venerdì 25 gennaio 2008
di Giorgio Melis
Basteranno quattro mesi o ce ne vorranno almeno sei per avere il Berlusconi III dopo la definitiva caduta-deposizione del Prodi II? È solo questione di tempi, la sostanza cambia poco. Al voto anticipato si arriverà comunque a breve-media scadenza. Paradossalmente, i due possibili competitori - il Cavaliere e Veltroni - sono interessati ad arrivarci il più rapidamente: perché così si voterebbe con l'attuale legge Porcellum, deliberatamente per non cambiarla. Consente a entrambi - per convergenza non conflitto di interessi - di “nominare” i parlamentari dei due partiti (scansando le contestazione degli alleati) a loro immagine, somiglianza e fedeltà: in attesa della formale ratifica da parte degli elettori retrocessi a sudditi fin dal 2006.
Si fa l'ipotesi che a guidare il governo fino al voto sia lo stesso Romano Prodi. Come vorrebbe Berlusconi, che lo considera a ragione, per l'attuale generalizzata impopolarità, un assist formidabile per la sua vittoria. Come non vorrebbe Veltroni, che vede nella permanenza del Professore a palazzo Chigi sotto elezioni un viatico non benefico né benevolo per la propria disfatta. C'è il secondo “partito” - Marini e D'Alema con Napolitano - che puntano a un voto spostato in avanti, dopo una riforma elettorale alla tedesca, sperando di agganciare Casini. Ma avrà vita dura. Perché sia Berlusconi e Veltroni (dialogo chiuso sulle riforme: il Cavaliere lo ha già liquidato, come previsto, dopo aver detto l'opposto fino a qualche giorno fa, col Walter Mannaro de sinistra che lo accreditava) non hanno interesse a questa prospettiva. Al voto subito, per restaurare il 1994 e il 2001 di qui all'eternità.
Ma stavolta l'Unto Berlusconi non tornerà al comando per grazia di Dio: dall'alto dei cieli hanno altri problemi. Solo per grazia del terreno Vaticano, ormai “partito” di linea consolidata pro-Polo, grande elettore oltreché tifoso del centrodestra devoto fervente, cattolicissimo, evangelico, genuflesso e di borsa buona con l'Oltretevere temporale. E neanche per volontà della nazione, che di misura lo aveva mandato a casa. Il Cavaliere è da ultimo rimesso in sella da Clemente Mastella e Dini, dopo essersi disarcionato a fatto male con le continue spallate a vuoto contro Prodi. Mastella è il suo kingmaker: non può proclamarlo con orgoglio, forse ne è tanticchia imbarazzato ma va avanti: regolerà i conti col ras di Ceppaloni dopo la vittoria elettorale. Ma intanto il “gigante” è dovuto salire sulle spalle del nano-puttano uderrino per risalire a galla, dopo essere sprofondato appena due mesi fa. Pareva definitivamente, ma poi gli avversari lo hanno riportato a galla.
C'è più onore e dignità nella disfatta di Romano Prodi, almeno sul piano personale e politico, che nella squallida vittoria del Polo ad opera dei mastellati: noti gentiluomini e moderati cattolici che si trattano a sputi e insulti, dandosi del traditore e del frocio, mentre traditori lo sono tutti insieme, spassionatamente. Ma queste sono considerazioni di costume e moralità (anzi: immoralità politica) che lasciano il tempo che trovano. Mastella val bene una messa celebrata tra voltagabbana pluri-recidivi se riconsegna palazzo Chigi al Cavaliere. La maschera pagliaccesca del Clemente, che celebra pure in versi il bisogno di cambiare perché un solo colore stanca e porta alla morte, domina la scena del ritorno del Cavaliere, come lo jedi di “Guerre stellari” ma in chiave niente gloriosa e ancor meno epica.
Mastella ha citato un falso Pablo Neruda, che firmò una celebre e stimolante biografia: “Confesso che ho vissuto”. Anche Mastella ha avuto vite politicamente variegate e intense. Con De Mita contro Craxi, contro De Mita, con Casini poi contro Casini, con Berlusconi e poi contro, contro Prodi e con D'Alema contro il Cavaliere, con-contro Cossiga (quando fu ribattezzato “puttano” da Fini: giusto dieci anni fa), poi con Prodi versus il Berlusca, infine pugnalatore estremo del Professore per il ritorno con Sua Emittenza.
