008

Se Montezemolo diventa giacobino
povera Italia-bordello e disperata
Al voto con la “porcata”? Prodi ko
ma la pagherà anche Berlusconi

di Giorgio Melis

C'era qualcosa di surreale nella presenza composta, normale ma quasi solenne, di Romano Prodi presidente del Consiglio dimissionato che ieri, senza fare una piega, si è presentato all'inaugurazione dell'anno giudiziario in veste di ministro ad interim della giustizia al posto del pugnalatore Mastella. Ha svolto il suo intervento tra Napolitano e i più alti magistrati della Cassazione, si è infine congedato pacatamente annunciando di tirarsi fuori dalla mischia politica perché «ho perso e farò il nonno». In quella presenza e nelle sue parole si manifestava ancora il senso antico e desueto di un senso delle istituzioni, dello Stato e del proprio ruolo che fa dell'adieu del Professore un epilogo importante e serio a una vicenda che l'ha stritolato politicamente.

L'uscita di scena, specie dopo la caduta rovinosa, è ben più difficile dell'entrata, abitualmente euforica e col vento in poppa. L'impopolarità vasta di cui godeva (vedremo se si volgerà in passerella festosa per il successore) non è cancellata e gli effetti si sono visti. Ma il suo tener duro con tigna, coerenza, trasparenza e coraggio, accettando il plotone di esecuzione senza ritrarsene come gli consigliavano tutti, e poi l'immediata ri-esposizione ufficiale e terminale come “sostituto” di Mastella ribadiscono la dignità e serietà di un personaggio al tramonto. Dal quale viene un esempio importante e che merita maggior rispetto e una considerazione popolare, che forse verrà più avanti. Al momento, non c'è tempo e voglia nella società politica (“separata in casa dalla società italiana”, secondo il denso rapporto dell'Eurispes) di un'attenzione allo stile, alle persone, calpestate nella volata verso le urne.

Volata travolgente ma che non è affatto un percorso in discesa e festoso per chi, come il Berlusconi miracolato da Mastella, si è visto assegnare il terzo tempo della sua vicenda politica. Benché abituata al peggio, quest'Italia di umor nero è sembrata alquanto scioccata da quanto è accaduto giovedì al Senato, dalla verifica diretta dello squallore anche comportamentale dei suoi rappresentanti nella cosiddetta Camera alta: mai trascinata tanto in basso. Se c'era ancora qualche disponibilità a valutare le differenze, l'abisso tra lo stile di Prodi e quello dei suoi affossatori, ha marcato un salto di qualità enorme. Le esibizioni degli uomini di Mastella e in parte di Fini sono state uno shock all'estero, rimbalzato nei siti on line e poi nei giornali con uno sconcerto che ha generato una nuova ondata di generalizzato disprezzo per il nostro Paese. E di acuto pessimismo sul fatto che sappia fronteggiare la gelata economica mondiale che si va espandendo come un incubo di lunga durata.

L'imbarazzo, l'indignazione, lo sconforto, in altri anni avrebbero fatto scattare l'antico grido di dolore: «Ahi serva Italia, di dolore ostello! … Non donna di province ma bordello!». Al netto della retorica in versi, davvero povera Italia e poveri noi. Perché nulla ci sarà risparmiato. Intanto, il ritorno alle urne con la legge-porcata, che espropria i cittadini del diritto di voto e lo affida a poche mani di “padroni” dei partiti. Per questo unanimemente condannata, con richieste e impegni solenni (Napolitano in primis) di cambiarla, essendo osceno riproporla tal quale agli italiani. Invece andrà proprio così, nove su dieci.

Il problema non è voto-si voto-no, perché dev'essere voto comunque. Il tema è “voto come”. E sembra già eluso: Berlusconi e altri, magari tacitamente, sono per la conferma del Porcellum. Quando mai i partiti, anche quelli “nuovi” come Forza Italia, rinunceranno al potere in più acquisito? Il Cavaliere è coerente, del resto. Quella legge l'ha voluta lui per spazzare l'agibilità di governo a Prodi, ha raggiunto il risultato, si tiene ben stretta la sua creatura. Questa scelta suscita ancora qualche indignazione, della quale Berlusconi (pensa e parla già di affossamento della legge “criminale” sulle tv e di cancellare le intercettazioni telefoniche tranne per terrorismo e mafia) non si curerà.

Ma è parsa impressionante la requisitoria venuta da un personaggio non sempre credibile ed esaltante come Luca Cordero di Montezemolo, che ha fatto proprie e rilanciato con forza le accuse dei peggiori “moralisti” e residui tutori della legalità e dignità nazionali: con una giusta asprezza che gli fa onore in un momento così. «Tutti nei momenti di crisi, soprattutto dopo avere assistito al triste spettacolo da suk di questi giorni e alle scene vergognose in Senato, desideriamo che la parola torni a noi cittadini attraverso le elezioni. Ma attenzione: con questa legge elettorale la parola non torna ai cittadini ma alle segreterie dei partiti, con liste pre-confezionate per consentire altri giri di giostra a chi non vuole un vero rinnovamento».

