giovedì 24 gennaio 2008
Attenzione alle «applicazioni abbastanza integraliste» che alcuni comuni stanno portando avanti rispetto a «quelle che erano le nostre disposizioni»: quelle interpretazioni possono portare a un blocco dell'attività edilizia «che la Regione vuole scongiurare». Tutte le amministrazioni dovrebbero invece partecipare «all'individuazione di nuovi beni identitari» da inserire tra quelli già riconosciuti. Parole dell'assessore all'Urbanistica Gian Valerio Sanna sul Piano paesaggistico regionale. Non una marcia indietro, chiarisce, ma un approfondimento che «nasce dall'attività quotidiana» con gli stessi enti locali, che ha prodotto una delibera - approvata in Giunta il 22 gennaio - «per meglio specificare attività e procedure applicative» del Ppr, come «ulteriore approfondimento delle norme tecniche di attuazione» a proposito di centri storici, beni identitari e zone di espansione urbana.
I beni identitari, innanzi tutto: i vincoli più rigidi restano per quelli espressamente indicati nel Piano, mentre per quelli che rientrano «nelle categorie indicate dalla Regione» potranno essere rimodulati in base alle esigenze dei Comuni. Lo strumento saranno i piani urbanistici delle varie amministrazioni: le fasce di rispetto, indicate in 100 metri, potranno essere stabilite in base alle esigenze di sviluppo edilizio in sede di elaborazione del Puc. L'esempio è quello delle case cantoniere lungo le strade dell'isola: «Se diciamo che alcune sono beni identitari, quelle sono individuate come tali: non la totalità delle cantoniere della Sardegna».
Nell'isola i beni identitari sono «diverse migliaia», dice Sanna, e si distinguono dai beni paesaggistici («circa 15mila») perché questi ultimi sono precedenti al Piano paesaggistico ed erano già indicati dalle Sovrintendenze. Oltre ad un numero definito di beni identitari riportato dalle cartografie trasmesse ai singoli comuni, gli articoli 48 e 49 delle norme tecniche di attuazione del Piano, ora superati, indicavano come vincolati una tipologia generica di beni, accomunati dal «richiamo storico rappresentato per la Sardegna». Sono scuole, a esempio, o ex strutture militari, o ancora edifici risalenti a prima del 1950.
L'ultima sentenza del Tar sul ricorso presentato dal Comune di Cagliari ha imposto - in base al Codice Urbani - di individuare i singoli beni identitari da vincolare nella fascia di 100 metri, spingendo la Regione a emanare la circolare, a integrazione degli indirizzi applicativi del Ppr deliberati dalla Giunta il 24 aprile 2007. L'effetto della precedente individuazione generica era stato il blocco di alcuni cantieri troppo vicini ai beni identitari, in attesa della definizione dei vincoli e dell'adeguamento dei Puc. Ora saranno le amministrazioni locali a valutare la reale individuazione del bene identitario. I Comuni «qualora esso sia cartograficamente indicato», si legge nel documento, «propongono eventuali e più adeguate rimodulazioni del vincolo dei 100 metri limitando lo stesso alla necessaria e indispensabile salvaguardia del bene».
«È la soluzione all'interpretazione integralista di un piano che non ha lo scopo di bloccare l'edilizia», ribadisce ancora l'esponente della Giunta. Chiarito anche il concetto di vincolo sui centri storici, individuati come zona A: «Le perimetrazioni vanno fatte in base ai Piani particolareggiati, con attenzione alla qualità degli elementi tradizionali, ma questo non vuol certo dire che non si possono cambiare le mattonelle di casa. C'è stato un fraintendimento nell'interpretazione di due disposizioni apparentemente contraddittorie delle norme tecniche di attuazione: su tutto, vige il principio che gli interventi armonici con il contesto - nel caso di manutenzione ordinaria e straordinaria o di consolidamento statico, di ristrutturazione e restauro - sono ammessi».
Sulla necessità di spiegare i nuovi indirizzi influiscono le «applicazioni integraliste», frutto di una interpretazione eccessiva, ma anche le recenti sentenze del Tar sul Piano. Quelle che, aveva spiegato Sanna all'indomani della loro comunicazione, «ne riconoscono la validità e ne perfezionano l'impianto». «Suggerimenti», quelli dei giudici, che riguardavano in particolare «le zone C non convenzionate alla data di approvazione del Ppr, che siano contigue al contesto urbano, è prevista la formula dell'intesa semplificata, che dovrebbe portare al rilascio della concessione in 15 giorni».
Dopo le accuse di scarsa vigilanza urbanistica, mosse in un articolo apparso su La Nuova Sardegna da Alberto Boi, per 20 anni responsabile della vigilanza edilizia regionale, Sanna annuncia anche l'istituzione di 16 gruppi di monitoraggio del territorio, due per provincia, composti da funzionari amministrativi, tecnici e agenti di polizia giudiziaria del Corpo forestale. Poi l'appello alle amministrazioni locali: «Invitiamo i Comuni a proporre ulteriori beni da vincolare. Di certo il Piano paesaggistico non ha lo scopo di bloccare l'attività edilizia né di interferire con lo sviluppo urbanistico». Un messaggio buono per censurare «le degenerazioni nelle applicazioni delle direttive». E le possibili strumentalizzazioni, che sono politiche e forti.
Il nuovo intervento della Giunta è stato applaudito dal consigliere regionale Adriano Salis (Italia dei Valori): «Le proposte migliorative che avevamo avanzato in sede di esame del Ppr, sono state recepite» e con queste integrazioni la Regione «ha restituito ai Comuni un ruolo importante in materia di urbanistica. Spetta quindi alle amministrazioni comunali che hanno approvato il piano particolareggiato dei centri storici il controllo della qualità degli interventi e della loro coerenza nel rispetto delle tradizioni locali». Salis sottolinea che «per le zone C (zone di espansione residenziale) non convenzionate è stata prevista la procedura di intesa semplificata, tramite la quale il direttore generale dell'Urbanistica dovrà rilasciare le prescritte autorizzazioni entro 15 giorni dalla richiesta, superati i quali scatta il silenzio-assenso». Rammarico invece per la mancata modifica delle norme sulle zone agricole, giudicate troppo restrittive: «Sarebbe urgente riportare a un ettaro la superficie minima per la costruzione delle strutture funzionali all'attività delle piccole aziende».
(AGI/red)
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