venerdì 25 gennaio 2008
Interventi.
di Micheli
La caduta del governo era attesa da molti, anche del centrosinistra. I sondaggi non esagerano quando affermano che il 70% degli italiani non approvava l'operato del governo, eppure nelle case non sono tante le bottiglie stappate per brindare (appena una persino nei banchi dei senatori di destra, dopo la votazione): la debacle di Prodi lascia l'amaro in bocca, a tutti. C'è l'impressione che anche la destra non gongoli, per questa vittoria tanto attesa e cercata con ogni mezzo. Un'aria di tristezza pervade l'animo di tanta gente, per la certezza che, lasciando la padella, probabilmente, sicuramente, si finirà sulla brace. Una partita di fine campionato che si conclude stancamente con un risultato di zero a zero, ma che somiglia di più a una sconfitta; bandiere arrotolate, sciarpe infilate nello zainetto, un calcio alle lattine vuote sparse nel piazzale dello stadio e tutti a casa, mogi mogi.
Che cosa mai potranno dire ancora i politici durante la campagna elettorale? Che cosa, che non abbiano già detto? Prevedo un'altissima percentuale di cittadini stomacati che non andranno a votare, e una percentuale ancora maggiore di indecisi sul voto, fino al momento dell'ingresso nella cabina elettorale: tante schede bianche, molte nulle, tantissime votate a malincuore, poco convinti della scelta fatta all'ultimo istante.
Scontenti sì, ma qualcosa a questo governo bisogna riconoscerlo. Un certo risanamento del bilancio è ammesso da tutti, qualche miglioramento nell'economia pure, sindacati e confindustria non hanno protestato troppo e riconoscono di avere ottenuto attenzione e risultati. Persino i pensionati, le famiglie meno abbienti e altre categorie sociali disagiate, hanno avuto un segnale positivo; persino la riduzione dell'ICI era in agenda, per i possessori di prima casa. Ma allora, perchè scontenti?
Non può essere soltanto l'immagine dell'Italia sotto i rifiuti della Campania; oppure il prezzo del petrolio sopra i cento dollari; o l'aumento degli interessi sui mutui bancari; o la certezza del numero sempre alto di grossi evasori (più si sente che se ne scovano, più ci si rode dalla rabbia); o ancora la certezza della non-pena per criminali, corrotti e corruttori; oppure la certezza dell'inasprimento delle multe agli automobilisti (e sono tanti, ma tanti) e dell'impossibilità di evitarle comunque, per quanto si possa stare attenti, con la certezza che mentre comuni e ditte appaltatrici incassano enormi somme, le vittime della strada non accennano a diminuire.
Sì, c'è la sensazione che dopo Prodi non ci sarà niente di meno peggio, comunque, che vinca la destra, come sembra, o che sia la sinistra a riprendersi e a vincere ancora per pochi voti. La burocrazia sempre più invadente, l'assillo continuo dei singoli, alle prese con dichiarazioni, documentazioni, versamenti, more, scadenze, avvisi e intimazioni, non autorizzano un minimo di speranza che qualcosa cambi, anzi! Non è certamente colpa di Prodi, ma saldi poveri come in questo gennaio, non se n'erano visti mai (si può affermare anche senza i dati ufficiali, per aver visto con occhio): guardare ma non toccare, controllare bene i prezzi e poi lasciare, scegliere il prezzo più basso anche con differenze di pochi centesimi, è diventata prassi normale.
Quale futuro dunque? Prodi media troppo, Amato è troppo rigido, Veltroni troppo morbido, D'Alema troppo defilato (come vogliono gli avversari amici e nemici), Letta troppo giovane (ma promette), Rutelli si sta facendo le ossa: a che santo votarsi? Diamo un'occhiata dall'altra parte. Dio ci salvi da cinque anni di risate e corna, di sogni fantasmagorici e promesse incredibili, di colpi di mano (in tutti i sensi però) e di ritrattazioni continue; questo no! Ma allora chi? Bossi sta male, Fini non è ancora sdoganato del tutto, Casini prima la deve pagare cara, gli occhialoni di Maroni no; che cosa aspettarsi dunque?
È un vero problema: vincerà il centrodestra, ma non abbiamo idea di chi possa proporre un governo diverso dagli ultimi due trascorsi, che porti una ventata di novità. È un vero dilemma, fra tanti politici non si riesce a individuarne uno veramente papabile. Che fare? Vediamo… vediamo… Ma come, e Mastella? E Dini? Ecco la soluzione: fuori i vecchi e dentro i nuovi! Sono così piccoli, come voti e numero di eletti naturalmente, che nessuno ambirebbe combatterli nè ostacolarli, essendo quest'ultima appunto una loro prerogativa.
Dunque, il gioco è fatto; Dini o Mastella, uno di questi guiderà il prossimo governo, con la destra, beninteso. Tutti gli altri si ricompatteranno restandone fuori o assumendo soltanto incarichi ministeriali. Si potrebbe già ipotizzare Berlusconi agli Esteri, Fini agli Interni, Casini alle Politiche Sociali; ma aspettiamo un po', e ne vedremo davvero delle belle! Nel frattempo però, prepariamoci a stringere la cinghia e a tornare a zappare cipolle.
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