Un'analisi durissima del quadro politico. E non solo per le tristi scene viste al Senato. Anche perché il presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro diventa «un esempio delle due facce di questo Paese. Da una parte ci siamo noi che lottiamo contro il pizzo. Dall'altra c'è uno come lui che è stato condannato ma resta al suo posto». Non lo ha detto, ma il riferimento si estende anche a Berlusconi, che ha confermato la vicinanza e l'amicizia a Cuffaro, dandogli la benedizione perché mantenga il suo ruolo.

Montezemolo attacca anche per le migliaia di società a controllo pubblico diventate «discariche per politici trombati», e «una politica sempre più concentrata sulla spartizione di posti e poltrone che sta invadendo ogni settore della vita del Paese». Infine, il voto è giusto e necessario ma spetta «alle forze più avvedute e responsabili di entrambi gli schieramenti» fare una legge elettorale prima di andare alle urne: «Mettete da parte gli egoismi di partito, ricordate che siete in Parlamento per fare il bene del paese. Una breve ed efficace stagione di riforme condivise, nell'interesse generale, è non solo indispensabile ma è anche possibile. E consentirà poi a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero».

L'appello-denuncia del capo degli industriali ha avuto un forte impatto. Triste che venga da lui e non anche dalla miglior politica: se ce n'è ancora, si faccia sentire. Non certo da Berlusconi, che marcia come un panzer sulle urne e non vuole sentire parlare d'altro. Gli sforzi che Napolitano farà per indurlo a una riforma elettorale sono quasi disperati. Il Cavaliere vuole solo la rivincita, il resto conta nulla. Non ci sono resistenze politiche alte e forti, il solo Casini non basta, l'ondivago Pd di un Veltroni già ridimensionato prima del confronto elettorale ha scarsa credibilità. Quindi, salvo resipiscenze improbabili, si tornerà alle urne con la “legge porcata”.

L'ennesima sciagura per l'Italia e alla lunga anche per il Polo, responsabile assoluto di quello precedente. Perché il maldipancia degli italiani non sarà a lungo unidirezionale, non si calmerà senza impossibili miracoli mentre si teme una recessione economica globale. Sarebbe il momento di riconciliare il Paese con la politica, attraverso scelte lungimiranti e solidali, per ridarle legittima e vera rappresentanza. Se si vuole la gallina subito, la rivincita in contanti e immediata, nessuno li potrà fermare. Ma l'antipolitica non tarderà a manifestarsi contro i probabili vincitori, favoriti dallo scarso appeal dei concorrenti. Attenti che l'entrata in campo elettorale di Beppe Grillo, se ci sarà anche a livello nazionale, non inneschi un processo di massa e fortemente sentito da moltissimi italiani, creando una miscela altamente infiammabile: non risparmierà certo il ceto politico del centrodestra.

Ci sono anche le tensioni sociali destinate ad esplodere e allargarsi, specie ora che la sinistra radicale (come le frange estreme della destra finora) non dovrà frenare gli umori più furenti. Questo sarebbe il momento, come spiegano inascoltati gli uomini di Bruxelles, di una solidarietà di maggioranza e opposizione attorno ai governi su scelte condivise per affrontare i problemi di sistema e globali che incombono. Ma il nostro provincialismo impone di proseguire la distruttiva guerra civile fredda, di accentuare la spaccatura del Paese, di ricercare la contrapposizione a tutti i costi che per il breve periodo paga elettoralmente: senza un vero senso dello Stato e dell'interesse generale. Tanto nessuno risponderà, domani come oggi, delle proprie responsabilità anche grazie all'inerzia morale e all'eclissi del senso civico degli italiani.

Povera Italia, davvero bordello in senso letterale, se lascia giocare le sue sorti sulla roulette di puttani e puttane: non disonorati e messi al bando ma promossi arbitri del nostro destino, sia Mastella o Cuffaro, come Bassolino o il tristo Dini. Non possiamo contare neanche sull'autorità morale della Chiesa perché si è fatta partito, ovvero parte, e talora della peggiore. «La Cei non c'entra nulla con la caduta del governo», ha detto il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, replicando sui contatti denunciati dal ministro Fabio Mussi tra la Cei e Clemente Mastella poco prima delle dimissioni. «I vescovi non si occupano di politica ma si occupano di valori e i valori non hanno partito». La conclusione di Bagnasco è tanto perentoria quanto poco credibile. Il partito-Chiesa c'è e fa politica, ormai da parecchi anni e su crinali e con personaggi utili ma anche pochissimo credibili e autorevoli. E i valori citati sono anche notoriamente molto materiali e concreti: poco evangelici.


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