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venerdì 25 gennaio 2008

I devoti di An e Udeur, sputatori ma evangelici
con i dissidenti: “cornuto, vecchia checca” Mastella il poeta spaccia il falso Neruda in versi

di Andrea Pusceddu

Non ci sono più le crisi di governo di una volta, ormai, non c'è più passaggio istituzionale, per quanto delicato, che non finisca per diventare una rappresentazione di avanspettacolo. Ne è prova la giornata di ieri, il cui riassunto sembra uscire più dalla sceneggiatura di una telenovela brasiliana che non da austere aule parlamentari.

Vediamo un po'. Nuccio Cusumano, uno dei tre senatori dell'Udeur, decide all'ultimo momento di votare per Prodi. Per inciso, questa notizia ci permette di notare come il partito che farà cadere il governo abbia a palazzo Madama una rappresentanza così piccola da stare dentro la cabina di un'Ape Piaggio.

Tre uomini in barca, per tacere dei diniani, che essendo tre anche loro hanno votato in tre modi diversi: un sì, un no, un'astensione. Comunque sul cassone posteriore dell'apixedda ci starebbero comodi anche loro.

Il senatore Barbato, uno dei due rimanenti all'Udeur, reagisce con classe alla girata di spalle del collega. In ossequio ai valori cristiani del suo partito aggredisce fisicamente Cusumano, apostrofandolo - poco evangelicamente - come «pezzo di merda, traditore, cornuto, frocio». Gesù con Giuda era stato molto più signorile, si era limitato ad un «amico, per questo mi tradisci?».

Dai banchi di AN, partito che inneggia alle radici cristiane, partono invece apprezzamenti il cui più riferibile è «checca squallida». Nelle stesse ore, sua Santità Benedetto XVI si lamentava della volgarità dei mass media. Che stesse ascoltando su Rai GR-Parlamento i quello che dicevano i politici cattolici?

Aggredito non solo verbalmente, il povero Cusumano sviene come le dive del cinema muto, e viene portato fuori aula in barella come Totti dopo uno scontro in area di rigore. Una foto scattata dai reporter lo rappresenta accasciato come un Cristo deposto dalla croce, unica differenza che nelle rappresentazione classiche nè Giovanni nè la Maddalena parlano al cellulare come l'imperturbabile - ed anonimo - senatore immortalato dai flash. Cusumano viene soccorso dai medici, ed a questo punto un sorge un problema: il dottore deve essere quello in quota Udeur oppure no?

Più tardi, davanti ai cronisti parlamentari - che probabilmente avranno diritto all'indennizzo per sede disagiata - Barbato vuota il sacco. Cusumano è un traditore - sbotta - che è entrato al Senato con i voti dell'Udeur. Tralascia però di notare che d'altra parte anche l'Udeur era andato alle politiche con l'Unione. Fa anche un riferimento al fatto che sia stato eletto in Campania pur essendo siciliano, dimostrando come il fatto che il simbolo dell'Udeur sia un Campanile non sia quindi casuale.

Siamo alle battute finali. Clemente Mastella, nel dare l'addio al governo Prodi, decide di farlo in versi. Cita una toccante poesia di Neruda:

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi.
Chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Sono versi istruttivi, specie quando si parla di cambiare colore. Mastella, unico ad esser stato ministro sia con Prodi che con Berlusconi, lo dice senz'altro a ragion veduta. C'è solo un problema. La poesia non è di Neruda, è un apocrifo che gira via posta elettronica, un po' come quelle email in cui il figlio del governatore della Nigeria vi regala 9,7 milioni di dollari. La Fondazione Pablo Neruda, qualche tempo fa, si è sentita in dovere di precisare «Ese poema NO es de Pablo Neruda», vista la diffusione raggiunta dalla bufala.

Poesia o non poesia il governo cade, e dai banchi di Alleanza Nazionale spuntano due bottiglie di champagne. È scandaloso: loro che tengono così tanto alla patria brindano con marchi esteri invece di stappare un patrio spumante DOCG. Mentre Marini urla «non siamo all'osteria», il senatore Nino Strano sventola due fette di mortadella e pasteggia contento come alla gita parrocchiale.

Dall'universo parallelo in cui è precipitato, Walter Veltroni fa sapere che «Adesso bisogna evitare le elezioni anticipate».

Grazie per l'idea, non ci avevamo pensato, no davvero.


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