Provvisoriamente il voltagabbana è fermo qui, ma nessuno metta limiti alle sue acrobazie da Tarzan del trasformismo come vocazione e pratica. Ricorda un personaggio evocato da Emilio Lussu: prima cattolico, poi cristiano luterano, indotto all'islamismo prima d'essere ribattezzato, bigotto e papista: ma sempre ateo, devoto solo a se stesso e al proprio tornaconto. Le conversioni di Mastella sulla via di Ceppaloni meritano un trattato psico-politico sulla nobile arte di cadere sempre da una poltrona all'altra saltando da una greppia a un'altra. San Clemente ha infine fatto la grazia al Cavaliere e il suo sembiante rappresentativo dovrebbe figurare nell'incolpevole tricolore: come la Marianna per la Francia.
Perciò, nel giorno della caduta di Prodi, lo scenario non è drammatico perché le contorsioni e l'ignobiltà del clima e di certi personaggi gli ha conferito un massiccio tratto di squallore, di volgarità e indecenza non occultata neanche dai festeggiamenti con botti di champagne a palazzo Madama dei pasdaran di Fini e le manifestazioni di giubilo esterno: come fosse caduto un tiranno sanguinario non un governo che certamente era impopolarissimo, si vedrà il prossimo. Un bagliore di miseria morale, un'ipoteca di inciviltà greve e violenta sul ritorno del Cavaliere. Anche di scoramento, a vedere anziani senatori mastellati insultarsi, sputarsi, trattarsi da “cornuto, traditore, frocio” e quello che non voleva tradire Prodi finire in barella e poi espulso dal suo ex partito che esalta lo sputatore scortese.
C'è un tocco di raffinato sadismo, in questo passaggio. I posti al Senato di Mastella erano la quota che l'Unione aveva riservato a Prodi e che il Professore aveva “girato” al feudatario di Ceppaloni. Prodi è stato affossato con i suoi voti che aveva intestato ai pugnalatori finali. È una fulgida metafora della moralità politica, della coerenza che tanto attrae gli italiani verso la “casta”. Davanti al livello del proprio killer, nella sconfitta Prodi giganteggia. Intanto come combattente che per ostinazione e anche spirito di rivalsa (verso Veltroni) non si sottrae al sicuro plotone di esecuzione, lo affronta sapendo che sarà crivellato di proiettili, bandito dalla vita politica. Ma si presenta ugualmente al patibolo, con una dignità che stavolta è riconosciuta dagli avversari e dallo stesso Cavaliere. Timoroso che il Professore avesse qualche asso nella manica: «Invece non aveva davvero nulla». Il che fa giustizia del fango sulla campagna-acquisti attribuita a palazzo Chigi.
Prodi è voluto affondare, presenziando fino all'ultimo all'inabissamento della propria nave: come fa un capitano coraggioso, anche se ha sbagliato troppe manovre e in parte è causa del naufragio. Ma mentre il “Titanic-Italia” affonda, non c'è la musica incosciente dell'orchestra che suona fino all'ultimo. Solo i rintocchi pesanti di chi assapora il gusto acre della rivincita regalata da Mastella (sarà un altro «Non faremo prigionieri» alla Previti del 1994?), si gode la disfatta degli avversari senza ascoltare o curarsi degli scricchiolii sinistri che vengono dal Paese. Della sua assoluta disistima della “casta”: alla quale tuttavia somiglia sempre più ogni giorno che passa nei comportamenti singoli e collettivi. Di un'antipolitica che si è riversata furiosamente contro Prodi assunto come provvisorio capro espiatorio di una situazione drammatica, in attesa del prossimo: magari fra un anno, la volubilità è al massimo e i malumori possono cambiare bersaglio in breve tempo: accade in tutto l'Occidente con chi ha la ventura di governare.
Il Professore paga un'esagerata ostinazione a non voler prendere atto che i numeri al Senato gli imponevano di ricercare un allargamento della maggioranza, magari sulla legge elettorale e sulle riforme, alle forze disponibili. Gli sarebbe stato forse facile, dopo le spallate autolesioniste del Cavaliere e la dissoluzione del Polo. Da quella ingannevole vittoria ha tratto la convinzione cieca di poter andare avanti comunque. Invece le strutturali contrapposizione nella coalizione, strattonata da sinistra e da destra, e infine il tradimento di Mastella montato sulla vicenda giudiziaria della moglie (in realtà stava aspettando la miglior occasione per smarcarsi e tornare con Berlusconi) lo hanno portato al passo estremo. Grandemente propiziato dall'improvvida, sospetta sortita di Veltroni («alle elezioni il Pd da solo e Berlusconi se ha coraggio faccia lo stesso») che ha realizzato un capolavoro assoluto. Ha messo in massimo allarme gli alleati e forse dato la spinta ultima a Mastella e Dini, avviando la dissoluzione dell'Unione. Nel contempo, ha favorito il ricompattamento su Berlusconi di Fini, Casini e Bossi: preoccupati che con Veltroni non si realizzasse una diarchia competitiva così scioccamente proclamata. E meno male che Veltroni era il miglior fico del bigoncio diessino!
Ci siamo permessi, parecchi mesi fa e nel momento del suo trionfo, di dissentire su veltroni: è del tutto improbabile e poco credibile un piacione che afferma di non essere mai stato comunista dopo decenni ai vertici e perfino segretario dell'ex Pci. Sarà antipatizzante ma il conte Max D'Alema è altra cosa, comunque, anche come determinazione. Comunque, questa vicenda manda a dire che la fusione fredda del Partito democratico si è dissolta nel bollente crogiolo della crisi e non si vede come Veltroni potrà reggere alla disfatta elettorale annunciata. Alla fin fine, anche lui è “vecchio”, datato, superato. La traversata del deserto che attende l'ex centrosinistra dovrà forse servire anche per individuare leader diversi, alternativi a un personaggio che comunque, col suo americanismo e buonismo alla I care, è un sottoprodotto residuale della cultura di partito che rinnega in toto: cancellando anche le grandi tensioni civili, morali e politiche dei grandi partiti popolari - Dc, Pci e Psi - che hanno fatto grande l'Italia del dopoguerra: ma con personaggi di altra tempra, in tempi di ferro e fuoco anche ideologico.
Questi abatini imponderabili, nella crisi di leadership che affligge tutto il mondo occidentale, funzionano a livello di salotto televisivo alla Vespa. Alla prova dei fatti, si sciolgono come neve al sole. Anche Prodi tramonta definitivamente, con grandi errori. Ma ha schiena, coerenza, dignità. Giganteggia ovviamente al cospetto di un Mastella da suk politico ma anche di un Veltroni flaccido nella sua repentina conversione dal buonismo assoluto al decisionismo distruttivo, demolendo la propria maggioranza e ricostruendo quella avversaria a tocchi.
I dati essenziali restano lo strano caso del Professore che sbaraglia due volte (l'unico ad averlo battuto) il Cavaliere alle elezioni per dover ammainare la bandiera dopo neanche due anni di governo. Ad opera dei propri alleati: Bertinotti nel 1998 (per ragioni inaccettabili ma non certo ignobili), dieci anni dopo Mastella, un improbabile Bertinotti alla rovescia, da circo e bancarella, già all'incasso dei cardinaloni vaticani e di Berlusconi dopo aver consumato il tradimento senza ancora annunciarlo. Ma attenti, la guerra continua. La destra riavrà il comando ma la pancia del Paese ribolle. Ha visto giustiziato un comodo capro espiatorio, ne cercherà e troverà presto un altro se non avrà risposte che nessuno sembra in grado di dare, nelle tenebre politiche e morali in cui è sprofondata la classe politica e tanta parte della cosiddetta società civile, spesso incivilissima.
Prende uno scoramento profondo a tutto campo di fronte al triste spettacolo di un Paese in balia dei peggiori demoni e di personaggi da lupanare politico. Al capolinea è arrivato Prodi ma l'Italia lo sta tallonando da vicino, nella marcia della follia che percorre senza tregua in beata incoscienza. Fra tensioni sociali che ora si faranno più esplosive, il discredito internazionale (Berlusconi di nuovo statista: tremano le cancellerie mondiali), i rintocchi di una recessione globale. Non c'è un ombrello sotto il quale trovare riparo. Anche lo stellone d'Italia distoglie disgustato lo sguardo, per scansare sputi e insulti traditore-cornuto-checca immortalati nelle dirette televisive e turarsi le orecchie mentre Mastella recita un falso Neruda: c'è un limite a tutto anche nel peggio.
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